venerdì 29 agosto 2008

Rambo e Daniel, i rom del rugby cercano casa nel Super 10

Brescia, quartiere San Polo, all'ombra dell'inceneritore finito al centro delle cronaca quando c'era da risolvere l'emergenza rifiuti a Napoli. Là Augusto Innocenti anni fa acquistò un pezzo di terra e edificò il suo sogno, una villa stile «Via col vento», con colonne doriche nel patio e statue di gesso disseminate nell'immenso giardino.
E là vivono i suoi due nipoti, Rambo e Daniel Costantini, 24 e 22 anni, estremo e mediano di apertura, grandi promesse del rugby italiano, capaci di frequentare a suon di punti, mete e placcaggi, tutte le selezioni giovanili azzurre (dall'Under 15 all'Under 21) prima della frustrazione di dover fare a spallate per trovare un posto in squadra.
Tesserati del Calvisano campione d'Italia, Rambo e Daniel in Super 10 non hanno ancora messo piede. Lo scorso campionato lo hanno giocato in serie B, seconda squadra del Calvisano: Rambo ha segnato 28 mete, Daniel 282 punti e insieme sono stati gli eroi della promozione in serie A. Eppure nessuno si è fatto vivo.
Impossibile omettere un particolare: Rambo e Daniel sono “ù senghen” come affermano loro in dialetto bresciano, due “zingari”, Rom italiani, gente che in famiglia parla il romanès e non rinuncia alle tradizioni. Vivono nelle roulotte parcheggiate nel giardino perché «in fondo la casa del nonno è abitata sì e no per un terzo, ma noi siamo abituati così, che male c'è? E poi qui con noi vive solo la famiglia di mamma, in tutto saremo una trentina, non di più...».
Sui tetti delle case mobili fanno mostra di sé le parabole: «Certo, perché il rugby oggi si vede solo via satellite e noi non potremmo farne a meno». Vogliono giocare, mettersi alla prova, capire perché sono costretti a pietire un posto per allenarsi in prima squadra. Il dubbio sorge spontaneo e Rambo ha la sua spiegazione: «Il rugby di club ha scelto di affidarsi agli stranieri, magari si va a cercare una trisnonna italiana e si dà fiducia a un giocatore esotico, sconosciuto, che ha solo il merito di essersi fatto le ossa lontano dall'Italia. E per lui sono sempre pronti contratti importanti. Noi alla nostra Italia abbiamo dato molto, ma l'allenatore del Calvisano (il francese Marc Delpoux) ci ha fatto capire chiaramente che per le sue idee non siamo giocatori da Super 10. L'unica cosa che posso pensare è che la nostra origine gli dia fastidio, magari nella sua vita ha avuto qualche problema con i rom e adesso ne paghiamo le conseguenze. Giochiamo da quando avevamo 6 anni e mai abbiamo avuto problemi in squadra, mai un compagno o un avversario che ci abbia fatto pesare la nostra origine. Adesso invece...».

Si allenano come pazzi, campo e palestra, senza dimenticare nonno Augusto, che lo sport lo vede come una perdita di tempo ed è il grande riferimento a cui tutti chiedono consiglio, e magari una moglie quando è arrivato il momento: «E sì, gli “zingari” non capiscono perché noi dedichiamo tanto tempo al rugby, ma speriamo che il nostro esempio possa contribuire a cambiare una mentalità. Noi due Costantini nel rugby, i nostri cugini Bardelloni nel calcio; uno ha avuto quest'anno un contratto in Eccellenza, l'altro è nelle giovanili del Brescia. Dopo di noi anche i rom potranno dire la loro nello sport».
Ride Rambo, che la domenica prima della partita assiste alla funzione che papà Claudio, pastore della Chiesa Evangelica di Brescia, tiene nel tendone tra le roulotte: «Siamo molto religiosi, non beviamo, non fumiamo e preghiamo molto. In fondo questo ci aiuta a essere anche dei bravi sportivi». Vorrebbero giocare, ma sono ingenui, nel rugby del professionismo mai hanno avuto un procuratore, mai si sono allontanati da Brescia. “Zingari” nella vita, non nei fatti: «Siamo gitani, la nostra storia familiare è particolare: mamma è gitana da sempre, papà è un bresciano doc. Di solito avviene il contrario, è l'uomo rom che sceglie la sua donna lontano. Ma il nonno approvò l'unione e papà cominciò a vivere nelle roulotte».
Al rugby ci sono arrivati perché il grande giardino-residenza è a due passi dallo stadio Invernici e una maestra consigliò loro di provare con la palla ovale: «Fu subito passione e solo dopo aver iniziato a giocare papà ci confidò che da giovane anche lui era stato un discreto rugbista».
Giocheranno in serie A ancora un anno, ma l'ambizione non si cancella: «Se fossimo disposti ad allontanarci per andare in una squadra vera? Subito, anche domani. Siamo zingari, no?». E se per il tesseramento dovessero venire a chiedervi le impronte digitali? I due rugbisti ridono, mamma Loredana va su tutte le furie: «Non scherziamo, siamo più bresciani noi di metà della gente che vive qui intorno». Rambo e Daniel chiedono solo una chance: «Non siamo due fenomeni, ma tanti non lo sono». E pregano in silenzio: «Anche prima delle partite. All'inizio nello spogliatoio qualcuno rideva. Adesso, quando l'avversario è forte, i compagni ci chiedono di pregare anche per loro...». di Valerio Vecchiarelli

Rom e Sinti, adesso per noi parliamo solo noi

Eva Rizzin, 30 anni, è un vulcano d'energia, con un curriculum in continuo aggiornamento. Laureata in Scienze Politiche con bacio accademico, un anno fa ha discusso una tesi di dottorato in geopolitica sull'anti-ziganismo nell'Europa unita.
È qualcosa che la tocca in prima persona: la Rizzin è nata a Udine da mamma sinta e ne va fiera. È anche per questo che la sua lotta contro le discriminazioni e per i diritti di rom e sinti va oltre l'Accademia e la vede quotidianamente impegnata sul campo.
Nel 2005 ha fondato OsservAzione, centro di ricerca-azione contro la discriminazione. Appena gliel'hanno proposto, non ha esitato un attimo ad accettare la proposta di entrare a far parte della neonata Federazione Rom Sinti insieme.
Eva, ci spiega perché nasce quest'esperienza?
La parola chiave è partecipazione. Rom e sinti devono diventare soggetti attivi delle politiche che li riguardano. Per troppi anni in Italia sono stati fatti programmi di stampo assistenzialistico e di "segregazione culturale". Esiste un vero e proprio problema di rappresentatività politica, una questione che, invece, da anni è stata superata in alcuni paesi dell'Est Europa. La Federazione si è costituita il 18 maggio 2008, dopo più di un anno di lavoro del Comitato rom e sinti insieme. Ne fanno parte già 22 associazioni con sede in dodici regioni italiane.
Perché avete scelto la formula della federazione?
Esiste una profonda ignoranza riguardo a rom e sinti. Il nostro mondo viene considerato come se fosse un blocco unico. Siamo gli "zingari", i "nomadi". Non si conosce la pluralità di gruppi, l'eterogeneità che ci distingue l'uno dall'altro. Io, ad esempio, mi sono laureata con una tesi sulla cultura della mia comunità, i gackane eftawagaria. D'altra parte, coinvolgiamo anche chi non è rom o sinti, non vogliamo escludere nessuno, ma cooperare, lavorare assieme. Va chiarito anche che non pretendiamo di rappresentare tutti i gruppi di rom e sinti in Italia, ma solamente le associazioni che aderiscono alla Federazione.

Ci sono anche conflitti tra i diversi gruppi. Ad esempio, rom e sinti italiani sono spesso ostili verso i rom immigrati. Come farete a mettere tutti d'accordo?
Non sarà un'impresa facile. È paragonabile al fare l'Europa unita. Siamo un piccolo mondo, è come se fossimo tanti Stati, ciascuno con la propria storia e cultura. Tanto per cominciare, la pluralità dei gruppi è rappresentata ai vertici della Federazione: il presidente è Nazzareno Guarnieri, rom italiano, i vice presidenti sono il sinto italiano Gabrielli Radames e il rom immigrato Demir Mustafa.
Perché in Italia la voce di rom e sinti non si è levata prima, per rivendicare una partecipazione attiva sulle politiche che vi riguardano?
Da dicembre 2006 la situazione per le nostre minoranze è sempre più preoccupante, con sgomberi e atti di violenza gratuita. Nasce in questo contesto l'idea di reagire in modo unitario e propositivo. La Federazione si propone di costruire un dialogo diretto con le istituzioni, per promuovere una società aperta e interculturale, l'affermazione della cultura della legalità, il contrasto agli abusi di potere.
Il clima politico attuale non sembra favorevole al dialogo. Riuscite a farvi ascoltare?
È molto difficile, ma non impossibile. Purtroppo alcuni passi avanti che erano stati fatti un anno fa, ora sono stati azzerati. In luglio 2007 abbiamo contribuito alla presentazione della proposta di legge 2858 per l'estensione della legge 482 del 1999 sulla tutela delle minoranze linguistiche storiche con il riconoscimento anche delle minoranze rom e sinti. Solo a gennaio 2008, poi, abbiamo partecipato a una Conferenza europea sulla popolazione rom organizzata dai ministeri dell'Interno e Solidarietà sociale. È stato un momento di incontro costruttivo e partecipato: prefetti, politici, forze dell'ordine, organizzazioni internazionali, istituzioni, tutti insieme per affrontare le problematiche concrete che ci riguardano ed elaborare delle risposte condivise.
Come vi state muovendo?
Non ci diamo certo per vinti. Crediamo che la questione rom e sinti sia trasversale agli schieramenti politici: non è un fatto di destra o sinistra. Alle ultime elezioni il presidente Nazzareno Guarnieri era candidato per l'Udc, Dijana Pavlovic, consigliera della Federazione, per la Sinistra arcobaleno. In campagna elettorale, poi, abbiamo inviato a tutti candidati premier una lettera in sette punti che riteniamo importanti per la tutela dei nostri diritti. Ora abbiamo chiesto un incontro con il ministro dell'Interno, mentre siamo già stati ricevuti dai prefetti di Milano e di Roma.
In quali circuiti internazionali siete inseriti?
Abbiamo partecipato, il 21 febbraio 2008, all'audizione del Comitato dell'Onu per l'eliminazione della discriminazione razziale. Le Nazioni Unite hanno criticato severamente il trattamento dei rom e sinti in Italia. Il 10 luglio eravamo presenti al meeting Osce a Vienna sulle politiche per l'integrazione, per parlare della situazione italiana. Io sono intervenuta come responsabile della Federazione per il settore Diritti e Legislazione, Razzismo e Discriminazione. Ciascuno di noi si occupa di un'area specifica.
Quali soluzioni proponete?
Beh, non c'è una ricetta valida per tutti. Si deve sempre partire dal dialogo e partecipazione dei diretti interessati. Di certo prendere le impronte digitali ai bambini, come ha proposto Maroni, non contribuirà all'integrazione nelle scuole. Bisogna invece analizzare quali problematiche impediscono ad alcuni minori di avere un'istruzione. Inoltre, vanno riconosciuti i mediatori rom e sinti, perché i bambini delle nostre minoranze non vengano visti sempre come un ostacolo, ma come una ricchezza. Proponiamo poi un centro di orientamento professionale per adolescenti e adulti, tra i cui obiettivi c'è il recupero e reinserimento nel mondo del lavoro, la progettazione di interventi formativi per il recupero dei lavori tradizionali, la creazione di centri di lingua romanì e di storia e cultura di rom e sinti. Quanto alla casa, vogliamo il superamento dei campi nomadi, con soluzioni abitative adattate alle diverse situazioni, dalla casa alla microarea. E chiediamo la modifica del Testo Unico 380 del 2001 che considera abuso edilizio la sosta di roulotte o case mobili su terreni agricoli. di Vita

