martedì 30 giugno 2009

Roma, l´assessore alle Politiche sociali Sveva Belviso: "Ma ora troviamo dei luoghi per i banchetti dove i rom possano vendere le loro merci"

«Bisogna trovare delle formule per andare incontro all´esigenza dei rom di fare dei mercatini dove vendere la loro merce, come è avvenuto con il mercato artigianale del IV municipio, un´esperienza accolta bene anche dai cittadini. L´amministrazione è disponibile a studiare agevolazioni che servono a legittimare un comportamento sano, orientato alla legalità».
Per l´assessore alle Politiche sociali, Sveva Belviso, bisogna incrementare i mercati rionali autorizzati per i rom. Lo ha ribadito in occasione dell´ultimo incontro avuto con gli esponenti della comunità, e anche oggi, dopo l´aggressione ai vigili, dice che l´impegno al dialogo resta «ma solo con chi dà la sua disponibilità a vivere in case, a mandare i figli a scuola e a seguire corsi di formazione». Ferma è la condanna invece per quanto subito dai vigili a Porta Portese 2. «Cercherò di capire chi sono stati gli autori, ma questi comportamenti rischiano produrre atteggiamenti di chiusura», avverte.
La vendita di merce trovata nei cassonetti è una risorsa economica per molte famiglie della comunità rom. Che si può fare per non privarle di questa forma di reddito?
«Sono disponibile a discuterne con chi intende muoversi nell´ambito della legalità. I mercati rionali autorizzati sono sicuramente una strada da perseguire: le esperienze già fatte in questo senso devono essere ripetute. Anche se va precisato che la situazione di degrado che si verifica a Porta Portese 2 dopo la chiusura del mercato non riguarda solo i rom, e non solo quell´area, ma tutte quelle dove c´è il commercio abusivo. D´altra parte ai rom che intendono integrarsi saranno offerte anche delle alternative».
Quali?
«All´interno dei nuovi campi nomadi potranno seguire dei corsi di formazione. Ci sarà un presidio socio-educativo formativo, una sorta di incubatoio, per sostenere i residenti a seguire il percorso di inserimento più adatto. Saranno orientati soprattutto verso settori come l´edilizia ma anche l´artigianato da vendere nei mercati può diventare una risorsa». di Paola Coppola

Insetti clandestini? Razzismo italiota

Mentre il Parlamento sta legiferando per criminalizzare gli immigrati, c’è qualcun altro che utilizza il concetto di clandestinità per fare soldi. Infatti, come potete vedere nella foto tutta l’Italia è tappezzata da manifesti che alludono esplicitamente alla questione tanto dibattuta con lo scopo di vendere un insetticida.
Come fa notare Radio Popolare ("La Caccia") gli insetti sono clandestini per natura. Chi ne ha mai visto uno con un permesso di soggiorno in mano? E chi aveva mai associato l'aggettivo "clandestino" a zanzare, vespe e formiche? E' chiaro che il problema non sta negli insetti, ma in qualche cosa d'altro.
Il problema, semantico e politico, riguarda un vocabolario che diventa sempre più comune. Ed è preoccupante che il vocabolario in questione metta in stretta correlazione sempre più spesso "clandestini", "invasione" ed "eliminazione". E' il vocabolario di chi esulta perché vengano lesi i diritti umani dei migranti. E' il vocabolario di chi propone carrozze riservate ai "milanesi doc" sui metro del capoluogo lombardo.
Occhio, però, con le analogie: è vero che Sandokan combatte per scacciare gli invasori inglesi dalla sua isola di Mompracem, ma poi, per un eccesso di foga, per far fuori gli inglesi finisce per far saltare l'intera isola...

Ddl sicurezza, Amnesty International scrive a tutti i Senatori

Egregio Senatore, Amnesty International desidera esprimere viva preoccupazione per le proposte incluse nel disegno di legge C.2180-A/09, il cosidetto ‘pacchetto sicurezza’, approvato dalla Camera il 14 Maggio 2009 e ora passato all’esame in Senato come disegno di legge S. 733-B/09. Amnesty International ritiene che alcune delle norme proposte violerebbero i diritti di immigrati e richiedenti asilo; inoltre il testo introdurrebbe norme che sembrano essere discriminatorie e avere potenziali effetti discriminatori in particolar modo nei confronti di Rom e Sinti.
Amnesty International in particolare vuole esprimere preoccupazione circa le seguenti parti del disegno di legge:
Norme che “criminalizzano” l’immigrazione irregolare
Il disegno di legge, all’ art. 21, stabilisce il reato di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato. La norma criminalizza l’entrata irregolare e il soggiorno in Italia, e li punisce con un’ammenda tra i 5000 e i 10000 Euro. Secondo il nuovo disegno di legge, i procedimenti penali contro i richiedenti asilo senza permesso di soggiorno verrebbero sospesi nel caso in cui la domanda di riconoscimento di protezione internazionale sia stata presentata, e archiviati se tale domanda sia stata accettata.
Molti organismi per i diritti umani, incluso il Relatore Speciale delle Nazioni Unite per i Diritti Umani dei Migranti nel suo rapporto del 2007 ((UN Doc. A/HRC/7/12, paragrafo 50), e il Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sulla Detenzione Arbitraria in un rapporto del 2008 (UN Doc. A/HRC/7/4, 10 gennaio 2008, paragrafo 53), hanno chiesto agli Stati di non punire come reato l’ingresso irregolare nel loro territorio, sottolineando che la posizione irregolare di un individuo non può essere usata dagli Stati come ragione per non assolvere all’obbligo di proteggere ciascun individuo da violazioni dei suoi diritti.

