martedì 28 febbraio 2017

Rom e sinti: l'UNAR non si fermi!

Uno “scoop” delle Iene ha portato alle dimissioni del direttore dell’UNAR, l’Ufficio Nazionale Anti Discriminazioni Etniche e Razziali che dipende dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Immediatamente è partita una campagna strumentale e molto pericolosa che rischia di buttare il bambino con l’acqua sporca: con la scusa di denunciare il presunto illecito di un’associazione vincitrice di un bando UNAR si vuole chiudere un ente che è l’unico che ha la funzione e le risorse per contrastare le molte, troppe discriminazioni cui sono vittime in questo Paese le minoranze a cominciare da quelle di origine etnica.

L’associazione che ha partecipato al bando è composta da 70 circoli ciascuno dei quali svolge una propria autonoma attività che può piacere o non piacere, ma che non ha nulla a che vedere con il progetto vincitore del bando ed è quindi strumentale mettere in relazione le due cose. Se il partito X finanzia con soldi pubblici le proprie strutture e il circolo di Peretola commette illeciti, si colpiscono gli illeciti accertati di Peretola ma non sarebbe ammissibile che si pretendesse lo scioglimento di quel partito. L’esempio non è casuale perché se questa fosse la logica ora non avremmo più partiti in Italia, neppure quelli che ora chiedono a gran voce la chiusura dell’UNAR.

Costoro che chiedono la chiusura dell’UNAR – pur sapendo benissimo che non è possibile in quanto frutto di una direttiva europea- sono tutti uniti a costruire le proprie fortune sull’istigazione alla paura e all’odio per tutto ciò che è considerato diverso ed estraneo, e comunque utile a essere indicato causa del disagio sociale, dagli immigrati ai rom agli omosessuali. E sanno bene che la Commissione europea assegna all’UNAR risorse che devono essere destinate a contrastare la discriminazione e a sostenere azioni concrete di inclusione sociale. Se queste azioni andassero a buon fine costoro avrebbero meno occasioni di raccoglier il voto della paura.

giovedì 2 febbraio 2017

Il Festival di Berlino apre con Django

Sarà il film Django del francese Etienne Comar, all'esordio alla regia, ad aprire la 67/a edizione del festival di Berlino il prossimo 9 febbraio. La pellicola concorrerà per l'Orso d'oro. Django è Django Reinhardt, il grande musicista jazz belga di origini sinte (interpretato da Reda Kateb), considerato un pioniere e con uno stile geniale e innovativo. Django ha inventato il jazz europeo insieme Stéphane Grappelli. E' stata l'interazione tra musica sinta, musica jazz ed in parte musica colta europea che ha dato i natali al jazz europeo. Django Reinhardt è stato, insieme a Stéphane Grappelli, l’artefice di questa magia.

La famiglia Reinhardt fu perseguitata, in quanto sinta, dai nazisti nella Parigi occupata. "Django racconta in modo avvincente un capitolo della sua vita movimentata ed è una coinvolgente storia di lotta per la sopravvivenza. La minaccia costante, la fuga e le spaventose malvagità inflitte alla sua famiglia non sono riuscite a impedire che continuasse comunque a suonare", ha spiegato il direttore artistico, Dieter Kosslick. Nel cast del film anche Cécile de France. Comar è stato già presente alla Berlinale come sceneggiatore, produttore (Uomini di Dio, Timbuktu, Mon Roi) e questo è il suo primo film da regista. La Berlinale si terrà quest'anno dal 9 al 19 febbraio

SINTOnizzati su U Velto Radio (smartphone) per l'occasione trasmetterà ininterrottamente fino al 9 febbraio, giorno dell'esordi del film al Festival di Berlino, la magia creata da Django Reinhardt.

Avezzano, Bruno Morelli presenta il suo nuovo libro


venerdì 27 gennaio 2017

Il Porrajmos è unico, ma l'infezione della discriminazione serpeggia

Campo di concentramento di Agnone
Oggi, Il Giorno della Memoria, in molte città italiane si commemora non solo la Shoah ma anche il Porrajmos, la persecuzione su base razziale subita dalle persone appartenenti alla minoranza linguistica sinta e rom. In questi anni il Porrajmos (divoramento) o Samudaripen (tutti morti) sta uscendo dall'oblio, grazie anche al lavoro che dalla fine degli Anni Novanta l'Istituto di Cultura Sinta e l'Associazione Sucar Drom hanno portato avanti con la pubblicazione di quattro libri, una mostra fotografica/documentaria, diversi video, il museo virtuale e tantissimi incontri divulgativi organizzati e tenuti sopratutto nel Nord e nel Centro Italia.

Oggi sappiamo senza più nessun dubbio che il fascismo, in Italia, e il nazismo, in Germania, hanno costruito una propria “scienza razziale”, su base spirituale/biologica in Italia (Renato Semizzi e Guido Landra) e su base biologica (Ritter e Justin) in Germania. L'undici settembre 1940 il Governo italiano ha ordinato a tutti i Prefetti del Regno d'Italia di arrestare e internare in appositi campi di concentramento tutte le famiglie sinte e rom, soluzione caldeggiata da Guido Landra nell'articolo “Il problema dei meticci in Europa” pubblicato sulla rivista “La difesa della razza”.

Le testimonianze raccolte in questi anni, per esempio dai sinti sopravvissuti al campo di Prignano sulla Secchia (MO), ci hanno fatto conoscere alcuni aspetti della vita nei campi italiani. Si mangiava pochissimo e durante l'inverno si pativa il freddo. A Prignano, per esempio, gli uomini venivano prelevati e portati a spaccare pietre da usare per fare la manutenzione delle strade. E sappiamo che sempre a Prignano i Carabinieri tutti i giorni contavano le persone internate. A Prignano sulla Secchia non si era al confino, ma in un campo di concentramento.