Vicenza, il Sindaco si avvicina a grandi passi alla denuncia per razzismo

L’aveva promesso e alla fine ha firmato un’ordinanza che potrebbe fare “scuola”: il sindaco di Vicenza dichiara guerra contro i bivacchi con camper e roulotte e utilizza tutti i poteri che la legge gli consente per “sconfiggere” il fenomeno: sanzioni amministrative salate che, in virtù del decreto sulla sicurezza, la giunta fissa da 350 a 500 euro, e una denuncia penale, a norma dell’art. 650 del codice, per chi, sanzionato, non ottempera all’ordine di rimuovere i rifiuti e andarsene.
L’ordinanza, contingibile ed urgente e in vigore fino al 31 ottobre, è un esempio di razzismo perché mira a risolvere il problema della sosta di gruppi di “nomadi” in alcune zone di parcheggio della città. L’obiettivo è intervenire in maniera radicale, “prima che le segnalazioni e le reazioni di insofferenza dei miei concittadini – spiega lo stesso sindaco – degenerino, se non governate, in episodi di razzismo che dobbiamo assolutamente evitare. L’avevamo annunciato o ora raccoglieremo i frutti della nostra fermezza: con questo e con altri strumenti e, più in generale, con la specifica attivazione della polizia locale sulle principali urgenze della città in tema di sicurezza,”.
Di qui il provvedimento che, registrando un aumento del fenomeno nella zona nord e soprattutto est di Vicenza e un crescente senso di insicurezza nei residenti, si appella al divieto di utilizzare la strada e gli spazi pubblici come “indebita dimora”.
Nel dettaglio, è vietato il bivacco, cioè l’utilizzo dello spazio pubblico come se fosse casa propria, con camper, furgoni, autoveicoli e roulotte in aree ben precise di Vicenza nord ed est. Via Baden-Powell, via Dall’Acqua all’angolo con via Mainardi, via Piazzetta all’angolo con via Calvi, via Palemone vicino alla scuola, via Dalla Scola, via Giuriato, viale della Pace, via Maurisio, via Bachelet, strada delle Coltura Camisana vicino al parco giochi, via Falcone e Borsellino a Ca’ Balbi, piazzale Baraggia: questo l’elenco delle zone dove continue sono state le segnalazioni e da dove si partirà per far rispettare il divieto. Con la precisazione che, se i gruppi di nomadi dovessero semplicemente spostarsi in altre zone della città, l’ordinanza sarà immediatamente aggiornata con i nuovi luoghi da tutelare.
Quanto ai due “campi nomadi” comunali, Variati ricorda che, senza tanti clamori, Vicenza ha già compiuto il censimento dei mezzi e delle famiglie ospitate e intende applicare il regolamento: via per sempre dal campo chi d’ora in avanti avrà condanne passate in giudicato e chi non manderà i figli a scuola.

Se Pirlo avesse più coraggio...

Wikipedia, la più grande enciclopedia online del mondo, consultata ogni giorno da milioni di persone, lo scrive nero su bianco e il motore di ricerca Google dedica all’argomento la bellezza di 6.750 siti. Il calciatore milanista Andrea Pirlo, bresciano originario di Flero, secondo la Rete sarebbe di origine sinti, così come Tommaso Riki Vailatti, calciatore del Torino e figlio di giostrai.
Pirlo discenderebbe da una famiglia di sinti, come confermerebbero il cognome stesso e l’attività del padre, imprenditore nel settore del ferro - così si legge sempre nell’enciclopedia on line e in altri siti internet. Per questo proprio al brescianissimo Andrea Pirlo e a Riki Vailatti, Carlo Berini dell’organizzazione europea Sucar Drom ha inviato qualche mese fa una lettera aperta: «Cari Pirlo e Vailatti, voi che avete un’esposizione mediatica positiva potete dimostrare che essere sinti non è ciò che lo stereotipo vigente in Italia porta a pensare», ha scritto.
«Voi -prosegue Berini nella lettera ai due calciatori - potete contribuire a cancellare questi stereotipi. Avervi per testimonial avrebbe per la nostra comunità un enorme valore aggiunto, porterebbe la gente a cambiare opinione».
Alla vigilia degli Europei 2008 sulla Rete sono apparsi appelli per convincere Pirlo a non vestire la maglia azzurra come protesta contro il censimento alla comunità sinti di Milano. I Sinti gli hanno chiesto di fare outing, ma finora il regista del Milan ha sempre negato. Eppure anche nel libro «Non chiamarmi zingaro», edito da Chiarelettere, che Pino Petruzzelli ha dedicato a storie di personaggi rom e sinti, Pirlo è citato come «un famoso calciatore sinti che ha sfiorato il Pallone d’oro». Di fronte al silenzio di Pirlo (e Vailatti), Petruzzelli commenta: «Chi dichiara di essere rom o sinti, poi deve giustificarsi, spiegare, difendere... Ma spiegare cosa? Di essere un essere umano come tutti?». di Lucilla Perrini

Arcobaleni di pace

I suoni
sono emozioni:
cromatismi di luce
dell’anima,
arcobaleni
di pace
che l’acqua
traspare.

Maria Angela Zecca (agosto 2008)
con dedica a Santino Spinelli e al Popolo Rom

Scuola, la Gelmini si dimentica dei Rom?

L'anno scolastico 2008/09 sembrava dover essere l'anno degli alunni rom. Tutti a scuola, era la priorità della politica solo poche settimane fa, dal ministro Maroni alla Gelmini in giù, fino all'apporvazione - il 30 luglio - di una mozione bipartisan che impegna il governo a predisporre un piano nazionale per la scolarizzazione dei bambini rom e sinti da finanziare - diceva esplicitamente il testo - con adeguate risorse.
Invece la scuola sta per iniziare e novità sul fronte rom non ce ne sono. Daniela Calzoni, coordinatrice dell'area rom del Piano Nazionale per l'Infanzia, indicato al Governo dal tavolo interassociativo guidato dall'Unicef come punto di partenza, non ha più sentito nulla: «Quel che so lo leggo sui giornali, perché non ci sono più state intgerlocuzioni ufficiali. E non mi sembra si profilino novità nell'immediato. A metà settembre è convocata una riunione dell'Osservatorio nazionale infanzia, vediamo se in quell'incontro la politica ci darà qualche prospettiva concreta».
Nessuna novità neanche da Renata Paolucci, responsabile scuola di Opera Nomadi. «Poche settimane da sembrava che l'attenzione del governo fosse tutta per i bambini rom, ma alle parole non è seguito nulla. La Convenzione nazionale fra Opera Nomadi e il Ministero della Pubblica Istruzione è scaduta a giugno e non sappiamo se il governo intenda rinnovarla. Noi andiamo avanti con le convenzioni locali, stipualte con i singoli comuni. A livello regionale invece delle convenzioni sono state stipulate solo in Veneto e - da questo anno scolastico - in Toscana». di Sara De Carli

Veneto, calpestano la Costituzione per cacciare tutti

Un incontro con le forze dell’ordine il 12 settembre cui parteciperanno tutti i sindaci del Veneto Orientale. Per adesso, il Comitato sull’ordine e la sicurezzadi ieri in prefettura, dedicato alla “emergenza nomadi”, ha stabilito la linea dura: quando i nomadi arrivano, devono essere mandati via.
Non si è parlato di “campi nomadi” o misure eccezionali. Solo dell’applicazione delle ordinanze e delle leggi in materia di sicurezza assieme alle forze dell’ordine. In poche parole star loro con il fiato sul collo per far capire che non devono restare o saranno continuamente mandati via e, se il caso, denunciati.
Ieri, a San Donà, il sindaco Francesca Zaccariotto lo ha subito fatto all’alba, prima del summit di Ca’ Corner, recapitando l’ordinanza di sgombero all’ennesima carovana che si era insediata dalle parti di via Tarvisio. «Lo faremo sempre - dice la Zaccariotto - in linea diretta con la polizia locale o i carabinieri. Ordinanza di sgombero, controlli e via. Mi fa piacere che non si sia parlato di campi nomadi, in prefettura, ma piuttosto della possibilità crescente di poterci difendere sulla base degli indirizzi del Governo nazionale».
L’incontro di ieri a Ca’ Corner è stato deciso dopo la lettera appassionata del sindaco di Caorle, Marco Sarto, che aveva scritto a prefetto e questore in merito all’emergenza lungo il litorale e agli asseriti, gravi danni all’immagine legati ai loro spostamenti.

Ieri a Venezia, c’era anche l’assessore provinciale alle politiche sociali, Rita Zanutel. Oltre a Sarto, è stato convocato poi Antonio Bertoncello, sindaco di Portogruaro e presidente della Conferenza dei sindaci. Bertoncello appare soddisfatto. «Intanto ringrazio prefetto e forze dell’ordine perché sono stati molto sensibili e attenti - dice - la conferenza dei sindaci è stata invitata anche perché questi problemi devono essere affrontati a livello di territorio, per non spostare il problema da una parte all’altra. Il 12 settembre abbiamo chiesto un incontro a Portogruaro, sede della maggior parte delle forze dell’ordine, per discutere su strumenti e metodi per affrontare la questione nomadi e cercare di analizzare possibile soluzioni. Quanto al campo nomadi, non abbiamo fatto alcuna forzatura ed è una questione da affrontare sempre a livello di conferenza dei sindaci
Sull’argomento la Zaccariotto ha già detto di essere pronta ad incatenarsi. Un passo indietro lo fa anche Noventa, con l’ex sindaco Loris Merli che sentenzia: «Non possiamo accettarlo, laddove arrivano creano problemi igienico sanitari, trasformano tutto in un immondezzaio. Loro non vogliono integrarsi e si vede».
Il sindaco di Noventa, Alessandro Nardese, era apparso possibilista, come del resto Bertoncello, ma la scelta sarebbe impopolare e troverebbe tutti i sindaci di centrodestra schierati contro e con l’opinione pubblica pronta ad insorgere. L’ipotesi però sarebbe caldeggiata dalle forze dell’ordine, che avrebbero la possibilità di un controllo immediato e lo sgombero altrettanto immediato dalle aree non consentite.
In questa fase, l’obiettivo diventa piuttosto un’azione coordinata con le forze dell’ordine, che possa consentire misure omogenee e controlli costanti alle carovane per convincerle a non sostare più sul territorio. Non sarà facile, e questo lo ha capito il sindaco di Caorle, Marco Sarto, che ha scatenato il dibattito con la sua lettera al vetriolo, dopo aver "subito" più volte la presenza di Rom nella località balneare.