Sebbene gli Stati abbiano il diritto e il potere di regolare l’immigrazione, ciò deve essere fatto senza violare i diritti umani. Come già più volte sottolineato da meccanismi speciali sui diritti dell’uomo delle Nazioni Unite, l’immigrazione irregolare dovrebbe essere considerata solo un illecito amministrativo, senza pregiudizio dei diritti fondamentali dei migranti.
Amnesty International esprime preoccupazione per le norme proposte, e per le conseguenze della loro applicazione, ed in particolare per l’imposizione di sanzioni penali per l’entrata e/o soggiorno irregolari in Italia. Si tratta di misure di controllo sull’immigrazione eccessivamente severe, che violano gli obblighi del governo italiano posti dal diritto internazionale sui diritti umani. In particolare creano minacce per i diritti umani dei migranti, come il diritto alla salute e all’istruzione, e il diritto a registrare la nascita all’anagrafe, e di conseguenza il diritto al riconoscimento di ogni persona di fronte alla legge.
L’ introduzione del reato d’ingresso e soggiorno illegale avrebbe ulteriori conseguenze a causa della applicazione congiunta di tale norme e di esistenti norme penali. In ottemperanza alle norme di cui agli artt. 361 e 362 c.p., tutti i pubblici ufficiali e gli incaricati di un pubblico servizio (funzionari e impiegati di enti pubblici, insegnanti, personale del Servizio Sanitario Nazionale, impiegati dei Comuni incaricati del rilascio di carte d’identita’ e documenti ecc.) hanno l’obbligo di denunciare alla polizia o alle autorità giudiziarie i reati di cui abbiano notizia nell’esercizio delle loro funzioni. Se il disegno di legge venisse approvato, l’obbligo ex artt. 361 e 362 c.p. si estenderebbe alla denuncia di tutte le persone in posizione irregolare dal punto di vista delle norme sull’immigrazione. L’omissione di tale denuncia si configurerebbe come reato punibile con una multa o, in alcuni casi, con la reclusione fino ad un anno.
Temiamo che l’introduzione del reato d’ingresso e soggiorno illegale, in connessione con le norme che criminalizzano l’omessa denuncia di pubblici ufficiali e incaricati di pubblico servizio, costringa coloro che hanno una posizione irregolare dal punto di vista della normativa sull’immigrazione a non curarsi presso le strutture sanitarie pubbliche, anche nei casi più gravi e urgenti, per paura di essere denunciati alla polizia.
Amnesty International nota che una precedente proposta di abrogare o modificare l’art. 35 comma 5, del Testo Unico sull’immigrazione (D. LGS286/98), che vieta agli impiegati del Servizio Sanitario di denunciare i pazienti senza permesso di soggiorno, e’ stata esclusa dal disegno di legge. Tuttavia rimarrebbero salvi gli effetti negativi suesposti dell’applicazione degli artt. 361 e 362 c.p. in combinato disposto con la norma che istituisce il reato di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato.
Tale situazione violerebbe gli standard internazionali relativi al diritto fondamentale alla salute, tra cui l’art. 12 della Convenzione Internazionale per i Diritti Economici, Sociali e Culturali (ICESCR); l’art. 35 della Carta dei Diritti fondamentali nell’Unione Europea; l’art. 32 della Costituzione Italiana. Come stabilito dalla Corte Costituzionale, tale ultima norma crea obblighi diretti gravanti sullo Stato e su ciascun soggetto a non violare il diritto alla salute altrui.
Analogamente, sebbene la norma che avrebbe esplicitamente obbligato i dirigenti delle scuole statali a denunciare alla polizia gli stranieri in posizione irregolare, i cui figli sono iscritti alle scuole da loro dirette, sia stata esclusa dal disegno di legge, l’obbligo di segnalazione, posto dagli artt. 361 e 362 del codice penale, permarrebbe comunque per tutti coloro che lavorano presso una scuola pubblica, se il reato di immigrazione irregolare venisse introdotto.
Inoltre l’effetto del combinato disposto della norma che introducesse il reato di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato e della norma proposta nel disegno di legge ora in approvazione (art. 45) che modifica l’art 6 comma 2, del Testo Unico in materia d’immigrazione (L.286/1998), potrebbe consistere nella violazione gli obblighi dello Stato italiano a rispettare e proteggere il diritto di registrare le nascite e il diritto di ciascun soggetto ad essere riconosciuto dalla legge.
L’ introduzione dell’art. 45 del disegno di legge, infatti, avrebbe l’effetto di imporre la presentazione di documento idoneo a provare la presenza regolare in territorio italiano per gli atti. Tale obbligo si estenderebbe anche alla registrazione all’anagrafe della nascita di un figlio.
Le conseguenze potrebbero essere gravissime, in particolare per le donne con statuto irregolare che partoriscono sul territorio italiano; esse potrebbero trovarsi nell’impossibilita’ di registrare la nascita del figlio.
Sebbene Amnesty International sia consapevole del fatto che le donne in stato di gravidanza non in possesso di valido titolo per soggiornare in Italia possono richiedere un permesso di soggiorno per un periodo non superiore ai sei mesi dopo il parto (in base al Testo Unico sull’immigrazione - L. 286/1998, art. 19 - in combinato disposto con gli artt. 9 e 28 DPR 394/1999), questa possibilità è concessa solo a condizione che venga presentato un passaporto o documento equipollente. Se la madre naturale non possiede un passaporto non potrà ne ottenere un permesso di soggiorno ne riconoscere il figlio nato in Italia. Ai padri di tali figli che siano immigrati irregolari sarebbe in ogni caso precluso il riconoscimento del figlio.
Inoltre se la madre priva di documentazione che la autorizzi a permanere nel territorio italiano tentasse di registrare il figlio presso l’ anagrafe, correrebbe il rischio di essere denunciata per il reato di immigrazione irregolare; l’incaricato del servizio pubblico dell’anagrafe potrebbe correre il rischio di denuncia penale se omettesse di denunciare la donna.
Le conseguenze di queste disposizioni produrrebbero un contrasto con gli obblighi del governo italiano al rispetto e alla protezione del diritto del bambino a essere riconosciuto davanti alla legge e ad essere registrato, diritti garantiti dagli articoli 16 e 24 del Patto Internazionale per i Diritti Civili e Politici (ICCPR) e della Convenzione ONU sui Diritto dei Fanciulli. Inoltre le donne in gravidanza in posizione irregolare dal punto di vista delle norme sull’immigrazione potrebbero rinunciare a partorire presso un ospedale o decidere di non cercare assistenza medica, per paura di essere denunciate alla polizia.
Il disegno di legge, all’art.6, impone l’obbligo al cittadino non membro dell’Unione Europea, che vuole unirsi in matrimonio in Italia, di presentare un permesso di soggiorno valido. Tale norma sembra essere in contraddizione con l’art. 23 comma 2 dell’ ICCPR, relativo al diritto di costituire una famiglia legittima. La norma proposta violerebbe sia il diritto del cittadino di Stato non membro dell’Unione Europea che vuole unirsi in matrimonio, che il diritto del cittadino di Stato membro della UE che desideri unirsi in matrimonio con un soggetto privo di autorizzazione a restare in territorio italiano.
Norme che potrebbero avere un impatto negativo sui diritti di persone vulnerabili sulla base della registrazione ai fini della residenza
Il disegno di legge, all’ art.50, prevede che tutti coloro che sono ‘senza fissa dimora’ siano registrati presso il Ministero dell’Interno. I senzatetto e coloro che vivono in alloggi in condizioni igienicosanitarie non idonee (in maggioranza migranti e richiedenti asilo) o in case mobili (in maggioranza Rom e Sinti) saranno cancellati dall’anagrafe del Comune dove risiedono e verranno schedati in apposito registro istituito presso il Ministero dell’Interno.
Il disegno di legge prevede che tutti coloro, ‘senza fissa dimora’, che desiderano spostare la residenza in altro Comune, potranno fare domanda di iscrizione al registro dei residenti, anche dopo essere stati cancellati dal registro anagrafico dei residenti del Comune dove risiedevano precedentemente. I Comuni avranno tuttavia il diritto di rifiutare la registrazione di un soggetto nei propri registri dei residenti qualora ritengano che le condizioni di alloggio del richiedente non siano conformi a standard igienico sanitari (art.42). I Comuni potranno negare la registrazione, con amplissimo margine di discrezionalità, dopo 30 giorni dalla proposizione della richiesta, in attesa della verifica dei requisiti di residenza posti dalla legge in discussione.
La registrazione come residente presso un Comune è un requisito per ottenere l’accesso alle cure sanitarie (con l’eccezione di quelle di emergenza) nella località ove un soggetto risiede, e per ottenere accesso all’ assistenza sociale; per ottenere il rilascio di un documento d’identità; per poter votare nel luogo di residenza, per chi gode dei diritti elettorali, nelle elezioni amministrative, europee e nazionali.
Perciò le nuove norme, se approvate, potrebbero avere l’effetto di negare ad alcuni soggetti il diritto di godere dei suesposti diritti a parità di condizioni con gli altri aventi diritto. Dal disegno di legge non traspare chiaramente in che modo i soggetti che saranno inclusi nel registro nazionale per i ‘senza fissa dimora’, una volta cancellati dai registri anagrafici dei Comuni ove sono residenti, potranno accedere ai servizi sanitari, e assistenziali, come potranno ottenere il rilascio di carte d’identità e altri documenti, e dove, se godono del diritto di voto, potranno votare.
Ulteriore conseguenza di queste norme sembra essere che sulle carte d’identità e su altri documenti questi soggetti sarebbero indicati come “senza fissa dimora”. Ciò potrebbe sfociare in situazioni di stigmatizzazione e discriminazione da parte delle forze dell’ordine e del personale addetto alla sicurezza, o da parte di altri soggetti, pubblici o privati, per esempio nella ricerca di un posto di lavoro.
Poichè inoltre, secondo informazioni ricevute da Amnesty International, la maggior parte di coloro che vivono in case mobili sono Rom e Sinti, e molti fra coloro che vivono in abitazioni prive dei requisiti di idoneità sono immigrati irregolari, l’organizzazione teme che le nuove norme abbiamo un effetto discriminatorio nei confronti di questi gruppi.
Il livello di discrezionalità concesso alle autorità locali nel decidere quando i soggetti facenti richiesta di registrazione all’anagrafe dei residenti siano in possesso di tutti i requisiti richiesti è preoccupante.
L’esercizio di una discrezionalità così ampia potrebbe tradursi in comportamenti discriminatori e nell’arbitrario rifiuto di registrare in particolar modo coloro che vivono in case mobili, se gli incaricati del Comune alla verifica dei requisiti dichiarano che la loro presenza nel territorio del Comune non costituisce stabile dimora, e nei molti casi in cui, per esempio, Rom e Sinti che vivono in case mobili non hanno accesso all’ acqua e ai servizi sanitari.
Amnesty International esprime dunque viva preoccupazione poichè l’applicazione della legge, se approvata, sebbene apparentemente neutrale, potrebbe avere effetti negativi in maniera sproporzionata su Rom e Sinti, oltre che su altri gruppi per il solo fatto della loro situazione economica precaria. Ciò potrebbe condurre a situazioni di grave discriminazione indiretta.
Le norme sopra esposte sono a rischio di violare gli obblighi internazionali sanciti dal Patto Internazionale per i Diritti Civili e Politici, dalla Convenzione Europea dei Diritti Umani e Libertà Fondamentali, dalla Direttiva Europea 43/2000 (recepita nel D.Lgs 215/2003) e dalla Costituzione Italiana (in particolare l’art. 3, che proibisce la discriminazione e l’art. 16 che garantisce ad ogni cittadino di poter circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale).
Affinchè la legge sia resa conforme con i principi costituzionali e di diritto internazionale, il legislatore dovrà assicurare: 1) che tutti coloro che saranno inclusi nel registro nazionale possano esercitare i diritti a loro riconosciuti dai trattati internazionali e dalla Costituzione in maniera eguale o comunque non discriminata rispetto a coloro che sono registrati come residenti nei registri anagrafici dei Comuni; 2) che il diritto di ognuno ad avere un alloggio adeguato sia protetto e rispettato, anche attraverso l’assistenza da parte delle autorità competenti nell’assicurare il godimento di un alloggio adeguato.
Articolo 52, che legittima l’utilizzo di associazioni di cittadini per il controllo del territorio
Amnesty International esprime inoltre preoccupazione circa l’articolo 52 del ‘pacchetto sicurezza’ in esame al Senato. Se sarà approvato, gli enti locali, previo parere del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, saranno legittimati ad avvalersi della collaborazione di associazioni tra cittadini non armati al fine di segnalare agli organi di polizia locale, ovvero alle forze di polizia dello Stato, eventi che possano arrecare danno alla sicurezza urbana ovvero situazioni di disagio sociale.
Amnesty International è preoccupata circa la mancanza di chiarezza della norma. Nella sua forma attuale non appaiono definiti l’ampiezza e i limiti dei poteri o dell’autorità conferita a tali associazioni, in particolare il potere di fermare e arrestare soggetti (con particolare riferimento all’applicazione dell’art. 383 c.p.p. che conferisce la facoltà di arresto a privati in determinate condizioni); le qualifiche e la formazione richieste a ciascun soggetto che farà parte di queste associazioni; sotto quale autorità opereranno e dove ricadrà la responsabilità per la supervisione e il coordinamento di coloro che ne faranno parte; quali misure e procedure saranno adottate per assicurare che, qualora ci fossero violazioni di norme nazionali o di standard internazionali sui diritti umani non vi sia impunità per gli aderenti a tali associazioni; chi sarà responsabile per il risarcimento dei danni patiti da soggetti i cui diritti fossero violati da aderenti a tali associazioni.
L’articolo 52 del disegno di legge dichiara che le associazioni di cittadini non armati potranno essere utilizzate al fine di segnalare eventi che possano arrecare ‘danno alla sicurezza urbana’ ovvero ‘situazioni di disagio sociale’. L’esatto significato di questi concetti non è chiaro, e dunque non è chiaro in quali situazioni o a quale scopo le autorità locali si potranno avvalere della collaborazione di tali associazioni.
Amnesty International teme che l’applicazione di tale norma possa condurre a situazioni discriminatorie e di violenza, invece che ad una maggiore sicurezza pubblica e ad un maggior rispetto dello stato di diritto. Non è chiaro se saranno predisposti meccanismi per assicurare che questi gruppi siano chiamati a rispondere delle proprie azioni, anche qualora queste conducano a comportamenti discriminatori o contrari ai diritti di appartenenti a minoranze e a gruppi vulnerabili. Negli ultimi anni Amnesty International e altre organizzazioni hanno documentato attacchi e violenze da parte di gruppi di cittadini nei confronti di Rom e immigrati in varie parti d’Italia; si teme che, invece di condurre ad una riduzione di tali minacce, la potenziale “legittimazione” delle associazioni di cittadini possa sfociare in un livello di abusi e molestie, anche rilevanti penalmente, al contempo più alto e meno palese.
Infatti, se la proposta d’introduzione del reato di immigrazione clandestina venisse approvata, i richiedenti asilo e gli immigrati irregolari rischierebbero di essere presi di mira in maniera più che proporzionale da tali gruppi, e risulterebbero più vulnerabili alle violazioni dei loro diritti: è molto probabile che i richiedenti asilo e gli immigrati irregolari finirebbero per non denunciare alle autorità competenti abusi che dovessero eventualmente subire da parte di appartenenti a tali gruppi, per timore di essere denunciati per il reato di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato.
In base al diritto internazionale sui diritti umani, le autorità Italiane sono tenute a prendere le misure necessarie per la prevenzione di abusi di diritti umani, tra cui la discriminazione, e comportamenti nocivi da parte di privati, per assicurare la tutela di tutti i diritti fondamentali e per l’investigazione e la punizione effettive di tali abusi, ove occorrano.
In linea con il diritto internazionale, inclusa la Convenzione Internazionale per l’Eliminazione di ogni forma di Discriminazione Razziale (che l’Italia ha ratificato), le autorità italiane devono astenersi da ogni azione o dichiarazione che possa istigare alla discriminazione o all’ostilità nei confronti delle minoranze, inclusi Rom, Sinti e migranti. Le autorità italiane non devono adottare alcuna norma, come l’art. 52, che possa sfociare in discriminazione a meno che possano dimostrare che tale legge non violi gli obblighi dell’Italia a tutelare i diritti umani, compreso il diritto a non essere discriminati.
Per le ragioni sopra esposte, Amnesty International chiede al Governo e al Parlamento italiani di assicurarsi che ogni norma adottata nel contesto del ‘pacchetto sicurezza’ sia in linea con gli obblighi internazionali di cui l’Italia e’ firmataria.
Amnesty International ha scritto a questo proposito al Ministro dell’Interno, Onorevole Roberto Maroni. Copia di tale lettera è stata inviata all’Onorevole Franco Frattini, Ministro degli affari esteri.
Distinti saluti, Nicola Duckworth (Amnesty International, Direttore Programma Europa e Asia Centrale)