Brescia, siamo sinti non "zingari"

Cosa hanno in comune Yul Brynner, Charles Chaplin, Michael Caine, Elvis Presley e Moira Orfei? Sembra un quesito enigmistico, ma la soluzione è semplice: sono tutti sinti.
Quando si parla di un mito come Elvis Presley, a nessuno viene in mente di sottolineare che appartiene a una particolare etnia, che le sue origini sono particolari: per tutti è solo un americano. Se invece l’attenzione si sposta sul gruppo di bresciani - italiani da generazioni e generazioni, precisamente dal 1420 - che vivono nel “campo nomadi” di via Orzinuovi, allora con incredibile prontezza storica se ne ricordano le millenarie origini indiane.
Molto gioca l’ignoranza, la non conoscenza di un popolo che è sempre vissuto accanto a noi, ma che mai ha voluto assimilarsi alla nostra cultura e al nostro modo di vivere. E invece di preservarne la diversità, tutto questo fa paura.
Itineranti da sempre, a differenza dei Rom, i Sinti hanno sempre fatto lavori che li portavano in giro per l’Italia: giostrai, allevatori di cavalli, artigiani del rame, ricamatrici. E circensi, come le grandi famiglie degli Orfei e dei Togni. Poi le trasformazioni economiche e sociali hanno modificato di molto le loro attività.
Così i Sinti si sono ritrovati a essere sedentari, loro malgrado. Ma alla roulotte non riescono proprio a rinunciare: «Tra una casa e una roulotte non ho dubbi - ammette Pablo Quirini, 27 anni, uno dei "residenti" nel campo di via Orzinuovi -: io preferisco al 100 per cento una roulotte, perché fa parte della nostra vita e permette a tutti i nuclei familiari di vivere vicini».
Sono 24 le roulotte dei Sinti nel “campo” di via Orzinuovi 108, accanto a quello quasi del tutto smantellato dei Rom. Il “campo” sinti doveva essere provvisorio. in attesa da più di un anno che venissero ultimate le casette costruite in via Orzinuovi. Le casette ora sono pronte, ma la nuova amministrazione ha deciso di cambiarne la destinazione: le utilizzerà per le emergenze abitative di italiani e extracomunitari. «Purtroppo - osserva Gordon Quirini, fratello maggiore di Pablo - la gente si dimentica continuamente che noi siamo italiani e ci considera stranieri irregolari o rom».

In realtà rom e sinti sono due popoli lontani per tipologia di vita e tradizioni: siamo stati noi ad accomunarli nel nostro immaginario, finendo per bollare entrambi sotto il termine, per loro spregiativo, di “zingari”.
Eppure basta entrare nel “campo” sinti di via Orzinuovi per accorgersi che dal linguaggio all’accento, un misto di bresciano e padovano, dai volti al modo di vestire, non è facile distinguere un sinti da un «gagè», come chiamano loro gli italiani sedentari. Ma i Sinti sono italiani molto particolari. Nel campo di via Orzinuovi 108 sono osservati 24 ore su 24 da un telecamera, un Grande Fratello fatto su misura. Che registra ogni discorso, ma sembra non accorgersi che il campo abitato da 180 persone è fornito in tutto di soli sei servizi igienici - con la doccia posizionata sopra il cesso -, di una pericolosa rete volante di luce e acqua, di un solo angolo d’ombra e di nessuna fognatura, con gli scarichi a cielo aperto. Così che basta smuovere lo strato superficiale di ghiaia che ricopre il “campo” per scorpire che anche sotto il sole estivo il terreno rimane perennemente bagnato, come se avesse appena piovuto.
«Qui siamo trattati come cani - accusa Gordon Quirini -. Le condizioni igieniche del “campo” sono precarie e nonostante la nostra pulizia, più di un bambino finisce ogni mese all’ospedale. Soltanto questo mese ben tre bambini sono stati ricoverati per salmonellosi e botavirus».
Gordon è appena diventato papà per la terza volta ed è preoccupato: «Prima di questa nascita, abbiamo perso un altro figlio al quinto mese di gravidanza, perché mia moglie aveva contratto un virus a causa della mancanza di igiene del “campo”. Abbiamo chiesto al Comune il noleggio di due camion per portare ghiaia nuova e drenare il terreno, ma ci è stato rifiutato, così abbiamo fatto quello che potevamo con i nostri mezzi».
Ogni giorno - racconta Pablo - «alle sei di mattina ci organizziamo e puliamo il piazzale a nostre spese, abbiamo chiesto all’Amministrazione un container a pagamento, eravamo disposti anche ad arrivare a 400 euro, ma ci è stato rifiutato e poi hanno il coraggio di definirci sporchi».
L’inverno è ancora peggio: «Cerchiamo di difenderci dall’umidità e dal freddo con i fornelletti», rivela Quirini.
Gli uomini lavorano tutti, facendo traslochi, trasporti, puliscono soffitte e cantine, raccolgono ferro, «ma siamo quasi tutti in nero - ammette Gordon Quirini - perchè è difficile trovare lavoro se si deve specificare che si abita in un “campo nomadi”. Abbiamo chiesto al Comune di poter costituire una cooperativa per poterci mettere in regola, ma ci è stato negato anche questo permesso».
Un altro rifiuto che è stato vissuto in modo doloroso dai sinti bresciani è arrivato per la richiesta di allestire un luogo in cui professare il loro credo.
«Siamo evangelici - spiega Gordon Quirini -: facciamo parte del Mez, Movimento evangelico zigano, che in Italia raccoglie 1.200 fedeli. Abbiamo due pastori, Renato Enic e Pippo Grisetti, ci incontriamo con gli evangelici sedentari per pregare e quando i ragazzi finiscono la scuola ci spostiamo in occasione dei convegni religiosi».
«Avevano allestito uno stand di 5x3 metri che fungeva da chiesa - spiega Donovan Tassi, un altro residente del campo di via Orzinuovi -. La struttura ospitava anche gli evangelici sedentari da Lumezzane a Sant’Eufemia, ma ce l’hanno distrutta perché era un abuso edilizio».
I Sinti percepiscono tutti che il clima è cambiato, non sono arrabbiati, ma amareggiati perchè «se si parla di spaccio si dice che avviene al “campo nomadi”, senza specificare che è quello rom», sostiene Donovan Tassi. Alla stessa stregua, «quando si vede una donna che elemosina con il bambino si dice che è “zingara”, mentre per noi questo è solo sfruttamento minorile», aggiunge Gordon Quirini.
Spesso gli episodi di razzismo colpiscono i più deboli, i bambini. «Le mie figlie hanno frequentato la scuola materna in via Chiesanuova, in un ambiente in cui sono state accolte e amate dalle maestre - racconta Quirini -. Un anno fa, invece, ho iscritto mia figlia alla scuola elementare Grazia Deledda e ho trovato tutt’altro clima, non certo favorevole a sinti e rom».
Alcuni amici sinti hanno telefonato perché a Bologna sono stati presi e schedati: «Se mi obbligheranno a fornire le impronte dei miei figli - commenta Gordon Quirini - andrò dal ministro dell’Interno Roberto Maroni e gli dirò che sono disposto a farlo, ma soltanto quando anche lui lo farà con i suoi figli».
Il sogno per le famiglie sinti del campo - i Quirini, i Torsi, i Terenghi e i Tarchiani - è di potersi stabilire con le loro roulotte su quattro aree, una per ogni nucleo familiare.
«Mio suocero - precisa Gordon Quirini - aveva fatto tanti sacrifici per acquistare un pezzo di terra a Prevalle, ma non è stato possibile trasferire la famiglia perché la roulotte fissa è considerata un abuso edilizio e la terra ci è stata confiscata». «Ma noi - conclude Donovan - siamo cresciuti nelle roulotte, in una casa siamo in gabbia. Vogliono cambiarci ma non ci cambieranno mai». di Lucilla Perrini

giovedì 28 agosto 2008

Lamezia Terme, Chiesa vicina e solidale con i Rom

Il vescovo della diocesi lametina , monsignor Luigi Cantafora ha fatto visita alla popolazione Rom del campo di località Scordovillo. Il presule ha così risposto all'invito dei giovani che lavorano alla cooperativa Ciarapanì e che lo hanno accompagnato per tutto il tempo durante la visita.
Insieme a Luigi, Cosimo e Damiano il vescovo ha incontrato le famiglie che vivono all'accampamento tra mille disagi e difficoltà. Il pastore ha inteso così dimostrare la vicinanza e la solidarietà della Chiesa locale alle centinaia di persone che a gran voce, ancora una volta, hanno reclamato un trattamento migliore e una risoluzione definitiva dei loro problemi da parte delle autorità preposte.
Dai più anziani ai giovanissimi che al campo sono la maggioranza il coro è stato unanime: «Vogliamo una casa come tutti gli altri cristiani. Perché a Cosenza, a Reggio, a Catanzaro, ai Rom è stata data una sistemazione decente e invece noi continuiamo a restare in questo inferno?». Questo il tormentone che ha caratterizzato la visita del presule cui gli uomini e le donne Rom hanno raccontato la vita nei container che d'estate – come oggi - sono un vero e proprio forno e d'inverno diventano dei veri refrigeratori.
Una vita che quotidianamente deve assolvere a dei riti immancabili come la caccia ai topi e agli scarafaggi che scorazzano indisturbati per il campo, sia nella parte vecchia dell'accampamento dove ancora resistono alcune baracche del primo insediamento, sia nella zona dei container voluti dai commissari prefettizi qualche anno fa.
Al "Padre" Luigi i Rom hanno detto di voler andare via da Scordovillo, ma di non volere un altro campo, un "no" secco e deciso ad un altro ghetto. «Non vogliamo essere considerati solo come dei delinquenti; molti di noi vivono e lavorano onestamente e così vorremmo continuare a fare. Non sono solo Rom quelli che rubano a Lamezia».

Mons. Cantafora ha invitato tutti e soprattutto i giovani del campo Rom a rispettare le regole, a vivere con responsabilità la propria condizione in modo da poter essere propositivi con quelle istituzioni preposte alla risoluzione di una questione che si trascina da anni. È stato anche ricordato al pastore diocesano quanti soldi siano stati stanziati negli anni a favore dei Rom, cittadini lametini a tutti gli effetti.
Denaro non speso o che si è disperso in mille rivoli per l'evidente non volontà politica di affrontare concretamente il problema. Mons. Cantafora, si è soffermato anche con alcuni ammalati del campo, ha parlato con la giovane Rosa costretta su una sedia a rotelle perché colpita durante una sparatoria.
Il presule ha poi fatto una pausa nella casa container di Cosima e Leonardo che hanno preparato il caffè per il vescovo e i suoi accompagnatori; oltre ai ragazzi della Ciarapanì ad affiancare mons. Cantafora anche il condirettore della Caritas don Giacomo Panizza, Marina Galati e Antonio Rocca, rispettivamente presidente e vice della cooperativa Ciarapanì.
Questa prima visita del vescovo Luigi al campo di Scordovillo è trascorsa graditissima, sia al vescovo stesso che ai Rom, coi quali si è amabilmente intrattenuto. A conclusione del suo incontro mons. Cantafora ha auspicato che i vari soggetti deputati alla risoluzione della questione Rom sappiano finalmente e in maniera energica e decisa venire a capo del problema. «L'augurio di tutti – ha concluso il presule – è che le tante teste che finora hanno pensato e progettato trovino un punto d'accordo. Ai Rom va riconosciuta la pari dignità di tutte le altre persone, perché in tutte è impressa l'immagine di Dio». Intanto ieridal campo nomadi un'intensa colonna di fumo si è levata dalla baraccopoli adiacente l'ospedale civile di contrada Ferrantazzo ed ha invaso parte della città. Il fumo nero, provocato dalla combustione di cumuli di gomme e di rottami, ha praticamente invaso non solo il nosocomio, ma anche il centro città. Sul posto sono giunti i vigili del fuoco del distaccamento lametino per spegnere le fiamme.

martedì 26 agosto 2008

Roma, "ognuno ha il diritto di sostare dove vuole"

Il nuovo Questore Giuseppe Caruso appena arrivato si mette in rotta di collisione con Alemanno, Sindaco di Roma. Il tutto è nato dopo le dichiarazioni di Alemanno sui due cicloturisti olandesi brutalmente aggrediti a Ponte Galeria.
Si è presentato anche così ieri il nuovo numero uno della polizia capitolina, misurando e prendendo le distanze dalle dichiarazioni del Sindaco che aveva definito «imprudente» la scelta dei due coniugi di accamparsi in quel posto.
Affermazioni sulle quali era stato lo stesso Sindaco a fare retromarcia nel pomeriggio di domenica. Il questore non ha intenzione di scendere a mezzi termini. «Ognuno ha il diritto di sostare dove vuole, certo, servono accorgimenti per evitare tragedie simili. Ma iniziamo ad alzare la voce: non è assolutamente fisiologico che accada anche uno solo di questi episodi. Esattamente come non è assolutamente fisiologico che si registri uno scippo. Poi, però, c’è il dato positivo dell’arresto immediato e il fatto che Roma è la provincia più estesa di Europa con una popolazione di tre milioni di abitanti e un flusso di 500 mila turisti al giorno. Ma oggi poco importa: questi sono episodi che non devono accadere».
E non a caso, forse, anche ieri Alemanno è tornato sulla questione. «Oggi andrò a Ponte Galeria - ha detto il sindaco - ieri ho parlato con l´ambasciatore olandese e probabilmente vedrò i due turisti». Noi di sucardrom ci chiediamo: varrà anche per i Sinti e per i Rom ciò che vale per i turisti? Ovvero, come afferma il nuovo Questore: «ognuno ha il diritto di sostare dove vuole».
Infatti uno dei problemi più rilevanti che da tempo abbiamo sollevato è la negazione a Sinti e Rom di godere dell’articolo sedici della Costituzione italiana. L’ultimo caso in ordine di tempo ha coinvolto la Missione Evangelica ma ricordiamo anche l’ordinanza del Sindaco di Vicenza o i classici divieti di sosta ai "nomadi".

Matrimoni finti? Forse è un bene...

Da due giorni imperversano le notizie dei “matrimoni finti”. Molti giornali italiani si sono lanciati a capofitto su alcune storie, in particolare una a Modena, per lanciare una nuova campagna contro le minoranze sinte e rom.
Non capisco tutto questo strepitare visto che il pacchetto sicurezza, approvato recentemente dal Governo Berlusconi, ha modificato la legge del 5 febbraio 1992 proprio per contrastare quelli che comunemente si definiscono matrimoni "di comodo", introducendo norme più rigide per l'acquisizione della cittadinanza "iure matrimonii". Il Cittadino immigrato, coniuge di un cittadino italiano, acquisterà la cittadinanza solo dopo due anni di residenza regolare in Italia successivi al matrimonio, non più dopo sei mesi come prima. Per i residenti all'estero, la cittadinanza italiana si acquisterà dopo tre anni dalla data del matrimonio.
Alcuni giornali parlano di boom ma personalmente penso che i dati siano la conseguenza di una maggiore presenza di Cittadini immigrati. I numeri lo confermano. Alcune considerazioni sono però d’obbligo lette alcune mail arrivate a sucardrom.
Innanzitutto non ci sono cifre sui matrimoni misti, in cui il coniuge immigrato sia irregolare. Abbiamo solo i dati assoluti, circa diecimila matrimoni misti all’anno. Ma anche se per assurdo considerassimo tutti i matrimoni misti lo strumento per regolarizzarsi in Italia e confrontassimo questo dato con il numero stimato di irregolari (la Ue stima 570mila irregolari in Italia con un’incidenza sulla popolazione complessiva inferiore a quella di Grecia, Germania e Regno Unito) capiremmo che è stupido parlare di boom o di emergenza come fanno alcuni.
E’ anche abbastanza lampante che chi vuole regolarizzarsi non è di certo un pericoloso criminale che vive meglio nell’ombra, ma è chi vuole vivere alla luce del sole, offrendo il proprio contributo alla crescita del nostro Paese. Dovremmo quindi riflettere di quanto sia difficile in Italia regolarizzarsi (come ha dimostrato il caso “badanti”) e su come sarebbe utile riscrivere la legislazione vigente. In ultimo, invito tutti a rivedersi il film Green Card perché a qualcuno non venga la voglia di emulare i nostri amici statunitensi. di Carlo Berini

Parma, Rom: non solo "campi nomadi"

La famiglia Ibraimov è uno dei primi nuclei che ha ottenuto un alloggio popolare grazie al "progetto rom" del Comune. Un'iniziativa, tra le poche in Italia, che cerca di integrare i rom affrancandoli dalla logica dell'assistenzialismo
Nell’Italia dell’emergenza sicurezza la parola rom è diventata sinonimo di criminalità e disprezzo per le regole, ma il calore di una famiglia come quella di Orhan e Jasa spazza via ogni pregiudizio. Il loro piccolo e accogliente appartamento di via Navetta è lontano anni luce dallo stereotipo dello "zingaro" che vive di furti ed elemosina rifugiandosi in un "campo nomadi" alla periferia della città. Quelle quattro mura colorate da soprammobili di porcellana e innumerevoli mazzi di fiori variopinti sono il simbolo dell’integrazione e raccontano una storia iniziata in Macedonia e finita a Parma. Dove i coniugi Ibraimov, dopo una vita di stenti tra accampamenti abusivi, edifici occupati e roulotte, grazie al “progetto rom” del Comune, sono riusciti a ottenere un alloggio popolare per potersi finalmente stabilire e crescere in serenità i propri figli.
Madre e padre sono poco più che trentenni, ma le loro spalle portano il peso di anni di sacrifici, celati in fondo allo sguardo stanco di Jasa. “Per me – racconta - arrivare al campo di strada del Cornocchio è stato come entrare in albergo, perché dopo aver vissuto in mezzo alla strada tutto mi sembrava un lusso”. Anche se all’inizio mancavano l’acqua e il riscaldamento. “C’era freddo da morire”. Ma sempre meglio che dormire in macchina con i bambini piccoli e affamati in attesa che il padre torni dal lavoro. Mai fatto l’elemosina? “Io sono un lavoratore – risponde Orhan – non sono venuto qui per mendicare”. Altrimenti sarebbe rimasto in Macedonia, il suo paese d’origine, dove aveva una casa ma, in quanto rom, era comunque discriminato. “Nel nostro Paese i rom sono costretti a vivere in case pericolanti, dove intere famiglie dormono in una sola stanza. Mio padre, pensionato, riceveva dallo stato un contributo di 15 euro al mese. Quella non è vita”. Trovare un impiego per Orhan era diventata un’impresa impossibile, così nel 1996 ha deciso di emigrare in Italia con Jasa in cerca di fortuna. Continua a leggere…

lunedì 25 agosto 2008

Tanta ipocrisia anche al Meeting di Rimini

La “Chiesa non è, in quanto tale, un soggetto politico”. Si apre il Meeting di Comunione e Liberazione con il cardinale Angelo Bagnasco, presidente dei vescovi italiani, che rimettere i puntini sulle “i”. Bagnasco riprende le parole di Benedetto XVI pronunciate al Convegno ecclesiale di Verona, quando “con molta chiarezza e puntualità”, il Pontefice “ha affermato che la Chiesa non è, in quanto tale, un soggetto politico”.
La ventinovesima edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli intitolata “O protagonisti o nessuno” vuole riflettere sul concetto di persona. La parola protagonista, che è una accezione positiva del concetto di persona, è molto usata nella nostra società; per questo motivo Cl vuole tenere nella giusta considerazione il contesto storico in cui viviamo. Ricchissimo il programma che vede nelle testimonianze il suo fulcro centrale. Naturalmente nessun Sinto o Rom è stato a chiamato a “testimoniare”
Nel programma leggiamo: «Chi, se non uomini che vivono realmente da protagonisti, può confrontarsi con il titolo della prossima edizione del Meeting? Dal Brasile alla Siberia, dalla Russia al Medio-Oriente, fino ad una commovente esperienza all’interno delle carceri italiane, al Meeting si potranno incontrare uomini e donne che testimoniano, con la loro vita e le loro opere, l’esistenza di una positività ultima, concreta e sperimentabile, per la quale vale la pena spendersi, fare sacrifici e costruire».
Noi di sucardrom rimaniamo quindi stupiti dall’assenza di Rom o Sinti tra i tantissimi invitati. Scorrendo il programma ricchissimo ci si accorge subito che a Rimini si discuterà di molto ma non della questione sinta e rom che ha visto l’Italia protagonista (in negativo) sulle pagine di tutti i giornali del mondo da un anno a questa parte. Anche in questo caso, come per altro alla Festa Nazionale del Partito Democratico, l’assenza di Sinti e Rom è il segno più evidente di quanto siano negati spazi a queste minoranze.

domenica 24 agosto 2008

Milano, DeCorato è triste: non trova circa ventimila rom

In circa un anno e mezzo a Milano ci sono stati circa 80 sgomberi di Rom e Sinti da aree occupate abusivamente e 350 allontanamenti da pubbliche vie: “Sono operazioni - afferma il vice sindaco e assessore alla Sicurezza Riccardo De Corato - che hanno consentito di contenere e ridurre l'emergenza rom”. Il vice sindaco commenta così la chiusura del censimento operato nei 12 campi autorizzati di Milano, dove risiedono complessivamente circa 1180 Rom e Sinti. Il problema è che non si trovano proprio i 25.000 Rom rumeni che avevano, secondo DeCorato, invaso Milano.
Ed ecco quindi la giravolta… “I numeri del censimento sono quelli che aspettavamo - dice De Corato - e non costituiscono una sorpresa. Nella flessione delle cifre contano indubbiamente il fatto che le identificazioni siano state fatte d'estate. Ma anche la buona e costante azione di 'moral suasion' attuata da Comune, Prefettura e Questura”.
“Se oggi la situazione è meno pesante rispetto a un anno e mezzo fa - spiega ancora De Corato - lo si deve proprio all'azione costante di alleggerimento nelle aree occupate abusivamente operata dal Comune attraverso la Polizia Locale e da Prefettura e Questura con le forze dell'ordine, cui va il dovuto ringraziamento. Senza dimenticare l'applicazione della direttiva Ue sul diritto di soggiorno oltre i 90 giorni dei comunitari, che ha consentito attualmente l'identificazione di circa 2400 soggetti, prevalentemente rom romeni, in seguito ai controlli nelle baraccopoli, nei campi e agli angoli delle strade”. Ma tutti a Milano sanno che dopo uno sgombero, senza alternative abitative, si riforma immediatamente un nuovo insediamento.
La realtà è che di questo ennesimo “censimento” non vi era proprio bisogno, soldi buttati al vento e una forma sempre più intensa di discriminazione che viene attuata contro i Sinti e Rom milanesi, come ribadito dal Consiglio d’Europa.
Naturalmente DeCorato chiude l’intervento con una perla: “A don Colmegna che chiede casa e lavoro per i rom - conclude De Corato - dico che prima di loro ci sono migliaia di milanesi che attendono un alloggio popolare. Gente che ha fatto sacrifici lavorando e che ora auspica una casa in assegnazione per la propria famiglia. Non dimentichiamo che il Comune per la gestione dei 12 campi autorizzati ha speso lo scorso anno circa 11 milioni. Comincino i rom a rispettare i patti, andando a lavorare e mandando i figli a scuola, prima di rivendicare diritti”. Noi di sucardrom attendiamo con tristezza nuovi sgomberi…