Ddl sicurezza, questa settimana l'ultima lettura al Senato

Dovrebbe essere questa la settimana del varo completo del Ddl sicurezza, il disegno legge della vergogna. Dopo tante polemiche, anche dentro il centro-destra, il Governo probabilmente porrà nuovamente la fiducia anche nell'ultima lettura di Palazzo Madama. A dirsene certo, anche negli ultimi giorni, è stato lo stesso Ministro dell'Interno, Roberto Maroni che, una volta dato il via libera definitivo al cosiddetto ''Pacchetto sicurezza'', si è già posto come nuovo traguardo quello della revisione del dispositivo di legge che regola le forze di polizia.
Il ricorso alla fiducia è obbligatorio per un Governo in grande difficoltà che potrebbe di fatto cadere se l’approvazione di questo provvedimento si dovessero allungare per la già esplicita contrarietà delle opposizioni ma anche per prevenire possibili 'mal di pancia' da parte delle forze di maggioranza. E non è da sottovalutare la concomitanza con il G8 e l’appello accorato del Presidente della Repubblica.
In questi mesi tutte le forze sociali, e non solo, in Italia hanno esplicitato al Parlamento i loro dubbi sui provvedimenti contenuti in questo disegno legge. In tantissimi casi la loro piena contrarietà a norme che rischiano di portare il Paese alla deriva razzista. Le norme più contestate, in questo disegno legge molto articolato, sono le nuove norme in tema di immigrazione come l'introduzione del reato di immigrazione clandestina e l'allungamento del periodo di trattenimento nei Centri di espulsione fino a diciotto mesi. Ma anche le norme che prevedono l'introduzione delle cosiddette “ronde” e la revisione della legislazione anagrafica.
Su quest’ultimo punto in questo spazio web è intervenuta l’associazione Sucar Drom che ha messo in evidenza l’evidente discriminazione che verrebbe attuata per chi vive in una casa mobile ma questa norma modificherà anche lo status anagrafico di tanti i Cittadini italiani che non vivono in case mobili, dividendoli di fatto in ricchi e poveri. In questo contesto alcune associazioni hanno manifestato a Milano per far conoscere a tutti le contraddizioni di questa norma.
Questa settimana la parola passa quindi ai Senatori che se voteranno in maniera definitiva questo disegno legge, lascieranno al Presidente della Repubblica la responsabilità di firmare o rinviare all’intero Parlamento norme che noi riteniamo vergognose e indicibili per un Paese che si dice civile.

lunedì 29 giugno 2009

L'Ilo mette sotto accusa l'Italia: "Migranti, violate le convenzioni"

Dopo il governo panamense, prima di quello etiope. L'audizione del governo italiano alla 98° conferenza internazionale del lavoro si è tenuta ieri pomeriggio, terza in programma tra le audizioni di altri 24 paesi, di cui nessuno europeo. Il governo è stato chiamato dall'Organizzazione internazionale del lavoro, Ilo, a rispondere delle pesanti accuse di discriminazione verso i lavoratori migranti e perciò di violazione della convenzione 143, ratificata dall'Italia nel 1981, che invece ne promuove la parità di opportunità e di trattamento. Il comitato di esperti dell'agenzia Onu ha chiesto chiarimenti anche sul decreto sicurezza e sull'accordo con la Libia, misure che destano perplessità nella comunità internazionale.
La risposta del governo. Durante il dibattito, il direttore del dipartimento immigrazione al ministero del Welfare, Giuseppe Silveri, non ha risposto in merito alla convenzione 143 e ha detto subito di trovare "ingiuste" le osservazioni del comitato di esperti Ilo. Ha elencato invece i progetti finanziati per l'integrazione delle minoranze Rom e Sinti, ha parlato delle ispezioni per contrastare il lavoro nero e dell'Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali, Unar, governativo che ha aperto una pagina web per le denunce di discriminazione. Sul decreto sicurezza e sul reato di clandestinità, Silveri ha ripetuto, tentando di rassicurare, che "ancora non si tratta di una legge, il testo è in discussione, è stato più volte modificato e potrebbe esserlo di nuovo". "Perciò - ha concluso - non si possono fare commenti". E oggi si è appreso che il ministro Maurizio Sacconi non parteciperà alla conferenza la prossima settimana, come previsto. Sembra che lo stesso Sacconi - che tra l'altro è stato direttore dell'Ufficio italiano dell'Ilo dal 1995 al 2001 - abbia protestato formalmente con l'Organizzazione per la convocazione.

Le accuse all'Italia. A marzo l'Ilo aveva pubblicato il rapporto annuale degli esperti e dal documento emergeva chiaramente che in Italia gli immigrati, sia regolari sia irregolari, sono vittime di discriminazione non solo in forma diretta, con trattamenti differenziati nel lavoro, ma anche indiretta, per il clima di evidente razzismo diffuso nel paese, specialmente nei confronti di romeni, Rom e Sinti. Accuse che nei mesi scorsi si sono sommate alle preoccupazioni del Consiglio d'Europa e per la crescente xenofobia e alla contrarietà ai respingimenti verso la Libia espressa dall'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati.
La denuncia del sindacato. Sulla base di quel rapporto sono stati poi Cgil, Cisl e Uil a portare in discussione il caso italiano alla conferenza "tripartita" dell'Ilo costituita da rappresentanti dei governi, delle imprese e dei sindacati. "In generale, le discriminazioni dei migranti regolari - ha spiegato nel suo intervento Leopoldo Tartaglia, a nome delle tre confederazioni - vanno dall'accesso ai posti pubblici, negati a chi non ha cittadinanza italiana, al trattamento economico (il 40% in meno rispetto agli italiani), fino al mancato utilizzo dei titoli di studio conseguiti all'estero, perché non riconosciuti".
Discriminati sul lavoro. In particolare, la convenzione 143 dice che quando un migrante viene trovato a lavorare in condizione di irregolarità "deve avere parità di trattamento nel rispetto dei diritti che emergono da un lavoro svolto, rispetto al compenso, ai contributi e ad altri benefici". Invece, secondo i sindacati, nella pratica a un "clandestino" non è garantito il diritto alla remunerazione, tanto meno ai contributi previdenziali, visto che la denuncia si traduce spesso in un'espulsione. Non solo. Il trattato internazionale stabilisce che i migranti regolarmente occupati e residenti "non possono essere considerati irregolari per il solo fatto di avere perso il lavoro, cosa che non può implicare il ritiro del permesso di soggiorno", come invece prevede la Bossi-Fini dopo sei mesi di disoccupazione.
L'accordo con la Libia. Durante l'audizione il presidente del gruppo internazionale dei sindacati, Luc Cortebeck, ha definito le risposte del governo italiano "insufficienti" e ha ripetuto alcune delle richieste di chiarimento già rivolte dal comitato di esperti. Tra queste, anche quella sull'accordo con la Libia, dato che la convenzione 143 prevede misure di protezione per le vittime di abusi e traffico di esseri umani. Entro settembre il ministero del Lavoro italiano dovrà fornire all'Ilo "informazioni sugli sviluppi legislativi che riguardano la protezione dei migranti vittime di abusi e di sfruttamento, così come l'istituzione di una commissione che individui azioni di contrasto alla violenza e allo sfruttamento dei migranti". Difficile dire come l'Italia potrà spiegare la politica dei respingimenti sommari previsti dall'accordo. di Vittorio Longhi

Zagabria, una romnì in Consiglio comunale

Farmacista, 32 anni, rappresentante della comunità rom in Croazia. Nura Ismailovski (in foto), eletta nelle liste del SDP, è la prima donna rom a sedere nel consiglio comunale di Zagabria. Il suo obiettivo sarà l’integrazione e l’inclusione dei rom nella società croata.
Il 17 giugno scorso a Zagabria si è tenuta la prima seduta del nuovo consiglio comunale, composta da 51 membri eletti alle elezioni amministrative di maggio 2009. Nella squadra di Milan Bandić, sindaco della capitale dal 2000, anche Nura Ismailovski, la prima candidata rom ad ottenere un posto nella Gradska Skupština di Zagabria.
Milan Bandić, dell'SDP (Partito Socialdemocratico), è stato confermato per la quarta volta a sindaco della capitale, battendo al secondo turno Josip Kregar, candidato dell'HDZ (Unione democratica croata). La sua nuova squadra è formata da SDP, HSU (Partito dei pensionati) e dalla lista indipendente di Tatjana Holjevac, mentre all'opposizione si schierano HDZ, HSS (Partito Contadino croato), HSLS (Partito Social-liberale) e HNS (Partito Popolare croato).
Molti i volti noti all'opinione pubblica tra i consiglieri, nomi del mondo del calcio e personalità di spicco della capitale, ma anche qualche novità interessante e degna di nota. Tra le fila della coalizione vincente, infatti, è stata eletta anche Nura Ismailovski, 32 anni, farmacista, rappresentante della comunità rom in Croazia. Per la prima volta una donna rom entra nel consiglio comunale di Zagabria ad amministrare la principale città croata.

In un'intervista a "Hrvatska Uživo", un programma della televisione nazionale HRT, la Ismailovski ha parlato della sua scelta di dedicarsi alla politica e del suo impegno sociale per la comunità rom. La sua decisione è stata dettata soprattutto da motivi morali: il suo obiettivo è l'inclusione e l'integrazione dei rom nella società croata, con particolare attenzione all'emancipazione femminile e ai diritti dei bambini. Per questo si propone di lavorare duramente per risolvere il problema della ghettizzazione dei rom nel paese.
La neoeletta individua tre motivazioni principali del suo impegno politico: combattere i pregiudizi e gli stereotipi nei confronti dei rom, dimostrare ai giovani rom che l'istruzione è fondamentale per realizzare i propri obbiettivi e rappresentare i cittadini di Zagabria, in particolare i membri della minoranza rom.
Com'è la situazione dei rom in Croazia? La Ismailovski la definisce “non soddisfacente”. La minoranza rom non è molto forte nel paese, stando ai dati del censimento del 2001 costituisce lo 0,8% della popolazione. Ciononostante la discriminazione e la ghettizzazione di questa minoranza restano particolarmente forti, spesso gonfiate e portate agli estremi, oppure semplicemente dovute alla consuetudine di pregiudizi e luoghi comuni, come l'utilizzo dispregiativo della parola “cigan”, “zingaro”.
In Croazia i rom sono particolarmente colpiti da tre gravi problemi: le condizioni di vita, spesso indecenti, l'istruzione e la disoccupazione. La neoeletta alla Gradska Skupština della capitale si propone come modello di successo e di speranza per i giovani rom, a cui spesso si rivolge direttamente nell'intervista. “L'istruzione è fondamentale per realizzare i propri obiettivi”, e aggiunge “mi auguro che molti ragazzi e ragazze rom possano vedere in me un esempio di impegno e di buona volontà”.
La candidatura di Nura Ismailovski a fianco dell'SDP guidato da Zoran Milanović (l'unico partito che ha candidato un esponente della minoranza rom) è il proseguimento del suo impegno politico in rappresentanza dei rom che vivono in Croazia. La Ismailovski, infatti, era già membro del consiglio cittadino dei rom e attiva in diverse associazioni culturali di questa minoranza.
Il motto della giovane farmacista è “integrazione e non assimilazione”: il principale rischio dei rom è quello di pagare il costo della convivenza pacifica con la perdita dei propri valori e delle proprie tradizioni. Questo, infatti, è uno dei principi cardine del suo impegno politico e sociale.
La Croazia tutela i rom con la Legge per le minoranze nazionali, inoltre ha aderito all'iniziativa internazionale “Decade of Roma Inclusion 2005-2015”, un progetto europeo per migliorare lo status socio-economico e l'inclusione sociale dei rom a cui partecipano 12 stati europei (Albania, Bosnia Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Macedonia, Montenegro, Repubblica Ceca, Romania, Serbia, Slovacchia, Spagna e Ungheria).
L'elezione di Nura Ismailovksi è un segnale molto positivo per il mondo politico croato. Sfortunatamente, la notizia del suo nuovo ruolo di consigliere dell'Assemblea cittadina di Zagabria è stata in parte offuscata da altre presenze più “chiassose”, come Ćiro Miroslav Blažević, allenatore della nazionale di calcio della Bosnia Erzegovina, eletto per l'HDZ, che per anzianità ha guidato la prima seduta dell'Assemblea, non senza far notizia per le sue espressioni “colorite” e più degne di un ct di calcio che di un uomo politico. di Maria Elena Franco

Napoli, «I napoletani? La sera gettano roba nei cassonetti e la mattina la ricomprano»

Se a Napoli la raccolta differenziata è, per certi versi, ancora un miraggio, c'è chi con una forma un po' «primitiva» di riciclaggio si è inventato un piccolo business, fondato sulla vendita e sul riutilizzo della “monnezza”.
In piazza Garibaldi, a quattro passi dalla stazione ferroviaria, ha fatto la sua comparsa da un circa un mese un mercatino, che definire «delle pulci», suonerebbe ironico. Tutto quanto viene esposto su lenzuoli grigiastri e laceri, stesi per terra, è stato ripescato dai cassonetti dell'immondizia. Ci si trova, accatastata in disordinatissimi cumuli, qualsiasi cosa. Oggetti comuni come scarpe, pantaloni, telefonini, borse ed altri più strani: tazze sbeccate, antenne per i televisori, batterie per automobili, pentole senza manici e bambole cui manca un braccio. Ogni tanto arriva qualcuno con una busta piena. La svuota sul lenzuolo, senza ordinarla, e la “monnezza” si trasforma in merce.
Da un parte, c'è chi getta nell'immondizia ciò che ha consumato o che non serve più, perchè sostituito da nuovi acquisti. Dall'altra, una massa di persone è pronta a ricomprare le cose che alcuni hanno considerato rifiuti. A rivenderli c'è una schiera di commercianti multietnici. Siedono uno a fianco all'altro: rom, marocchini, senegalesi, est europei. «Vendiamo roba che al negozio costa il 90% in più», dice Ahmed, marocchino che vive da cinque anni a Napoli. Lui la vede come un contributo alla lotta alla povertà: «Aiutiamo chi non ha nulla». Sono soprattutto i rom a rovistare tra i cassonetti alla ricerca di merce rivendibile: di notte fanno il giro delle pattumiere, appoggiando la roba in passeggini rotti, riadattati a carrelli. I clienti sono per la maggior parte italiani, comprano qui anche generi alimentari. Chi vende non fa affari d'oro, «ma riusciamo a racimolare i soldi necessari per sopravvivere». di Giorgio Mottola

Milano, boom di minorenni italiani dietro le sbarre del carcere Beccaria

Cresce il numero degli italiani reclusi all'Istituto penale per minorenni Beccaria di Milano: nei primi cinque mesi del 2009 sono stati il 32,4%, nel 2008 erano il 27,2%, nel 2007 il 16,8%. "Si tratta di ragazzi che hanno commesso più di un reato - spiega Sandro Marilotti, direttore da due anni del Beccaria -. Negli istituti ci finiscono solo quelli che hanno commesso i delitti più gravi, per gli altri di solito esistono misure alternative per scontare la pena".
Dopo gli italiani, sono i romeni e i bulgari quelli più numerosi (22,8% nel 2009), seguiti da rom e sinti (19,8%), magrebini (11,8%), sudamericani (4,4%) e albanesi (2,9%). I dati sono stati presentati oggi durante la festa del Corpo di Polizia penitenziaria che si è svolta al Beccaria. Nei primi sei mesi del 2009 sono passati per i cancelli dell'istituto milanese 136 adolescenti. Nel 2008 sono stati 342 e nel 2007 280.
Molti di più quelli che invece passano ogni anno per il Centro di prima accoglienza, struttura nella quale vengono portati i minorenni appena vengono arrestati e vi rimangono per un massimo di 96 ore in attesa che il giudici decida se rinchiuderli nell'istituto penano o rimandarli a casa in attesa del processo: nel 2008 sono stati 428, il 30% di loro è stato poi trasferito al Beccaria.
I ragazzi, oltre il 60% ha 16-17 anni, restano poco tempo in carcere: in media 71 giorni e la stragrande maggioranza (83,1%) in attesa del processo. Nel 2008 il 33,6% è finito al Beccaria per furto, il 30,7% per rapina, il 24,9% per violazione della legge sugli stupefacenti, il 3,2% per tentato omicidio o omicidio, il 2,9% per estorsione e il 2,1% per violenza sessuale. "Tornano a commettere reati circa il 20%", conclude il direttore del Beccaria.

"La situazione nelle carceri per minori è destinata a peggiorare": parola di don Gino Rigoldi (in foto), cappellano del Beccaria da 37 anni. Ha visto passare per i cancelli dell'istituto milanese più generazioni di ragazzi sbandati. "Oggi non solo stanno aumentando gli italiani -racconta il sacerdote-, ma sono quelli che commettono i reati più gravi. Vedrete che il numero degli adolescenti, non solo italiani, che avranno problemi con la giustizia continuerà a salire". Qual è il male che tormenta questi adolescenti? "Le cause dobbiamo cercarle nella società e nella famiglia".
Al primo posto fra i responsabili della devianza giovanile don Gino mette la classe politica: "Continuano a urlare e promettere sicurezza, ma non si rendono conto che stanno creando una società basata sulla diffidenza e la paura. Non si parla più di socialità, di responsabilità verso gli altri e verso i più deboli. Non si parla più di sacrificio. Tutto e subito e diffidando degli altri è il messaggio che arriva ai nostri ragazzi". E poi le famiglie. "Incontro i genitori dei ragazzi che finiscono al Beccaria e capisco perché i loro figli hanno commesso reati -aggiunge il sacerdote-. Sono spesso genitori cinici, poveri di umanità e incapaci per questo di dire qualcosa di significativo ai loro figli. Al massimo insegnano loro a essere più furbi e scaltri, ma è una strada che non porta lontano". da Affari Italiani

sabato 27 giugno 2009

Nel deserto dei valori non c'è pietà - parte 2

A nulla è servito ricordare che cinquant’anni fa i marocchini eravamo noi. Che i nostri uomini nelle stazioni svizzere avevano sale d’aspetto separate. Che i tedeschi o i francesi dicevano degli italiani esattamente le stesse cose che oggi noi diciamo dei curdi. Che dall’Afghanistan alla Croazia, da Otranto alla Cina, il mondo è diventato un’immensa operazione di pulizia etnica finalizzata a produrre i nuovi schiavi dell’epoca globale. Che dal secolo dei nazionalismi in poi gli uomini si erano ridotti a “effetto collaterale” di un tritacarne che polverizza le radici, genera spaesamento e ti porta dritto all’olocausto delle Torri Gemelle.

Non serviva. La considerazione politica era già diventata etnica, guerra tra poveri. Le vittime diventavano colpevoli, i mercanti di uomini erano dimenticati o assolti. Il cortocircuito mentale era scattato: era figlio di un assedio mentale troppo forte perché una persona sola potesse resistergli. Era figlio di troppi padri, e quei padri non stavano soltanto a destra. Oggi sono i capitani d’industria a chiedere di aprire il Paese all’immigrazione. I padroni, non i lavoratori.

L’equivalenza tra immigrazione e barcone pieno di potenziali delinquenti non veniva solo dalle urla bossiane, da vecchie xenofobie o dal consumismo televisivo che distrugge i valori. Nasceva anche dal rifiuto di certo buonismo di maniera o da certo multiculturalismo d’accatto che bada alle identità di chiunque tranne che alla propria. Veniva, soprattutto, da un grande vuoto d’informazione.

Gli immigrati sono la base del nostro sistema-Paese. Senza di essi, l’Europa non esisterebbe. La Germania non sarebbe uscita dal dopoguerra. La Francia e l’Inghilterra non sarebbero tra le prime potenze mondiali. In Italia, senza di loro andrebbe in tilt la siderurgia, l’industria tessile, le concerie, la raccolta delle mele e dei pomodori. Non ci sarebbe prosciutto, mozzarella, parmigiano. Non funzionerebbe la metà dei ristoranti. E in Adriatico, senza extracomunitari (Senegalesi) la pesca morirebbe. Di Paolo Rumiz

venerdì 26 giugno 2009

Mantova, una serata di cultura sinta

La Missione Evangelica Zigana, in collaborazione con l’Istituto di Cultura Sinta, invita tutti all’evento culturale che si terrà a Mantova, lunedì 29 giugno 2009, dalle ore 20.30, in viale Learco Guerra (località Migliaretto). L’evento si terrà al coperto nella tecnostruttura posizionata a ridosso degli impianti sportivi.
L’evento sarà caratterizzato da due momenti: la presentazione del lungometraggio “MEZ, la missione evangelica tra i Sinti” di Stefano Cattini a cui seguirà, dopo un breve dibattito con l’autore, il concerto di musica sinta dei The Gipsyes Vaganes di recente formazione.
Al pomeriggio, dalle ore 17.00, si terrà un incontro a cui sono invitate le associazioni sinte e rom che vogliono aderire alla federazione “Rom Sinti Insieme”. L’incontro è aperto anche a quelle persone che hanno l’intenzione di aprire nuove associazioni sul territorio nazionale.
La Missione Evangelica Zigana sta tenendo in questi giorni, come ogni anno, il proprio convegno religioso a Mantova e vuole offrire a tutti i cittadini la possibilità di conoscere la cultura sinta e, in particolare, il movimento evangelico. Per questo si è organizzata questa serata con un momento di conoscenza e dibattito, insieme con un momento più ludico con la travolgente musica dei The Gipsyes Vaganes.
La MEZ nasce in Italia intorno agli anni 80 e deve la propria esistenza al risveglio francese avvenuto nel 1948. Oggi la MEZ, associata alle Assemblee di Dio in Italia (A.D.I.) conta oggi circa duemila aderenti, in maggior parte Sinti italiani. Attualmente i pastori consacrati sono quaranta; sei di essi svolgono attività missionaria in alcuni paesi dell’Europa dell’Est (Slovenia, Serbia, Slovacchia, Ungheria e Romania) allo scopo di evangelizzare le comunità Rom e Sinti di quelle regioni. Vi sono inoltre dei candidati al ministerio di pastorato. La Missione è un’organizzazione non lucrativa di utilità sociale (O.N.L.U.S.).