Padova, i Sinti ringraziano il Vice Sindaco Claudio Sinigaglia

Sfogliando i giornali, ci siamo imbattuti nella risposta del vicesindaco Claudio Sinigaglia al consigliere Domenico Menorello, che accusa l'Amministrazione Comunale di favorire noi Sinti, regalandoci alloggi che invece ci stiamo costruendo da soli, e che rappresentano per noi un passo fondamentale verso l'integrazione, per uscire finalmente dallo stato di emarginazione in cui siamo costretti a vivere.
Grazie Assessore, perché ha sostenuto sin dall'inizio il progetto di autocostruzione, nato da noi Sinti e dall'Opera Nomadi che da tanti anni lavora sul territorio padovano per difendere i nostri diritti.
Grazie, perché con le sue parole contribuisce a scardinare il muro di disinformazione che qualcuno intende creare intorno al nostro gruppo e a questa iniziativa coraggiosa, che molti in Italia e all'estero stanno guardando con interesse.
I soldi stanziati per il Villaggio della Speranza permettono alla Cooperativa Padovana Muratori di fornirci gli strumenti per tirare su le nostre case, e ciò per noi significa costruirci un futuro. Gli uomini del “campo” hanno frequentato un corso di formazione, da due mesi mettono la loro passione ed il loro impegno nella malta e nei mattoni che, giorno dopo giorno, si trasformano in muri. Il loro stipendio viene in parte trattenuto per sostenere le future spese di locazione, perché, come lei ha spiegato perfettamente, gli alloggi rimarranno di proprietà del Comune di Padova. Ciascuna delle nostre famiglie pagherà regolarmente un affitto, facendosi carico autonomamente di tutte le spese.
Imparare un mestiere come quello del muratore significa per noi la possibilità di un percorso di integrazione lavorativa che ci porterà fuori dal degradante circolo vizioso dell'assistenzialismo. Questo lei lo capisce perfettamente altri no!
Anche noi siamo italiani, cittadini padovani da generazioni cittadini di serie B, costretti da anni a vivere in roulotte all'interno di un “campo” circondato da mura, perché chi è fuori non debba accarezzare con lo sguardo la realtà della discriminazione e della povertà.
È vero! Viviamo in tempi tristi: Sinti e Rom sono sempre più spesso il bersaglio di accuse, atti di razzismo, discriminazione, anche quando cercano, come noi, di migliorare la loro condizione lavorando onestamente. Ci sentiamo attaccati, vilipesi da coloro che contribuiscono ad alimentare l'odio nei nostri confronti per distogliere l'attenzione dai problemi del vivere quotidiano che colpiscono noi come la gran parte dei nostri concittadini. Grazie Assessore, perché ancora una volta sta sostenendo la nostra battaglia, la nostra voglia di dimostrare che siamo persone normali, con desideri ed aspirazioni normali che, dopo anni di buio e di miseria, cercano una strada per il riscatto, per poter finalmente vivere e non sopravvivere, senza arrecare alcun danno ai cittadini padovani, che speriamo prestino ascolto alle Sue e alle nostre parole. I Sinti di Via Tassinari e l'Opera Nomadi di Padova

Crema (CR), la cultura rom affronta i pregiudizi

Lo Spazio Donne della Festa Centrale del Partito Democratico ha affrontato ieri sera un tema di stretta attualità, il problema rom e gli atteggiamenti razzisti nei confronti di questa etnia, oggi più che mai protagonista della cronaca.
Ospiti dello spazio Trame di Terra, Pietro Cheli, giornalista e coautore con Guido Barbujani del saggio Sono razzista ma sto cercando di smettere e Alexian Santino Spinelli, ambasciatore della cultura Rom nel mondo.
Assente, il giornalista di Radio Popolare Claudio Agostoni, che avrebbe dovuto coordinare l’incontro. Il libro, pubblicato da Laterza a giugno, nasce da un incontro tra Cheli e il genetista Guido Barbujani avvenuto lo scorso anno durante il Festival della Mente di Sarzana e si propone di smascherare i luoghi comuni legati alla provenienza delle persone.
In seguito ad alcuni eventi di cronaca nera che hanno visto un inasprirsi della posizione dei Rom nel nostro paese, i due autori hanno deciso di scrivere un libro sul razzismo e sui luoghi comuni ad esso correlati.
Nonostante studi approfonditi abbiano dimostrato da tempo che non esistono diversi tipi di razze umane, alcune convinzioni non smettono di circolare. Cheli e Barbujani ribadiscono, con uno stile vivace e ironico, che siamo tutti discendenti dagli stessi antenati africani che hanno colonizzato in poche migliaia di anni tutto il pianeta, niente razze, ma molte differenze, scritte soprattutto nella nostra cultura, nei tanti luoghi comuni e pregiudizi che ci accompagnano ogni giorno.Alexian Santino Spinelli, musicista, ma soprattutto docente di cultura romanì a Trieste, denuncia l’informazione inquinata a cui tutti siamo soggetti «E’ in atto una vera e propria strategia di repressione dei rom in Italia, sembra di essere tornati alle leggi razziali del Manifesto della razza promulgate dal fascismo nel 1938; gli stessi campi nomadi non sono altro che una forma di degrado, di segregazione di un popolo, quello rom, nomade non per natura, ma per costrizione. Esiste una cultura romanì che rappresenta un patrimonio per l’umanità e che va tutelata, non eliminata». E, poiché la cultura di un popolo si manifesta anche con la musica, Alexian e il suo gruppo di musicisti si sono esibiti in un concerto di musica romanì.

Ci sono minori e minori, come ci sono genitori e genitori...

Alcuni giorni fa è stato pubblicato un interessante articolo da Il Secolo XIX: i figli devastano la scuola, i genitori accusano i carabinieri. Nell’articolo si evidenziano quattro storie che vedono protagonisti dei minorenni: una scuola devastata a Spotorno; la ferrovia incendiata ad Alberga; un appartamento violato ad Albisola Superiore; un treno “violentato” tra Savona e Genova.
Sono tutte e quattro notizie di cronaca del savonese. Il giornalista, Dario Freccero, ci spiega cosa è successo nei primi tre casi, del quarto non parla. Ma già dalle prime righe il giornalista si interroga sull’esplosione di delinquenza adolescenziale e sull’altrettanto esplosiva non curanza genitoriale.
In particolare, Dario Freccero, punta il dito sull’episodio della scuola devastata a Spotorno. Infatti in quel caso, secondo quanto riferisce il comandante della Compagnia di Savona, i genitori dei minori hanno accusato i Carabinieri: «Come vi permettete di accusare i nostri figli, non sono dei barbari, non sono stati loro, pensate bene a quello di cui li accusate».
Il giornalista ci spiega che non vi erano dubbi sulla paternità dell’atto. I cinque minori erano stati infatti trovati a fuggire dalla scuola e con le suole delle scarpe ancora sporche della polvere bianca dell’estintore spruzzato ovunque. Naturalmente il Comandante dei Carabinieri era amareggiato per quanto successo.
Nel secondo caso analizzato, avvenuto ad Alberga, i genitori si comportano diversamente. Infatti il Comandante dei Carabinieri, Gaetano Noè, afferma: «In questo caso i genitori si sono mostrati increduli ma avvilitissimi per l’accaduto e per fortuna severi con i figli certo pensare che ragazzini così giovani, in vacanza al mare, si divertano così, fa pensare». I minorenni, in vacanza, hanno scagliato delle bottiglie molotov contro la massicciata della ferrovia di Alberga, per fortuna senza fare danni.
Nei due casi esposti nessun provvedimento è stato preso verso i minori o i genitori, al contrario di quanto successo nel terzo caso illustrato dal giornalista de Il Secolo XIX. L’episodio è successo ad Albisola Superiore una coppia di ragazzi è stata fermata dai carabinieri durante un tentativo di furto in un alloggio di via Alle Cantine. Per questi minori il giornalista esprime un’attenuante: “non essere turisti in vacanza ma rom con famiglie sgangherate e assenti”. Che conferma anche il Comandante dei Carabinieri: «Almeno loro hanno la giustificazione di non avere una famiglia presente». Il risultato tutti i minori a casa meno i due ragazzi rom che finiscono uno in una casa-famiglia e l’altro in un centro per minori di Genova. Quando si dice la giustizia…

La sinistra italiana deve ritrovare la via dei diritti umani

Un amico Sinto italiano, uomo di sinistra da tanti anni, ci scrive, esponendoci i suoi dubbi e le sue speranze riguardo alla posizione del suo partito nei confronti dei Rom e dei Sinti in Italia:
“Cari Roberto e Dario, cari compagni, ci siamo conosciuti qualche anno fa a Bologna, durante la proiezione del vostro bel film L'Uovo, un’allegoria profetica che spiega, secondo me, come nasce l'intolleranza verso chi è diverso. Ho una domanda che mi assilla da tempo: è conciliabile che un 'nomade' continui a credere in questa sinistra e nelle organizzazioni per i diritti umani che essa sostiene? E' vero, il Partito Comunista e la corrente progressista non esistono più. E' anche vero che quando si parla di Rom e Sinti, non sono più così evidenti le differenze fra destra e sinistra. Ma l'alternativa per uno 'zingaro' non può essere solo l'anarchia. Cosa ne pensate?”
Rispondono Roberto Malini e Dario Picciau. Cari amici, come giustamente sottolineate, in questo frangente destra e sinistra inseguono il consenso dell'elettorato cavalcando il pericoloso "destriero" della sicurezza, che il movimento razzista, un'ideologia transpartitica, ha demagogicamente e in mala fede identificato nei Rom, nei Sinti e nei "clandestini".
Una scelta xenofoba e intollerante, perché i problemi di sicurezza sono ben altri: la criminalità organizzata, la corruzione politica, l'inadeguatezza delle forze dell'ordine, la pericolosità sulle strade e negli ambienti di lavoro, la violenza razzista (i cui autori, spesso squadre armate, non vengono perseguiti dalle autorità).
Riguardo poi ai crimini sessuali e alle violenze sulla persona, come Amnesty International ha ribadito attraverso diverse campagne, il nemico non è "fuori", ma "dentro": oltre il 90% di tali atti criminali vengono infatti compiuti fra le mura domestiche.
Ai politici, però, fa comodo indicare, quando servono voti o consenso, un capro espiatorio indifeso ed esterno alla famiglia, simbolo - oggi come negli anni del nazifascismo - della "nazione" e della "razza": adesso gli "zingari" e i rifugiati (perché chiamare "clandestino" o addirittura "autore di reato di clandestinità" un essere umano che cerca rifugio nel nostro Paese, per sottrarsi a guerre, carestie, condizioni di indigenza inaccettabili?), domani, non ci si illuda, le altre minoranze.
Votare a sinistra o impegnarsi nelle organizzazioni per i diritti umani che gravitano attorno alla sinistra è un atto di fede nel domani, un auspicio che le forze politiche che dovrebbero essere vicine alle classi sociali più vulnerabili ritrovino la loro anima. La Comunità ebraica, per esempio, sostiene la destra, che mantiene buone relazioni con Israele, ma così facendo regala il suo consenso a forze politiche antisemite, neofasciste e intolleranti.