In primavera ed estate la Missione organizza Convegni religiosi in tutta l’Italia, riunendo tutti i convertiti all’Evangelo e tutte le persone che si stanno avvicinando alla Parola del Signore.
Nel periodo autunnale ed invernale i pastori sono inviati nelle diverse Comunità sinte, garantendo regolari servizi di culto.
La Missione, oltre al suo scopo religioso e spirituale, svolge un’azione di aiuto e recupero sociale di tutte le persone che si trovano in difficoltà esistenziale. I pastori assistono spiritualmente e socialmente gli ammalati e le loro famiglie anche attraverso le offerte dei convertiti.
La Missione svolge campagne di evangelizzazione, attività didattiche per i bambini, consulenze individuali e di coppia, incontri di carattere spirituale, distribuzione gratuita della letteratura cristiana, produzione di materiale audio e video ecc...
Lo scopo della missione è quello di raggiungere in particolare le popolazioni sinte e rom ma offre il messaggio evangelico anche a tutte le persone che si vogliono avvicinare al Signore senza distinzione .
In questi ultimi anni molti membri della missione stanno iniziando personalmente un impegno per contrastare le discriminazioni subite dalle popolazioni sinte e rom. La finalità è la costituzione di organizzazioni senza scopo di lucro con l'obbiettivo di rendere i Sinti e i Rom protagonisti sociali pensanti, attraverso la partecipazione diretta e le metodologie della mediazione culturale.

giovedì 25 giugno 2009

Radames Gabrielli è il nuovo presidente della federazione

Radames Gabrielli, neo Presidente della federazione “Rom e Sinti Insieme”, si è detto molto onorato di essere stato eletto alla guida dell’associazione che da due anni ha iniziato un cammino per rendere protagonisti i Sinti e i Rom in Italia.
Il neo Presidente si è detto fiducioso sul futuro e ha già espresso alcuni punti caratterizzanti del nuovo corso: contrastare tutte le forme di disumanizzazione dei Sinti e dei Rom, riconoscere ai Rom e ai Sinti lo status di minoranza storico linguistica; operare per far conoscere all’Italia le ricchezze presenti nelle culture sinte e rom; presentazione di progetti sull’habitat e sul lavoro tradizionale a tutti i livelli istituzionali; presentazione di progetti per implementare il lavoro della federazione. Già nel prossimo incontro, il neo Presidente, intende proporre la formazione di cinque gruppi di lavoro che si cimentino sugli obbiettivi indicati
Il neo Presidente ha concluso il suo intervento, affermando: “spero molto nell'aiuto di tutti i soci della Federazione, perché io credo molto nella partecipazione diretta di tutti, perciò se l'aiuto sarà reciproco i nostri scopi saranno presto realizzabili”.

Bolzano, il Gipsy festival

Saranno i Gipsy Kings l'attrattiva principale del Gipsy festival, manifestazione di cultura rom, che si terrà a Bolzano il 26 e 27 giugno. Saranno numerosi i cantanti e ballerini che si alterneranno sul palco, provenienti da tutta Europa. Tra questi, anche Negrita, artista francese di etnia rom che si è esibita pochi mesi fa a Bolzano, riscuotendo un notevole successo.
Ieri mattina, in Municipio a Bolzano, è stato presentato il programma del Gipsy Festival. "Un evento importante sia dal punto di vista culturale e musicale che da quello politico - ha sottolineato l'assessore alla Cultura Primo Schönsberg- che il Comune di Bolzano ha voluto sostenere, proprio in opposizione di certi venti xenofobi che soffiano oggi sulla nostra Europa, ed in linea con il dichiarato spirito di apertura verso l'internazionalizzazione, l'integrazione fra le culture e il rispetto per le minoranze che invece caratterizza la nostra Città e che è ancorato negli obiettivi del Piano di Sviluppo Strategico della Città di Bolzano."
Musiche, danze, gastronomia, folklore rom animeranno piazza Tribunale nelle due giornate del 26 e 27 giugno, grazie ad artisti di fama internazionale del calibro della famosa formazione dei Gipsy King (27.06, ore 20.30) e di Negrita, l'artista di origine francese che canterà pezzi di jazz e di musica folkloristica Rom. "Vogliamo far conoscere almeno una parte della cultura ROM, avvicinare la gente e mostrare cosa sia davvero il nostro popolo, affinché ciascuno possa farsi un suo giudizio, invece di attingere ai soliti pesanti pregiudizi cui spesso noi ROM siamo esposti" hanno sintetizzato all'unisono Merjan Hrustic, del Circolo Culturale Romano Ilo, promotore dell'evento, ed Enes Hrustic dell'Associazione Cultura Rom.
Il Gipsy Festival, il primo di questo genere in Italia, è sostenuto anche dalla Provincia Autonoma di Bolzano e dalla Fondazione Cassa di Risparmio, nonché da una fitta serie di sponsor locali.

mercoledì 24 giugno 2009

Rom e Sinti, la federAzione ha eletto il nuovo Consiglio direttivo

L’assemblea della federazione “Rom e Sinti Insieme” si è riunita a Verona, il 23 giugno 2009, per rilanciare la propria azione e per eleggere il nuovo Consiglio direttivo, dopo il Congresso di Roma e l’assemblea di Bologna. Le associazioni aderenti hanno discusso a fondo sull’attuale situazione italiana e hanno deciso di impegnarsi con maggiore forza sul tema della partecipazione diffusa dei Sinti e dei Rom alla vita sociale, culturale e politica italiana.
L’obiettivo che si pone la federazione è quello di aggregare le associazioni esistenti ma anche quello di aiutare le comunità rom e sinte a costituire nuove associazioni che sappiano essere protagoniste sul territorio. L’obiettivo che ci si pone è di costituire entro pochi mesi una decina di nuove associazioni sul territorio nazionale.
Per questa ragione si è dato incarico al nuovo Consiglio direttivo di convocare in autunno un’assemblea ordinaria per la conferma delle cariche sociali con tutte le nuove associazioni aderenti alla federazione e un’assemblea straordinaria per la modifica dello Statuto.
L’assemblea ha eletto all’unanimità il nuovo Consiglio direttivo. I consiglieri eletti sono: Giorgio Bezzecchi (Romano Drom), Marco Brazzoduro (Antica Sartoria Rom), Davide Casadio (Sinti Italiani Vicenza), Yuri Del Bar (Sucar Drom), Erasmo Formica (Sinti Italiani Piacenza), Mirco Gabrielli (Nevo Drom Trento), Radames Gabrielli (Nevo Drom Bolzano), Dijana Pavlovic (Upre Roma), Enrico Prina (Sucar Mero), Vojisalv Stojanovic (Rom per il Futuro).
L’assemblea ha conseguentemente eletto: Radames Gabrielli, Presidente; Dijana Pavlovic, Vice presidente; Davide Casadio, Vice presidente; Yuri Del Bar, Segretario; Erasmo Formica, Tesoriere. Il Consigliere Vojisalv Stojanovic affiancherà Yuri Del Bar nella gestione della segreteria della federazione. L’assemblea ha anche deciso di spostare la sede legale della federazione a Roma (CAP 00156) in via Domenico Grisolino n. 132.
Per contatti e informazioni
Presidenza: telefono e fax 0471 915391, cellulare 393 8396540.
Segreteria: telefono 0376 360643, fax 0376 318839, cellulare 393 2442264.
E-mail romsinti.insieme@libero.it, web http://comitatoromsinti.blogspot.com/

Roma, l'Antica Sartoria Rom presenta la collezione 2009

Il giorno 30 giugno 2009 a Roma, alle ore 12.00, presso la sede della Rivista Carta (Sala Pintor), viale Scalo S. Lorenzo n. 67, l’Antica Sartoria Rom invita tutti alla presentazione della collezione 2009 dedicata principalmente alla linea bambina.
La Cooperativa, avendo lo scopo di perseguire l’interesse generale delle comunità romanì alla promozione umana e all’integrazione sociale, con particolare riferimento alla salvaguardia dei diritti delle donne appartenenti alle comunità suddette, ha finora avviato una serie di interventi volti all’inserimento lavorativo delle romnià nel settore della promozione e diffusione della loro cultura. L’attività sartoriale rientra in questa serie di interventi.
Oggi la cooperativa si avvale di un suo laboratorio di ricerca, progettazione e sviluppo dei modelli, realizzati dalle donne di etnia rom provenienti dai “campi nomadi” della Capitale. In laboratorio vengono messe a punto tecniche specifiche per mantenere intatta la tradizione romanì tardo-ottocentesca, ed allo stesso tempo risolvere ogni esigenza della donna d’oggi.
La qualità dei capi viene garantita dalla cura nei singoli particolari e dall’utilizzo di tessuti tutti rigorosamente in fibra naturale. Le novità lanciate ogni anno sul mercato, sono un motivo in più che spinge sempre più donne a diventare nostre clienti.
La cooperativa ringrazia tutti coloro che hanno collaborato a realizzare questa iniziativa: Ebitemp, Casa dei Diritti Sociali, Associazione Romà Onlus.

Como, abbandonata nella neve: il j'accuse contro i vigili

Confusione su chi abbia fatto cosa, non sulla sostanza. Davanti al giudice delle indagini preliminari Luciano Storaci, la 64enne Stela Anton (in foto), Cittadina rumena appartenente alla minoranza rom, ha ribadito per filo e per segno quanto già raccontato al pm nel corso dell’indagine che la riguarda in quanto vittima, presunta, di un sequestro di persona messo in atto da una coppia di agenti della polizia locale che lo scorso 3 gennaio, con la città semi soffocata da un quantità di neve come non se ne vedeva da anni, la portarono a Civiglio, le fecero togliere le scarpe e, dopo averla invitata a ridiscendere a piedi, gliele scagliarono in un dirupo.
Il racconto di Stela rende ancora più delicata la posizione dei vigili, Salvatore Canavacciolo e Francesco Cibelli. Raccolto con la formula dell’incidente probatorio, il resoconto ha, a questo punto, valore di prova, anche se l’elenco degli aspetti ancora da chiarire non si è esaurito.
L’indagine è partita da un esposto anonimo che è arrivato al Tribunale di Como all’inizio di aprile. Si trattava di una lettera scritta da qualcuno molto bene informato, che dettagliava i passaggi chiave del viaggio per Civiglio e che indusse gli investigatori a muoversi praticamente subito.
Chiesero e ottennero dal Comando della Polizia Municipale di Como tutte le relazioni di servizio inerenti l’attività anti-accattonaggio svolta nei mesi invernali e fu soltanto allora, dopo quella richiesta, che i vertici della polizia locale si fecero vivi con il pm titolare del fascicolo: manifestarono la propria piena e incondizionata disponibilità a collaborare ed informarono l’amministrazione, nella persona del sindaco.

L’unico atto pervenuto sulle scrivanie della procura dal Comune fu una relazione di servizio piuttosto tardiva, firmata dall’agente Salvatore Canavacciolo, uno dei due coinvolti nello scandalo, l’altro indagato è Francesco Cibelli.
Canavacciolo raccontava che quel giorno, il 3 gennaio, con la città e le sue montagne coperte di neve, lui e il collega fermarono una rom di 65 anni, Stela Anton, che come in altre occasioni si aggirava ai semafori con un bicchiere di carta in mano. Avrebbero dovuto portarla al comando per procedere all’identificazione, al fotosegnalamento e a una serie di ulteriori incombenze previste per legge, ma la loro auto fece tutt’altro tragitto per applicare tutt’altra “legge”.
Salì fino a Civiglio dove, a sentire Canavacciolo, Cibelli ordinò alla donna di togliere scarpe e calze, le gettò in fondo a un dirupo, risalì in auto e riprese la strada di Como dopo avere invitato la Anton a farsela a piedi.
Lei ubbidì: trovò la forza per recuperare le sue scarpe arrancando nella neve, poi riguadagnò il livello della strada e riprese, ciabattando faticosamente, la strada per Como. da La Provincia

Roma, a breve una legge sul reddito minimo garantito nel Lazio

“Tra pochi giorni sarà finalmente operativa la legge sul reddito minimo garantito nella nostra Regione”. È quanto fa sapere in una nota Peppe Mariani (in foto), presidente della commissione Lavoro, politiche giovanili, pari opportunità e politiche sociali. “Dopo un lungo percorso che ci ha impegnato negli ultimi anni, il Lazio si dota, prima Regione in Italia, di una legge importantissima che introduce un innovativo piano di interventi per precari e disoccupati, oggi particolarmente colpiti dalla crisi economica. La legge però, ben oltre la contingenza – continua Mariani – disegna e allude a un nuovo sistema di garanzie per tutte quelle figure sociali e lavorative lasciate in Italia, a differenza degli altri paesi europei, senza alcuna protezione e diritti. L’approvazione negli ultimi giorni del regolamento attuativo e della delibera sui criteri per la formazione delle graduatorie costituiscono un passaggio fondamentale per rendere attivo un provvedimento che molte persone della nostra regione stavano da tempo attendendo. Tuttavia – prosegue – desta quantomeno stupore leggere i contenuti dei documenti approvati dalla Giunta. In particolare indicare nella delibera quella tra i 30 e i 44 anni come fascia anagrafica esclusiva per poter accedere ai sussidi, contravviene alle stesse indicazioni della legge la quale si riferisce esplicitamente a una popolazione più ampia".
"La legittima e condivisa necessità di stabilire dei criteri che favoriscano, in via sperimentale, alcune categorie più di altre, non può in alcun modo essere tradotta, tra l’altro in un documento di Giunta, in una ridefinizione dei beneficiari che contraddice il testo approvato in Consiglio regionale lo scorso 4 marzo. Così si contravviene allo spirito della legge e, nei fatti, se ne modificano drasticamente i contenuti. La scarsità dei finanziamenti destinati attualmente al reddito minimo garantito – sottolinea Mariani - non sono una ragione sufficiente per trasformare una legge che introduce un nuovo diritto, in una concessione ad hoc per singole categorie escludendo tutte le altre. Il problema è stabilire un sistema di punteggi che renda meno aleatoria l’applicazione concreta del provvedimento e al tempo stesso estendere il finanziamento per garantire in prospettiva a tutti gli aventi diritto di poter usufruire di questo prezioso strumento. Sarà precisamente questa - conclude Mariani– la battaglia che condurrò nel prossimo assestamento di bilancio. A questo punto del percorso, non si possono più fare passi indietro nell’affermazione di un diritto”. da il Velino

Reggio Calabria, una famiglia rom rifiuta la casa perchè ha paura

In una nota, Demetrio Costantino - Presidente Comitato Interprovinciale per il Diritto alla Sicurezza – fa il punto sulla questione degli alloggi destinati alle famiglie Rom:
“La delocation Rom – per la quale sono interessate le famiglie dell’ex 208, l’Amministrazione Comunale, l’Opera Nomadi, il titolare dell’Hotel Sirio per poter disporre di tutti i locali della struttura, per poter operare al meglio e i cittadini che devono sopportare le spese per questa situazione – suscita davvero forti perplessità e gravi preoccupazioni per il modo come si sviluppa.
Le critiche severe al Comune e specificamente all’Assessorato alle politiche sociali, vanno certamente rivolte per eventuali negligenza o mancati impegni verso la famiglia Puccio ma è inaccettabile la motivazione adottata per il rifiuto dell’alloggio.
Il rifiuto è dovuto – si afferma – al fatto che, essendo un bene confiscato alla mafia, la famiglia assegnataria “non si sente di affrontare i rischi di accettare quell’alloggio” e che la stessa famiglia “aveva ricevuto alcuni chiari segnali”.
Allora il problema non è il semplice rifiuto, ma di attivare i servizi sociali per assistere, con i propri esperti, nella prima fase questa famiglia; chiedere nel contempo alle forze dell’ordine di apprestare quelle misure possibili per garantire sicurezza a questa famiglia.
Assecondare e avallare orientamenti di rinuncia, significherebbe solamente compiere un danno alla famiglia interessata, alla comunità dei rom e soprattutto attenuare il valore della lotta collettiva e dell’azione di formazione delle coscienze che deve, invece, essere esaltata e rafforzata.
Si badi, un bene confiscato alla criminalità e destinato all’uso sociale avviene dopo un lungo, faticoso, dispendioso iter procedurale che impegna decine di investigatori, magistrati, personale del Demanio, funzionari e addetti dell’Amministrazione Comunale.
Per anni sono intervenuti Governi e il Parlamento – anche recentemente si è cercato di rendere più snella ed efficace la procedura prevista dalle norme per non far passare 14 anni tra il sequestro e l’uso sociale – e ora non è corretto dare segnali sbagliati ostacolandone l’attuazione.
Ed è significativo che questi beni siano assegnati non solo per le caserme delle forze dell’ordine, associazioni e cooperative sociali ma anche – sulla base delle indicazioni dei Comuni – ai tanti cittadini (famiglie senza casa, giovani coppie, anziani, disabili) per vivere dignitosamente non avendo la possibilità di pagare l’alto affitto”. da Tele Reggio

martedì 23 giugno 2009

Lazio, una legge regionale a favore dello spettacolo viaggiante

"Finalmente una legge che riconosce e valorizza lo spettacolo viaggiante e le attività degli artisti di strada che operano nella nostra Regione". Lo affermano in una nota Peppe Mariani (Lista Civica per il Lazio) presidente della commissione Lavoro, Pari opportunità, Politiche giovanili e Politiche Sociali alla regione Lazio, e il consigliere Augusto Battaglia (Pd) in riferimento alla proposta di legge su spettacoli viaggianti e artisti di strada che hanno presentato oggi in Regione.
"Artisti di strada ed esercenti dello spettacolo viaggiante infatti - proseguono nella nota - rappresentano da moltissimi anni nel nostro Paese un vero e proprio patrimonio culturale spesso sottovalutato ed abbandonato a se stesso dalle Istituzioni locali. Nonostante infatti esista da più di quarant'anni una legge nazionale su questa tematica, gli artisti di strada, i giostrai e gli animatori dei parchi divertimento itineranti sono stati spesso costretti per svolgere le proprie attività ad elemosinate licenze, concessioni di spazi ed un pieno riconoscimento della loro funzione sociale e ricreativa".
"Negli ultimi tempi inoltre si sta correndo il rischio che questo insieme di attività che hanno costituito per molti anni, per bambini e non, un'importante via d'accesso al divertimento e alla socializzazione nelle nostre città, subiscano una progressiva ma inesorabile sparizione. In particolare - sottolineano Mariani e Battaglia - sono le comunità Rom e Sinti, tradizionalmente protagonisti e diffusori di questo genere di attività, a pagarne le conseguenze".

lunedì 22 giugno 2009

Roma, la guerra del cemento tra condoni e l'espansione della Capitale

Un no deciso ai vincoli che il ministero dei Beni culturali vuole mettere sull’area compresa tra Laurentina e Ardeatina. Un sì, altrettanto netto, al miglioramento del Piano regolatore e, soprattutto, alla riqualificazione delle periferie di Roma. L'assessore capitolino all’Urbanistica, Marco Corsini (in foto), ha un doppio orgoglio: aver lavorato un anno per sbloccare molti progetti ed essere un tecnico.Non avrà un partito alle spalle ma Corsini ha le idee chiare.
Di fronte all'intento del ministero guidato da Sandro Bondi di bloccare un milione di metri cubi di edificazioni già approvate dal Consiglio comunale è pronto a dare battaglia. Due giorni fa sono stati il sindaco di Roma Gianni Alemanno e il vicepresidente della Regione Lazio Esterino Montino a scendere in campo. Il primo ha definito l'ipotesi del vincolo un «nuovo attacco devastante al Piano regolatore generale», il secondo ha inviato alla Soprintendenza una nota esprimendo parere negativo al provvedimento. Ma per l'assessore comunale all'Urbanistica è ancora peggio, perché il problema entra direttamente nei suoi uffici. Al sesto dipartimento stanno studiando le contromosse. Il rischio è di mandare all'aria anni di progetti ma anche di bloccare le cosiddette opere di urbanizzazione, cioè i servizi per i cittadini previsti in quell'area. Una situazione che può bloccare la città eterna, la sua economia e almeno un pezzo del suo futuro.
Assessore Corsini, è preoccupato per i vincoli che il ministro Bondi vorrebbe stabilire sull'agro romano?
«Il problema è che le osservazioni della Soprintendenza al piano paesaggistico regionale non hanno ricevuto l'attenzione che il Ministero si attendeva ma prima di mettere un vincolo bisogna rendersi conto delle ricadute».