Personalmente, ribadiremo sempre e in ogni sede che le ultime elezioni politiche costituiscono un gigantesco broglio, un'immane truffa perpetrata ai danni del popolo italiano, perché è iniquo, secondo le leggi nazionali ed internazionali, condurre una campagna elettorale su basi di xenofobia e razzismo. E' necessario impegnarsi perché un fenomeno perverso come quello verificatosi in occasione del suffragio dello scorso aprile non si ripeta mai più.
Non bisogna dimenticare, però, che fu proprio la sinistra ad aprire la strada all'attuale governo xenofobo, ancora più intollerante del regime di Mussolini: fu il precedente governo, infatti, a iniziare la campagna razziale, gli sgomberi senza alternativa, la persecuzione del popolo Rom.
E' importante riconoscere, tuttavia che vi sono persone che si impegnano dall'interno delle forze politiche e umanitarie di sinistra per ripristinare in esse una linea di condotta tollerante e antirazzista. Tocca a loro, uomini e donne illuminati, cercare di far comprendere ai compagni che non bisogna temere di tornare sulla via dei diritti umani e che è una pericolosa devianza competere con la destra sui temi della "legalità" e della "sicurezza", per conseguire e mantenere risultati elettorali.
La sinistra dei diritti umani, al contrario, deve impedire - senza eccezioni - che la controparte politica attui propaganda razziale e xenofoba. Se continuasse a imitarla, seminando fra la popolazione italiana pregiuizi e terrori immotivati, il confine che separa fascismo e antifascismo sarebbe cancellato per sempre. di Roberto Malini e Dario Picciau, Gruppo EveryOne

sabato 23 agosto 2008

Reggio Calabria, l'Opera Nomadi chiede al Sindaco di cambiare rotta

Dopo un anno esatto dalla demolizione dell’ex caserma 208, sei famiglie rom che avevano abbandonato l’insediamento perché il Sindaco aveva promesso loro l’assegnazione di un alloggio in dislocazione entro dicembre 2007, ancora oggi non hanno una casa. Tre famiglie vivono in albergo da un anno con tanto di bambini piccoli, due sono ospiti dei parenti e una è in affitto.
L’Amministrazione da mesi non da alcuna risposta a queste famiglie che continuano a chiedere la sistemazione promessa in dislocazione, ma spesso non vengono nemmeno ricevuti. In questi giorni una delle famiglie che risiede in albergo, è stata invitata per il 25 agosto ad accettare un alloggio ad Arghillà (in foto) dove sono concentrati già 106 nuclei rom.
Eppure dopo l’abbattimento del ghetto storico del “208” il Sindaco ha avviato una vera campagna mediatica di livello nazionale, dichiarando che la sua Amministrazione ha trovato un “modello ” (modello Reggio) per l’inclusione sociale dei Rom e l’eliminazione dei ghetti che si basa sull’equa delocalizzazione delle famiglie sul territorio e sul dialogo con i Rom. Ma la realtà è ben diversa rispetto a quanto dichiarato.
Il dialogo con i Rom si è sviluppato solo nel mese di agosto 2007 quando era necessario convincere le famiglie a lasciare il “208” senza che gli venisse assegnato un alloggio, ma poi tutto è finito. L’Amministrazione comunale ha avuto sì il merito di aver applicato effettivamente l’equa dislocazione per 40 nuclei, ma nello stesso tempo ne ha ghettizzato altri 30 ad Arghillà, quartiere-dormitorio dove già risedeva una comunità rom numerosa, contribuendo a realizzare il più grande ghetto della storia della città.
L’Amministrazione non ha rispettato la delibera del Consiglio comunale del giugno 2005 con la quale la massima Assemblea aveva deciso che ad Arghillà dovevano essere allocati non più di 12 famiglie e non 30 come poi è avvenuto.

Ma quello che è più grave che questo non sembra un semplice errore di rotta, ma un preciso orientamento. Difatti nelle prossime settimane, oltre alla famiglia del “208”, tante altre famiglie rom verranno invitate ad accettare un alloggio ad Arghillà.
Il Sindaco, pur sapendo da tempo che 30 famiglie rom residenti a Ciccarello, vincitrici del bando 1999, hanno ricevuto un decreto di assegnazione di un alloggio per Arghillà a sua firma , non ha preparato alcun programma di equa dislocazione né ha risposto alle rinunce più volte presentate dalle stesse famiglie e quindi in questo modo li sta spingendo ad accettare questa sistemazione ghettizzante.
Per giustificare questa posizione del tutto contraddittoria rispetto al modello dell’equa dislocazione, qualche assessore sostiene da tempo che l’assegnazione di altri alloggi ad Arghillà è anche questa una forma di dislocazione. Secondo costoro è sufficiente che i nuclei vengano distribuiti nei vari condomini perché ci sia una delocalizzazione.
Oggi Arghillà è un quartiere isolato della città dove, nell’arco di quasi venti anni, attraverso la politica ghettizzante degli alloggi popolari è stata concentrata la popolazione più debole della città (rom e non rom), creando un tessuto sociale sempre più fragile. Un capitale sociale negativo determinato dalla somma di tanti svantaggi sociali hanno fatto di quest’area un “non-luogo” nel quale i residenti non hanno alcuna possibilità di migliorare la loro condizione già precaria, ma solo di vederla peggiorare.
Data la situazione è urgente non insediare altre famiglie svantaggiate (rom e non rom) ma anzi dislocare il maggior numero di famiglie rom e di altri soggetti svantaggiati in altre aree della città per offrire loro un habitat inclusivo e per migliore lo stesso tessuto sociale di questo quartiere.
Alla luce di questa necessità l’Associazione e la comunità rom chiedono al Sindaco di voler abbandonare l’orientamento intrapreso del concentramento ad Arghillà, aprendo il dialogo con le famiglie rom per costruire assieme un programma di equa dislocazione per le sei famiglie rom del 208, per quelle di Ciccarello e di Arghillà. Antonino Giacomo Marino, Presidente dell’Opera Nomadi di Reggio Calabria

venerdì 22 agosto 2008

Le beatitudini secondo Giovanardi, Gasaparri e soci...

Mahalla ha pubblicato un simpatico testo di Agostino Rota Martir, tratto dal “vangelo della casa della libertà”. Rilanciamo il testo perché è molto divertente.

Alzati gli occhi verso i loro elettori, Gasparri e Giovanardi così predicavano:
Beati voi ricchi, perché finalmente è ormai nostro il Regno dell'impunità e dell'affarismo.
Beati voi che ora siete sazi,
perché ora più nessuno potrà criticare o fermare la nostra abbondanza.
Beati voi che ora beatamente banchettate,
perché saranno altri a piangere e a dover tirare la cinghia.
Beati voi quando gli uomini ci ammirano e quando ci esalteranno adulandoci e i nostri avversari saranno visti come scellerati, a causa della nostra propaganda.
Ma guai a voi, poveri, vi dichiariamo guerra,perché ora avrete ciò che vi meritate: la smetterete di rovistare nei cassonetti...sarete finalmente identificati e multati!
Guai a voi affamati perché non potrete più infastidire la gente per bene mendicando ai semafori delle nostre ricche città, vi denunceremo e poi prenderemo i vostri figli.
Guai a coloro che vivono piagnucolando le loro miserie, perché saranno consolati dall'esercito che proteggerà la giusta quiete delle nostre città e per il loro bene prenderemo le loro impronte.
Guai coloro che oseranno parlare male di noi, che siamo i nuovi messaggeri della vera divina Provvidenza, perché i nostri guardiani dell'ordine non permetteranno più che falsi profeti disturbino la sicurezza della nostra patria e si permetta di mettere in dubbio i nostri valori cristiani occidentali. Meriteranno la sorte degli antichi profeti, come fecero i nostri padri verso costoro.

Io non sono razzista...

Alcuni anni fa, all’epoca delle prime rozze manifestazioni di linguaggio xenofobo e pararazzista di cui si servivano e si servono diversi esponenti della Lega Nord, è circolata per alcuni mesi, divenendo celebre, una barzelletta che mirava a stigmatizzare con un paradosso, quello squallido linguaggio e tutto il ciarpame che vi sta dietro.
La barzelletta è questa: un vucumprà africano entra in un bar per proporre la sua mercanzia. Il proprietario dell’esercizio, appena ne percepisce la presenza, lo apostrofa con male parole e lo caccia dal locale a spintoni, fuori dalle balle brutto negro! Il malcapitato vucumprà reagisce, razzista! E il barista rabbioso, non sono io che sono razzista è lui che è negro!
L’autore di questa barzelletta descrive quello strano ibrido di razzismo e di indignata permalosità, che caratterizza molti esponenti dell’attuale esecutivo che pretendono di avere la libertà di varare provvedimenti di stampo autoritario e razzista, ma trovano intollerabile l’essere accusati di razzismo ed autoritarismo.
Ora, se ad accusarli è un organo di stampa o un organizzazione che essi possono agevolmente collocare nell’amplissimo spettro dell’internazionale comunista - ovvero tutti i partiti non alleati e non proni alla volontà di Berlusconi e il 90% della carta stampata e dei media televisivi - non ci sono problemi, ma se a farlo è il più diffuso settimanale cattolico del paese, per gli esponenti più avveduti del Pdl la questione si fa più spinosa. Bisogna che la Santa Sede e la Conferenza Episcopale prendano le distanze, il che puntualmente avviene.

I rappresentanti più guasconi della destra, come l’acuto Gasparri e il crociato Giovanardi, tripudiano e sentenziano: Famiglia Cristiana è un orrido foglio bolscevico! Ma il sommo pontefice Benedetto XVI, a mio parere, si rende subito conto dell’insidioso scivolone commesso dalle gerarchie con la troppo calorosa e troppo schierata presa di distanza dal direttore di Famiglia Cristiana Don Sciortino, e corregge il tiro con una vibrata omelia contro il pericolo attuale e presente del razzismo.
Un indignato Giovanardi si affretta a precisare che il Papa parla in generale e non si riferisce certo all’Italia, e lui lo può ben dire perché milita nell’Associazione Italia/Israele dall’età di diciotto anni e dunque lui ha il certificato di buona condotta antirazzista rilasciato da qualche buon «parroco» ebreo che vuole tanto bene al governo israeliano.
Il mitico Giovanardi ci scuserà se dissentiamo da lui e pensiamo che Benedetto XVI, pur senza farne menzione per ovvie ragioni di prudenza, si riferisca proprio all’Italia. Il pontefice è tedesco, è stato bimbo e adolescente mentre il nazismo celebrava i suoi «fasti», sa quali sono i frutti avvelenati del razzismo, anche del più «ragionevole», sa bene quale irrimediabile vulnus riceverebbe la Chiesa qualora oggi, il suo pastore, non si schierasse risolutamente contro la peggior peste della storia dell’umanità.
Proviamo anche noi a pensare per un istante cosa sarebbe accaduto se il provvedimento di prendere impronte digitali ai bimbi rom, l’avesse presa un ministro degli interni tedesco. Al ministro Maroni non piace essere considerato un razzista, è comprensibile, probabilmente in termini assoluti non lo è, si limita ad usare la suggestione razzista per scopi politico-elettorali. Ma questo calcolo è comunque razzista, così come è razzista chi glissa, chi attenua, chi volge la testa da un’altra parte.
Le ramificazioni della pandemia razzista sono molteplici, alcune sono sotterranee, ambigue, sfuggenti, per riconoscerle è meglio fare riferimento agli specialisti della questione e, anche se non sono gli unici titolati, i grandi specialisti di razzismo sono inequivocabilmente le minoranze e le genti che lo hanno subito. di Moni Ovadia