Quali sono le ricadute?
«Tantissime, soprattutto in questo momento di crisi. Secondo l'Acer (l'associazione dei costruttori romani, ndr) l'occupazione nell'edilizia si sta riducendo del 5 per cento al mese. Inoltre quelle aree, tra la Laurentina e l'Ardeatina, ci servono per i programmi già previsti di housing sociale, per dare risposte all'emergenza abitativa. Ma voglio fare un passo indietro: in questa vicenda è mancato innanzitutto il metodo. È possibile che il Comune di Roma non ne sapeva niente? Qui la forma è sostanza».
Ma poi, scusi, su quelle zone, da tempo identificate dal Prg come aree di trasformazione, volevano portarci i campi rom e adesso il Ministero le considera di pregio? Com'è possibile?
«Il Prg è già attento ai vincoli e al verde. L'idea del Ministero bloccherebbe l'espansione della città. Mi preoccupa soprattutto che le aree sotto osservazione della Soprintendenza sarebbero anche altre».
Non si tratterà di una questione politica, di un confronto-scontro tra le due anime del Pdl? In fondo tra il ministero dei Beni culturali e il Campidoglio ci sono già state tensioni, a cominciare dal parcheggio del Pincio e dal Teatro dell'Opera...
«Non credo che la politica possa lavorare per il male della città».
Con la legge Roma Capitale le cose cambieranno?
«Lo Stato manterrà i poteri di tutela ma l'efficacia della politica urbanistica del Comune sarà straordinariamente amplificata».
Quali sono tre obiettivi che si è posto in questi mesi?
«Magari fossero soltanto tre. Le partite aperte sono moltissime. Innanzitutto la riqualificazione delle periferie, un debito di civiltà che la Capitale deve pagare ai suoi cittadini. Poi stiamo lavorando all'accelerazione delle pratiche del condono edilizio, all'attuazione completa del Prg, alla lotta all'abusivismo. Inoltre mi piacerebbe portare a termine alcuni progetti come la sistemazione di piazza Augusto Imperatore e il Water front di Ostia, operazioni di grandissima rilevanza. Mi sto adoperando molto anche affinché siano realizzati prima i servizi e poi le abitazioni. Un cambiamento radicale rispetto a come sono andate le cose finora. Chiediamo ai costruttori un impegno per la crescita della città».
Ma non le sembra che nonostante i progetti pianificati e discussi quest'anno Roma sia rimasta piuttosto ferma? Non sarà anche colpa di un Prg nato vecchio?
«C'è ancora tanto da fare ma si deve considerare che purtroppo l'organico dell'amministrazione ha pochi tecnici e non si fanno assunzioni. Ma non si può giudicare adesso, aspettiamo almeno la metà della Consiliatura».
Dopo le presunte dimissioni dell'assessore al Bilancio Castiglione non è un bel momento per i tecnici. Qual è il problema? Soffrite la pressione dei politici?
«Piuttosto dovrebbe domandare ai politici se non sopportano i tecnici. Comunque mentre un buon tecnico può diventare un discreto politico, un buon politico non sarà mai un tecnico. Almeno io sono convinto di questo».
Anche a Venezia, dove lei è stato assessore ai Lavori pubblici, si parlava di cambi in Giunta, di tecnici e di politici...
«E alla fine sono stato l'unico a restare cinque anni. Io lavoro dalle 8 di mattina alla sera tardi e penso di poter dare ancora tanto. In ogni caso sono sereno. Non posso che ringraziare il sindaco Alemanno per la fiducia che mi ha accordato. Il giorno che dovesse finire il mio incarico tornerò a fare l'avvocato dello Stato». di Alberto Di Majo

Rom(a), nomadi o monadi? prospettive antropologiche

Martedì 23 giugno, alle ore 11.00, presso la sala Odeion, facoltà di Lettere e Filosofia, dell’Università La Sapienza di Roma, sarà presentato il libro “Rom(a), nomadi o monadi? prospettive antropologiche”, curato da Matteo Torani e Lorenzo d'Orsi.
Il volume raccoglie gli atti del seminario svoltosi all’università Sapienza di Roma nell’aprile del 2008 sul problema dell’integrazione dei Rom e Sinti nell’area metropolitana romana. Si tratta di una iniziativa studentesca volta a suggerire chiavi di interpretazione di fronte a problematiche che negli ultimi tempi sono pericolosamente degenerate in allarmanti manifestazioni di intolleranza (i comprensibili disagi di chi vive vicino ai campi trasformati in ronde, aggressioni a sfondo razzista, campi nomadi bruciati, ecc). Occasione importante dunque per riflettere sugli attuali fenomeni di etnogenesi , ossia di costruzione e invenzione di un’etnia, e sulle politiche sociali in atto e quelle possibili.
Uno degli obiettivi del presente volume è stato quello di coinvolgere non solo esperti del settore (antropologi e sociologi) ma anche diversi rappresentanti delle comunità rom e di trasformare gli studenti in parte attiva della riflessione. La raccolta di saggi presentata, dunque, ha tentato di mantenere questa fertile polifonia.
All’incontro saranno presenti: Lorenzo d’Orsi (laureato in Teorie e Pratiche dell’Antropologia all’Università Sapienza di Roma), Matteo Torani (laureato in Teorie e Pratiche dell’Antropologia all’Università Sapienza di Roma), Marco Brazzoduro (professore di “Politiche sociali” alla facoltà di Scienze Statistiche, Università Sapienza di Roma), Roberto De Angelis (professore di “Sociologia delle relazioni interculturali”, facoltà di Scienze Statistiche, Università Sapienza di Roma) e Monica Rossi (CSEC, University of Birmingham).

Roma, non è una questione di ordine pubblico

Questa mattina [ndr sabato scorso] rom che due giorni fa avevano occupato l’ex deposito Heineken in via dei Gordiani 40, per reagire alla minaccia di sgombero, hanno deciso di tornare al campo di via di Centocelle.
La decisione è stata presa dopo l’intervento del Prefetto, della Questura e del Comune di Roma che, dopo avere definitivamente bloccato lo sgombero, hanno garantito l’apertura di un tavolo formale lunedì mattina [ndr oggi] per trovare una soluzione abitativa a tutti gli abitanti del campo, 300 persone in tutto.
Prima di rientrare nell’insediamento di via di Centocelle, il Comune ha provveduto a portare l’acqua, 10 bagni, i cassonetti e a ripulire la zona dai rifiuti. Nei prossimi giorni verrà predisposta la derattizzazione dell’area.
E’arrivato dunque un segnale differente, ma è evidente che a partire dalla vicenda dei rom di via di Centocelle la città tutta deve alzare la testa per ribellarsi alle politiche di ghettizzazione nei campi e chiedere per i rom un’accoglienza diversa.
La lotta che la comunità di via di Centocelle porta avanti da diversi mesi per il diritto alla casa e alla dignità proseguirà perché non è sufficiente migliorare le condizioni nei campi per vivere decentemente. Così come proseguirà la battaglia per rimanere all’interno del territorio nel quale questa comunità si è inserita, come dimostra il meccanismo di solidarietà che si è sviluppato intorno all’occupazione in questi giorni, a partire dal Municipio VI e dalle scuole, frequentate regolarmente dai bambini fuori dalle logiche assistenzialiste presenti in molti campi.
Lunedì mattina alle ore 12 chiederemo al Prefetto di avviare un ragionamento generale sull’accoglienza e sulle richieste sollevate con l’occupazione di via dei Gordiani: il diritto alla casa prima di tutto, negato a migliaia di italiani e di migranti in questa città, e il diritto a rimanere sul territorio per non disperdere il percorso di inserimento sociale avviato da questa comunità in maniera autorganizzata. Rom e Romnì di via di Centocelle con Blocchi Precari Metropolitani, Popica onlus del 20 giugno 2009

sabato 20 giugno 2009

Nel deserto dei valori non c'è pietà - parte 1

Caro amico di destra, ieri ho capito che governerete per i prossimi trent’anni. Mi è bastato ascoltare, per cinque minuti, i commenti della gente davanti alla nave dei profughi in arrivo sulle coste italiane. Nessuna pietà. Quei commenti dicevano che la lotta non è nemmeno politica. La destra non è più un partito. Lo era una volta, come tu mi dici, quando c’era la passione. Oggi è un’altra cosa. Non c’entra con lo stato, la società, i valori. Non è un ideale ma una mentalità. Nasce da un pensiero medio che ha già vinto su scala europea. Anche laddove si vota dall’altra parte. È stato specialmente un commento a gelarmi. La tv mostrava le immagini di una madre che partoriva al termine della traversata dello Ionio, venendo poi trasportata in volo all’ospedale dalla carretta dei disgraziati.

“Perché – diceva un signore – se mi ferisco in montagna l’elicottero lo pago io, mentre se partorisce un clandestino paga lo Stato?” Non è valso nessun ragionamento, nessuna obiezione. Nemmeno dire: tu vai a divertirti, loro no.

Anzi: le altre persone accorrevano a sostegno della tesi accusatoria. Dicevano per esempio: perché le case Iacp agli zingari e a me no? Perché un italiano che investe un bambino va in galera e uno straniero viene solo espulso? Perché non restano a rubare a casa loro? Nemmeno una voce contraria. L’equivalenza immigrazione-delinquenza era granitica, consolidata, incrollabile. Non cedeva nemmeno di fronte al mistero della maternità e al suo contenuto sacrale.

Mi sono chiesto in che buco nero, in che deserto di valori siamo caduti. Ho perso la calma. Ho persino alzato la voce. Ma in realtà non gridavo contro il mio interlocutore, era una brava persona, un uomo onesto, un lavoratore. Protestavo con me stesso: contro la mia incapacità di far valere le mie ragioni. Gridavo per non ammettere che “Solidarietà” era diventata una parola vuota.

Poi è arrivato un altro pugno nello stomaco. “Perché a mio padre che scappava dall’Istria hanno tirato le pietre, mentre a questa gente stendiamo tappeti rossi?”. Era la quadratura del cerchio. La vecchia ingiustizia subita non provocava nessuna pietà per gli esuli di oggi. Anzi, aumentava la rabbia e il rifiuto. Anche qui vinceva la tesi di Oriana Fallaci. Quella per cui “Noi” siamo emigrati per lavorare; “loro” per delinquere e odiarci. Di Paolo Rumiz

venerdì 19 giugno 2009

Verbania Fondotoce (VB), una storia da raccontare: la persecuzione di Rom e Sinti tra ieri e oggi

Quanti conoscono la parola Porrajmos? Pochissimi. Questo è l’indizio più significativo di come la memoria dei popoli che ci ostiniamo a chiamare zingari e nomadi fatichi a trovare ascolto e cittadinanza in Italia. Porrajmos è la parola che nelle lingue sinte e rom definisce il ‘divoramento’ subito in Europa tra il 1934 e il 1945”.
Sabato 20 giugno 2009, dalle ore 20.00 alle ore 23.00, a Verbania Fondotoce in Via Turati 9, l’Associazione Casa della Resistenza, in collaborazione con la Regione Piemonte, Assessorato alla Cultura, organizza una serata di riflessione sul tema della discriminazione e della persecuzione verso le popolazioni rom e sinte attraverso la mostra storica “Porrajmos, altre tracce sul sentiero per Auschwitz” che sarà presentata da Carlo Berini dell’Istituto di Cultura Sinta di Mantova.
“La convivenza tra comunità diverse in un medesimo territorio – non solo possibile, ma anche auspicabile – passa anche attraverso l’incontro e la conoscenza delle reciproche culture, unica via per dissipare incomprensioni, pregiudizi, luoghi comuni, diffidenze di tutti i tipi”.
Alla presentazione della mostra seguirà lo spettacolo teatrale Rom Cabaret di Dijana Pavlovic, con Jovica Balval e Marta Pistocchi. Lo spettacolo è nato come occasione di incontro tra la cultura rom e la rappresentazione che ne ha fatto la tradizione occidentale attraverso l’immagine romantica del mondo rom.