Torino, sfiorata la tragedia

La piccola Pompea non poteva sapere a quale pericolo sarebbe andata incontro. A quattro anni da poco compiuti, quella presa della corrente era solo un gioco come un altro. Un oggetto da tormentare, da esplorare centimetro per centimetro. Come fanno tutti i bambini piccoli con le cose che non conoscono. Fino a quando le sue ditine da bimba non hanno toccato quel cavo spelacchiato. E il suo corpicino è stato attraversato da una scarica da 220 Volt che per poco non la uccideva. Folgorata per un gioco che poteva trasformarsi nella peggiore delle tragedie.
Tutti, al “campo nomadi” di strada Aeroporto sanno benissimo che le colonnine che riforniscono di elettricità roulotte e baracche possono trasformarsi in trappole mortali. «Sono vecchie di trent’anni - spiega uno degli abitanti - e molte sono quasi inservibili. In queste condizioni, la sicurezza è solo un’opinione».
Tutte cose che, a quattro anni, la piccola Pompea non poteva sapere. E quindi le è sembrato del tutto normale toccare quella presa elettrica piena di cavi scoperti e guaine rosicchiate dai ratti. Fino a quando la corrente non ha iniziato a passare attraverso le sue membra. Per lunghissimi, interminabili, secondi, senza che il salvavita scattasse.
Non appena si sono accorti della tragedia in atto, gli uomini e le donne del campo hanno immediatamente soccorso Pompea, staccandola dall’abbraccio mortale dell’alta tensione. I sintomi che presentava il suo corpicino erano quelli tipici di una folgorazione: labbra violacee, pallore cadaverico, respirazione debolissima e affannata. Un quadro clinico che lasciava poche speranze e poco tempo per tentare di salvare la vita alla piccola.«Quando l’abbiamo vista in quelle condizione - continua uno degli abitanti del “campo” - abbiamo subito caricato Pompea in macchina e l’abbiamo portata in ospedale. Eravamo tutti disperati, terrorizzati che non ce la facesse. E invece, i medici del Maria Vittoria hanno compiuto il miracolo». Ora la piccola sta affrontando la sua lenta convalescenza. E dopo la tragedia sfiorata, il Comune si è deciso a rifare l’impianto di illuminazione che per poco non la uccideva. di Paolo Varetto

“Sporco negro”… e non succede niente

L’episodio è noto, anche se i giornali di oggi trattano la notizia in cronaca, con scarsa incisività e versioni simili, da verbale di polizia: un giovane di colore, 24 anni, picchiato e insultato da un branco di deficienti nostrani a Genova.
“Sporco negro, puzzi”, e via con calci e pugni. Così, senza motivo, contro un ragazzo colto, figlio di un funzionario ministeriale dell’Angola. Lui resta in piedi, resiste, capisce che se finisce a terra rischia davvero la vita.
Prima riflessione: ora tutti si domandano se si tratta di un gruppo organizzato di estrema destra. La polizia derubrica il branco a gruppo di balordi. Che cosa è meglio? Che cosa è diverso? Non è di per sé evidente il “pensiero” che sottende a queste imprese? C’è bisogno di cercare tessere di movimenti organizzati?
Seconda riflessione: questo razzismo squadrista sta nuotando in un mare di impunità e di consenso. Ho la sensazione che una parte del pensiero leghista più rozzo (non voglio generalizzare) stia diventando razzismo “virile” da esibire per una bella risata in compagnia, condita di luoghi comuni su neri, gialli, rossi, meticci, terroni, rom, diversi di ogni genere.
Questo pensiero “leghista” fa presa su giovani di nessuna lettura, di nessun interesse sociale, di buone bevute, e di ottime palestre. Il sottobosco che lega generazioni e ambienti diversi, interclassista, nordista, muscolare, è non solo tollerato ma anzi incentivato, perché è l’esercito dei pattugliatori, degli uomini d’ordine, di questa Italia impaurita, impigrita, intorpidita, silenziosa.
E la stampa, le televisioni pubbliche e private, gli opinionisti, volano alto, si preoccupano solo del versante politico della polemica (ad esempio fra Famiglia Cristiana e il governo), dimenticandosi che il primo compito è raccontare i fatti, essere sul posto, testimoniare la realtà in movimento.Vorrei sapere che cosa pensa di noi oggi il giovane angolano, che dice di amare l’Italia. Non credo sia difficile individuare i tredici aggressori all’uscita della discoteca di Genova. Vediamo quanto tempo ci mettono. Ho paura. di Franco Bomprezzi

Bari, “Japigia Gagi”

La complessa realtà dei Rom rumeni che vivono in Italia, in particolare in Puglia, è al centro del documentario “Japigia Gagi” che il regista Giovanni Princigalli ha presentato all’Istituto italiano di cultura di Buenos Aires.
Questo lavoro, ha indicato l’autore che era presente alla proiezione, ha partecipato al 19° “Incontro di arte e cultura del Mercosur” a Eldorado (Argentina settentrionale). “Jaipigia Gagi” è in sostanza un lavoro di “esplorazione” della comunità Rom di Jaipigia, a Bari, che ha permesso di approfondire una cultura di cui si parla molto, soprattutto per motivi legati alla sicurezza, ma di cui si conosce molto poco.
Il regista la racconta attraverso il punto di vista di quattro suoi membri, una ragazza di 17 anni rinchiusa in un istituto per minori che vuole tornare a casa dai genitori, un’adolescente che sogna di fare la modella, una bambina di undici anni che si rifiuta di andare a scuola perchè vuole continuare a fare compagnia alla madre che chiede l’elemosina ai semafori e un uomo di 35 anni che aspetta che arrivi la figlia dalla Romania.Princigalli, autore anche di Gli Errori Belli (2007) che tratta dei figli degli emigranti italiani in America che vogliono imparare la lingua dei genitori, ha vissuto in stretto contatto con gli abitanti di Jaipigia per oltre un anno. L'intento del documentario, ha precisato, è quello di “andare oltre la figura del rom che sta al semaforo, senza inseguire visioni romantiche e stereotipate”. Il film ha partecipato ad oltre 40 concorsi internazionali, ricevendo numerosi premi.

Reggio Emilia, ancora si discute sulla prima “kampina”

Il confronto negli organi istituzionali e con la città sul progetto ‘Dal campo alla città’ per l’inclusione sociale di un nucleo familiare di Sinti reggiani è stato ampio e trasparente. Basti ricordare che sono state tre le sedute del Consiglio comunale dedicate all’argomento, una seduta di Commissione consiliare ‘ad hoc’, due riunioni di Consiglio circoscrizionale e almeno sei le interpellanze in Consiglio comunale riguardanti direttamente il progetto, più un’interpellanza parlamentare. Per non parlare di altri momenti di confronto informali con comitati, associazioni, lettere e comunicati ai cittadini.
In queste occasioni, l’Amministrazione ha delineando con esattezza i contorni del progetto: accompagnare una famiglia (fra quelle oggi ospitate nel campo di via Gramsci) con caratteristiche e disponibilità adeguate a un percorso sperimentale di inclusione sociale, lavorativa e scolastica, inserendola in un’area idonea (la cosiddetta kampina, di fatto una microarea) ad ospitare il nucleo familiare.
Dunque, è provata dai fatti l’ampia disponibilità al confronto da parte dell’Amministrazione comunale su un progetto reso pubblico in ogni fase del percorso di attuazione, approvato dal ministero degli Interni e finanziato con un Fondo delle Nazioni Unite.La famiglia sinta è stata scelta, l’area è stata indicata e per la realizzazione della microarea l’Amministrazione comunale ha scelto una procedura legittima e trasparente, prevista dall’articolo 16 del Prg, che consente di attuare la variazione nei tempi corretti per l’attuazione del progetto sociale, tenendo conto fra l’altro del calendario scolastico, a cui si atterranno i minori della famiglia coinvolta nel progetto. A fine mese si aprirà il confronto nella Seconda Circoscrizione, con la presentazione e discussione del progetto nel quartiere. (in foto il Sindaco di Reggio Emilia)

giovedì 21 agosto 2008

Partito Democratico, l'ipocrisia nella festa nazionale

E' stata presentata la prima edizione della "Festa Democratica", la festa nazionale del Pd che si terrà alla Fortezza da Basso di Firenze dal 23 agosto al 7 settembre. Durante queste due settimane sono previsti incontri e faccia a faccia tra i big del partito ed esponenti della maggioranza, della sinistra e del mondo sindacale (qui il programma).
Tra i ministri saranno presenti Bossi e Tremonti, mentre spicca l'assenza del premier Berlusconi, “non invitato” dagli organizzatori. Una festa che arriva in un momento delicato per il partito, scosso al suo interno da polemiche e divisioni.
Nella 16 giorni democratica, che prende idealmente il posto della Festa Nazionale dell'Unità, ci saranno 120 incontri ed oltre 370 oratori ma nessun Sinto o Rom è stato invitato. E questo mi dispiace perché secondo il segretario del Pd Walter Veltroni, lo scopo della Festa è dare voce all'Italia che vorrebbe emergere: “C'è un'Italia che nessuno osa più raccontare, un'Italia cui abbiamo provato a dar voce in questa festa; l'Italia dei talenti soffocati, quella delle intelligenze costrette a emigrare, quella di chi vorrebbe colorare il futuro e ha davanti solo grigio e mediocrità, quella di chi vorrebbe riconoscere i suoi nuovi vicini ma ha paura e avverte insicurezza”.
Una dichiarazione che lascia l’amaro in bocca e mi spinge a ritenerla un po’ ipocrita perché mentre tutta l’Europa e tutto il mondo Occidentale sono molto preoccupati su quanto sta succedendo in Italia, una svolta xenofoba e razzista, la principale forza politica di centro-sinistra si defila in maniera indecorosa.
Certo hanno invitato i Gogol Bordello che suoneranno nello spazio arena spettacoli la sera di mercoledì 27 agosto ma è il solito modo ipocrita per avvallare i tipici stereotipi: se fate i giullari va bene ma non va bene se aspirate a decidere del futuro di questo Paese o anche del solo vostro futuro.
Ancora più preoccupato sono nel veder di nuovo sbocciare la molto interessata “love story” con Umberto Bossi e il suo movimento politico che ha sempre fatto della paura xenofoba il suo cavallo di battaglia.
Ed è da rilevare che in Europa non sono tanto preoccupati di quanto sta succedendo a Sinti e Rom ma a ciò che potrà succedere ad altre minoranze nel prossimo futuro perché tutti sanno che si inizia sempre con i Sinti e Rom e si finisce per travolgere tutti, come la storia insegna. Purtroppo noi italiani così legati alla storia (e in Europa ci prendono in giro tutti) non siamo mai capaci di imparare proprio dalla tanto amata.
Questo è un ennesimo campanello (meglio dire campanaccio) d’allarme per la Commissione europea e per tutto il Parlamento europeo perché se non sarà capace di agire velocemente, come già sperimentato con l’Austria, il disastro è alle porte. di Carlo Berini

mercoledì 20 agosto 2008

Milano, la federazione incontra il Prefetto Lombardi

Il 30 luglio 2008, una delegazione della federazione Rom Sinti Insieme ha incontrato il Prefetto Lombardi, Commissario per l’emergenza “nomadi” in Lombardia. La delegazione della federazione era formata da Radames Gabrielli (Nevo Drom, vice presidente della federazione), Eva Rizzin (Sucar Drom e OsservAzione, consigliere della federazione), Davide Casadio (MEZ, consigliere della federazione), Giorgio Bezzecchi (Romano Drom, aderente alla federazione), Dijana Pavlovic (consigliere della federazione) e Carlo Berini (Sucar Drom, aderente alla federazione). Il Prefetto di Milano, dottor Lombardi era assistito dal Capo di Gabinetto e da una collaboratorice.
Dopo una breve presentazione della Federazione si è aperta una lunga discussione sull’Ordinanza n. 3677 e sul documento Linee guida del Ministero dell’Interno. La Federazione ha ritenuto positivo il cambiamento introdotto nel nuovo documento che di fatto non impone più ai Commissari della Lombardia, Lazio e Campania di procedere indistintamente all’identificazione e censimento delle persone, anche minori di età, e dei nuclei familiari presenti nei cosiddetti “campi nomadi”, attraverso rilievi segnaletici.
Il Prefetto Lombardi ha più volte ribadito che il primo intervento fatto in Lombardia il 6 giugno scorso, alle cinque e trenta di mattina, da circa settanta tra agenti di polizia di stato, polizia municipale e carabinieri con furgone della scientifica nel “campo comunale” di via Giuseppe Impastato 7, è stato caratterizzato da un eccesso di zelo che non si è più ripetuto ne si ripeterà.
Il Prefetto ha anche sottolineato che ad oggi sono state censite 1.000 persone a Milano e che solo a quattro persone (cittadini extra-comunitari non rom) sono state rilevate le impronte digitali, perché non erano in possesso di nessun documento.
«La mia opera -ha sottolineato il Prefetto Lombardi- è dettata dal solo bisogno di capire quante persone vivono nei campi nomadi a Milano». I membri della Federazione hanno ribadito al Prefetto che i dati che rileverà non saranno dissimili ai dati che già sono in possesso al Comune di Milano, circa 5.500 persone.
I membri della federazione hanno a più riprese chiesto una partecipazione diretta dei Sinti e dei Rom milanesi anche seguendo quanto sta già facendo il Prefetto Mosca a Roma. Si è chiesta l’istituzione di un tavolo di confronto regionale, di un tavolo metropolitano per Milano e tavoli per ogni singola Provincia lombarda. Questo per evitare azioni calate dall’alto che hanno sempre dimostrato la loro inefficacia. In particolare è stato presentato un progetto di mappatura dei bisogni espressi dalle comunità sinte e rom, dalle Istituzioni e dagli Enti Locali per modulare efficacemente qualsiasi intervento. Il progetto è stato già attuato in alcuni territori della Lombardia e del Nord Italia dall’associazione Sucar Drom.

La federazione ha chiesto al Prefetto Lombardi di investire risorse in manifestazioni culturali per far conoscere le ricchezze espresse dalle minoranze sinte e rom. Ribadendo che tale azione è considerata prioritaria per uscire da logiche stereotipate e discriminanti.
Durante l’incontro si è consumato un duro scontro tra alcuni membri della federazione, il Prefetto Lombardi e il Capo di Gabinetto sull’applicazione del “patto di socialità e legalità”. Carlo Berini e Giorgio Bezzecchi hanno ribadito che la firma, (per come è stato concepito, non è un atto puramente simbolico perchè, se trasgredito, autorizza i responsabili del campo ad allontanare dal campo i trasgressori), implica una presunzione di colpevolezza. Un principio, questo, che non esiste nel nostro statuto giuridico. Inoltre incide non ad un soggetto individuale sulla base del principio della responsabilità personale ma ad un soggetto collettivo, i Rom e Sinti, riconosciuti come tali per la loro appartenenza etnica, violando così i principi stessi della Costituzione.
La federazione ha ribadito che l’esperienza di via Triboniano è fallimentare e che l’intenzione del Comune di Milano di applicare tale “regolamento” a dei cittadini italiani sarà oggetto di un’azione legale per discriminazione razziale diretta. Tutti i membri della federazione hanno di nuovo ribadito che la responsabilità è esclusivamente personale e non saranno accette azioni che colpiscano il diritto di esistenza di intere famiglie nel territorio milanese. Il Prefetto Lombardi non sembra che abbia recepito il messaggio, viste le agenzie stampa di oggi.
Durante l’incontro si sono portate a conoscenza del Prefetto Lombardi diverse forme di discriminazione (in particolare: divieti di sosta ai “nomadi” e libertà religiosa) e si sono chiesti alcuni chiarimenti su quanto successo negli ultimi mesi riguardo ad alcuni sgomberi a Milano, censurando alcune azioni.
In ultimo la Federazione ha chiesto al Prefetto Lombardi di assumere come suoi consulenti un Rom e un Sinto per meglio comprendere la realtà diversificata delle minoranze sinte e rom in Lombardia.
Il Prefetto Lombardi si è impegnato a incontrare in ottobre la federazione per discutere tutti gli interventi da mettere in atto una volta completato il censimento a Milano.

Milano, trenta famiglie saranno cacciate da via Triboniano

Almeno venti o trenta famiglie rischiano lo «sfratto». La situazione, ammette il vicesindaco Riccardo De Corato, «non è soddisfacente, a settembre daremo una stretta e molti se ne dovranno andare». È passato più di un anno e mezzo da quando i Rom rumeni di via Triboniano firmarono con il Comune e le associazioni del terzo settore il Patto di socialità e legalità.
Il regolamento prevede che possa essere considerato membro del campo solo chi manda i propri figli a scuola, ha un lavoro, dimostra di avere un reddito e rispetta le regole igienico-sanitarie. Chi trasgredisce è cacciato fuori.
Peccato che da allora, nonostante i frequenti controlli dei vigili, la situazione è rimasta critica: ancora pochi giorni fa il censimento dell’area 3, quella occupata non da container ma esclusivamente da roulotte, ha portato a sei occupanti spediti in questura perché senza badge e documenti. E De Corato spiega che gli stessi operatori della Casa della carità, che gestisce il campo, si lamentano e segnalano quanti hanno dimenticato il contenuto del patto.
«La scena è sempre la stessa - si lamenta il vicesindaco, che è anche assessore alla Sicurezza - basta andare qualsiasi giorno all’ora di pranzo e si vedono uomini al campo, dunque non a lavorare, impegnati a giocare a carte. Molte famiglie inoltre non hanno mandato i bambini a scuola nel corso dell’anno. Non è in discussione il patto, ma è ora di verificare per bene chi non lo sta seguendo e queste famiglie dovranno lasciare il campo. Abbiamo già l’elenco di una trentina di nuclei che hanno trasgredito le regole».

Una stretta «necessaria», aggiunge, «non possiamo tenere tutta la vita in un’area pagata dal Comune gente che non fa nulla, il campo deve essere una soluzione temporanea, dunque interverremo con forza per dare un segnale preciso». Dal febbraio 2007, già una ventina di famiglie sono state cacciate dall’area.
L’assessore alle Politiche sociali Mariolina Moioli assicura che a Triboniano ci sono anche «tante famiglie che lavorano, e che oggi quindi si trovano in una condizione favorevole intanto perché godono della benevolenza dei milanesi, e poi possono permettersi economicamente di allontanarsi dal campo per affittare un appartamento o pagare un mutuo». Ma per chi delinque, «la strada è segnata dalla giustizia». Il prefetto, commissario straordinario per l’emergenza rom, sentendo anche il Comune, «emanerà presto un regolamento per la gestione dei campi nomadi, indurremo queste persone a integrarsi e rispettare le regole. Diversamente, interverremo».
Ma c’è un altro problema che allarma il vicesindaco, e coinvolge anche gli altri campi regolari. Diventati indirizzo dei Rom agli arresti domiciliari. Nel caso di via Triboniano, il tribunale ha deciso di far ritornare nei container per scontare lì la pena otto donne in stato interessante o con figli piccoli da accudire. In via Impastato, la stessa «fortuna» è capitata a un uomo che ha commesso reati ed è tornato ai domiciliari nel campo finanziato dall’amministrazione.
«È assurdo - attacca De Corato - un cattivo esempio per gli altri rom, in particolare le donne incinte che così pensano di poter rubare e trasgredire la legge in altro modo sapendo che tanto torneranno a vivere nello stesso campo. Ho scritto una lettera al prefetto Gian Valerio Lombardi per chiedergli di convocare al più presto un tavolo del Comitato interistituzionale per l’ordine e la sicurezza per affrontare la questione». di Chiara Campo

Dribblare sui fatti, vizietto degli onorevoli

A un politico di una certa età, che ha attraversato tutto l'arco costituzionale, dovrebbe essere chiaro da che parte siamo stati e stiamo. Eppure, anziché entrare nel merito dei problemi da noi sollevati, si continua con la facile accusa di cattocomunismo.
Una volta eravamo conosciuti come un giornale di gente coraggiosa, "inviati" che andavano nell’Est europeo, sfidando polizie occhiutissime, a cercare le testimonianze del lungo martirio dei cristiani sotto il comunismo. Uno di noi andò nel luogo natale del cardinale Mindszenty, allora esule volontario nell’ambasciata americana di Budapest, per raccontare la sua vita. Un altro si conquistò la fiducia del cardinale Wyszynski e per primo rivelò e documentò la nascente, eroica resistenza dei cattolici polacchi.
Andavamo in Urss a cercare contatti con il dissenso religioso, portando aiuto in denaro a famiglie perseguitate a causa della fede, in buste chiuse da nascondere agli occhi della polizia. Quando vent’anni fa uscì il libro di uno di noi sul Millennio dell’evangelizzazione della Rus’ di Kiev e sulla tragedia delle Chiese cristiane da Lenin fino ad Andropov, si ebbe l’elogio scritto di Giovanni Paolo II. Non siamo mai cambiati nel modo di affrontare le realtà del mondo con spirito di cristiani. Eppure, di tanto in tanto arrivano lettere: siete cattocomunisti. Perché? Perché critichiamo l’attuale Governo, come abbiamo fatto con tutti i Governi, anche democristiani, quando ci sembrava giusto e cristiano farlo.

Adesso la sciocca e inutile trovata di rilevare le impronte digitali ai bambini rom, aggiungendo violenza alla loro esistenza già piena di violenze anche da parte dei genitori, ha fatto scattare l’ira incontenibile di un politico, l’on. Giovanardi (dc, poi udc, ora Forza Italia e sottosegretario). Parlando di Famiglia Cristiana con un quotidiano "in rete", egli ha detto queste incredibili parole: «La maggior parte dei suoi articoli sono faziosi, usano un linguaggio degno dei centri sociali, come il Manifesto e Liberazione. Contesto il diritto di quel settimanale a essere venduto in chiesa e nelle parrocchie. Non rappresenta la vera dottrina della Chiesa e i cattolici se ne sono accorti. Insomma, si è convertito in un organo cattocomunista».
No, onorevole. Non siamo cattocomunisti. Tantomeno "criptocomunisti", come dichiarato dal loquacissimo Gasparri e da altri politici (Rotondi, Bertolini, Quagliariello), senza argomenti. Abbiamo definito "indecente" la proposta del ministro Maroni sui bambini rom, perché da un lato basta censirli, aiutarli a integrarsi con la società civile in cui vivono marginalizzati, ma dall’altro bisogna evitargli la vergogna di vedersi marcati per tutta la vita come membri di un gruppo etnico considerato in potenza tutto esposto alla criminalità.
Se ne sono accorti in tutta Europa, dove resta vivo l’orrore della discriminazione sociale delle minoranze: quella foto del bimbo ebreo nel ghetto di Varsavia con le mani alzate davanti alle Ss è venuta alla memoria come un simbolo. Per questo il Parlamento di Strasburgo e il Consiglio europeo hanno protestato. Esprit ha scritto: «Gli italiani sono incredibilmente duri contro i romeni e gli zingari». Sarà "incredibile", ma è vero. Speriamo che non si riveli mai vero il suo sospetto, che stia rinascendo da noi, sotto altre forme, il fascismo. Esprit non è cattocomunista.
Secondo Giovanardi non rappresentiamo la "vera dottrina della Chiesa". Nessuna autorità religiosa ci ha rimproverato nulla del genere. E lui non ha nessun titolo per giudicarci dal punto di vista teologico-dottrinale. Siamo stati, siamo e saremo sempre in prima linea su tutti i temi eticamente "irrinunciabili": divorzio, aborto, procreazione assistita, eutanasia, "dico", diritti della famiglia; abbiamo condannato l’inserimento dei radicali nelle liste del Pd. E ora basta. di Beppe Del Colle