Di fronte alle vicende drammatiche degli ultimi anni, che a partire dal caso di Opera sono culminate nella cosiddetta “emergenza Rom”, è nata l’esigenza di attualizzare lo spettacolo e trasformarlo in uno strumento non solo di conoscenza e confronto, ma anche di denuncia. Attraverso poesie e racconti, musica e canzoni popolari, interviste e immagini si racconta la storia del popolo Rom (anche nei suoi momenti più drammatici, come lo sterminio nei campi di concentramento nazisti) e la condizione attuale dei Rom in Italia tra sgomberi e pregiudizi. Il tono è ora poetico, ora amaro e drammatico, senza dimenticare l’ironia e anche l’autoironia delle barzellette Rom.
Con il patrocinio di: Consiglio Regionale del Piemonte - Comitato per l’affermazione dei valori della Resistenza e dei principi della Costituzione Repubblicana, Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea nel Novarese e nel VCO P. Fornara”

Irlanda del Nord, sempre più violenti gli attacchi dei neonazisti contro i Rom

A Belfast, le autorità hanno disposto il trasferimento, in via provvisoria, dei 115 rumeni, appartenenti a 20 famiglie rom, evacuati nella notte di martedì scorso dopo l’ultimo attacco neonazista, il più violento degli ultimi mesi.
I neonazisti avevano distrutto le finestre e le porte a calci, lanciando pietre e bottiglie contro le abitazioni degli immigrati, a Lisburn, nella periferia a sud della capitale irlandese, gridando slogan razzisti, minacce di uccisione, mostrando a gesti di voler tagliare la gola a un bambino rom.
I rumeni, miracolosamente incolumi, si erano rifugiati in chiesa, finchè il giorno seguente sono stati accompagnati nel complesso sportivo Centro Ozono, mentre le forze dell’ordine declinavano, per motivi di sicurezza, le offerte di ospitalità che arrivavano da un gran numero di fedeli.
Nello scorso fine settimana, nelle stesse vie cittadine, bande di giovani scalmanati avevano già minacciato i rom frantumando le finestre, così il lunedì dopo i residenti terrorizzati avevano reagito organizzando una manifestazione contro il razzismo lungo le vie del quartiere.
Ormai i rom senzatetto sono troppo spaventati per riuscire a ritornare alle proprie abitazioni, alcuni di loro vorrebbero sfuggire alla situazione pericolosa e ritornare piuttosto all’indigenza in Romania, ma questo è impossibile economicamente.
Nessuno dei colpevoli è stato arrestato, ma nonostante gli slogan gridati dagli aggressori, inneggianti al gruppo neonazista Combat 18, non sembrerebbero esservi prove della presenza di cellule organizzate nella capitale irlandese.

La comunità irlandese del Nord, il Premier britannico Gordon Brown, ma anche i due principali gruppi paramilitari lealisti, l’UVF e l’UDA, hanno fermamente deplorato l’inaccettabile raid violento e razzista scatenato contro i rom rumeni, una minoranza accresciutasi nella capitale soprattutto negli ultimi otto mesi, un’etnia oggetto di crescenti discriminazioni e maltrattamenti in tutta Europa, in particolare nei paesi dell’Est, in primis la Repubblica Ceca e l’Ungheria.
Come in altri paesi, anche nella parte nordorientale dell’Irlanda del Nord arrivano sempre più immigrati europei, i quali esercitano il loro diritto di muoversi entro le frontiere dell’Unione dei 27 Stati membri nella speranza di trovare migliori condizioni di vita. Di conseguenza sono aumentate le reazioni avverse da parte degli ultra-nazionalisti e i reati a sfondo di odio razziale in un’escalation di violenza all’interno di una società già travagliata da fermenti politici e religiosi.
Con le economie in recessione e la disoccupazione in aumento, l’angoscia rabbiosa di una parte degli irlandesi si sfoga riversando rancori e odio verso un capro espiatorio. Lo dimostrano le elezioni per il Parlamento dell’Unione europea svoltesi la settimana scorsa, nel corso delle quali hanno guadagnato voti i partiti politici di estrema destra, che vorrebbero immediatamente dare il via all’espulsione degli immigrati e delle minoranze etniche. Nell’Ulster, la vittoria del Partito Fine Gael di centro-destra ha scalzato i conservatori del Fianna Fail all’opposizione mentre, nella Gran Bretagna multietnica, lo xenofobo British National Party, che accetta soltanto membri “bianchi”, ha guadagnato ex-novo due seggi.
Sempre nell’Irlanda del Nord, tre settimane fa, la caccia al cattolico, scatenata da una banda di ultrà protestanti in un sobborgo di Londonderry si è conclusa con il bilancio di un morto, un ferito e nove arresti. Nonostante il rinnovarsi recente di questo genere di violenze, l’”odio settario” più attuale e diffuso nell’Ulster è il razzismo, dopo che sono trascorsi undici anni dalla fine dichiarata degli scontri tra gruppi terroristici rivali, dopo secoli di travagliata convivenza religiosa tra protestanti e cattolici. di Antonella Gilioli

Roma, siamo Rom, non siamo nomadi: ci prendiamo la casa

Ieri circa 100 Cittadini rumeni, appartenenti alla minoranza rom, della comunità di via di Centocelle, insieme alle associazioni “no embedded” che lavorano nel campo e ai Blocchi precari metropolitani, hanno liberato dalla speculazione un ex deposito della Heineken, tra Casilino 23 e Torpignattara, per trovare un riparo dignitoso in vista dello sgombero del campo, annunciato da polizia e Folgore per domani mattina.
In questo momento, polizia e militari stanno setacciando il campo di via Centocelle, bloccando l’uscita a le altre famiglie rimaste dentro. Di seguito il comunicato
Oggi è una giornata importante. Doveva essere il giorno del nostro ennesimo sgombero mediatico senza soluzioni alternative, per mano di militari mandati dal Comune di Roma e invece…
Siamo 100 rom e romní della Romania, da anni costretti a vivere nelle fatiscenti baracche di via di Centocelle senza acqua ne luce, assediati dai ratti. Siamo giovani donne e uomini che hanno davanti ancora tutta la vita, la metà di noi non é ancora maggiorenne e frequenta le scuole del municipio VI con il massimo delle presenze e un ottimo profitto. Già da mesi abbiamo intrapreso un percorso per rivendicare il nostro essere rom, ma non nomadi, come tutti i media raccontano senza conoscerci. E così abbiamo iniziato a lottare per il nostro diritto ad un’esistenza degna, dentro le case e fuori dai campi ghetto che stanno progettando per noi.
Siamo cittadini comunitari e questo ci dà il diritto a stare liberamente nel territorio in cui viviamo ma vogliamo farlo nel rispetto delle nostre persone e della nostra sicurezza. Grazie all’aiuto di un’associazione gadgè (non rom), abbiamo intrapreso percorsi di auto-recupero di direzione opposta all’assistenzialismo che ha sempre cercato di proporci chi, sulla nostra pelle, continua a fare la propria fortuna.

Siamo scesi nelle strade del quartiere durante la Mayday 2009, attraversandole con uno striscione sul quale era scritto: “SIAMO ROM, NON SIAMO NOMADI. VOGLIAMO LA CASA”. Ci siamo inseriti in percorsi di lotta con altre realtà italiane e migranti della città che vivono la nostra stessa emergenza abitativa.
Oggi abbiamo scelto di “riqualificare” (vogliamo usare il termine con cui di solito le istituzioni chiamano gli sgomberi dei rom come noi) un edificio da tempo abbandonato su questo territorio per costruirci la nostra nuova esistenza. L’abbiamo fatto su questo territorio perché qui abbiamo costruito i nostri ottimi rapporti col quartiere, in modo particolare con le scuole, dove esigiamo che i nostri figli continuino ad andare. Siamo gente onesta, siamo lavoratori e lavoratrici senza diritti che contribuiscono alla ricchezza di questa città e di questo paese. Oggi iniziamo a vivere dentro una casa perché i campi sono prigioni-discariche a cielo aperto e noi non siamo né bestie né prigionieri.
Chiediamo pertanto alle istituzioni competenti l’immediato blocco di tutti gli sgomberi degli insediamenti rom della Capitale fino all’attuazione di un piano di edilizia residenziale pubblica che consenta anche ai rom il passaggio dal campo alla casa per chi sceglie la vita stanziale. Come previsto, tra l’altro, dall’art.7 della Legge regionale del Lazio n.82 del 24-5-85. Oggi noi abbiamo iniziato a rivendicare il nostro diritto a R-esistere. Rom e Romnì di via di Centocelle e Blocchi Precari Metropolitani, 18 giugno 2009 (da Carta)

Schio (VI), perché si va a colpire i più deboli?

A proposito dell'articolo apparso il 17 giugno su "Il Giornale di Vicenza" a pag. 21 dal titolo "Il deposito dei nomadi con tanto di ferro e bici. L’elicottero dei Carabinieri scova una carovana su terreno privato in zona Palacampagnola (Schio) e una baracca".
Sulle operazioni di ieri relative ai “nomadi”, mi trovo concorde con l'affermazione di Alberto Sola dell'associazione Sucar Drom: «Speriamo che questi fatti non vengano strumentalizzati dalla politica. Tutti vogliamo la legalità, ma non va compromesso il lavoro delle realtà legate al territorio, che finora hanno potuto promuovere condizioni di più piena integrazione sociale per ritorno all'ordine».
Mi chiedo comunque, perché si va a colpire i più deboli mettendo a repentaglio la loro sussistenza famigliare e invece quando si tratta di intervenire nel territorio nei confronti della miriade di aziende che inquinano i nostri paesi con depositi - di vario genere - a cielo aperto, magari nascosti dalla vegetazione, non si è così solerti.
Sovente ci si lamenta - nel comune senso del dire - che queste comunità non lavorano, che rubano, che deturpano il decoro dei nostri paesi in quanto sono sporchi e mandano le loro donne e figli a mendicare - ciò che è solo un comune stereotipo culturale. Quando invece ci dimostrano che hanno un lavoro e che sono in grado di mantenere la loro famiglia, gli sequestriamo la merce raccolta con tanta fatica, mettendo in dubbio la loro professione e affermando che l'hanno rubata - mi riferisco alle biciclette.

Queste persone non trovando un lavoro presso qualsiasi azienda della nostra provincia, hanno deciso di svolgere una delle professioni autonome, che appartiene a loro da secoli, quale ad esempio i ferraioli.
Purtroppo è vero che le normative al riguardo, sono oggi molto severe. E' anche, altrettanto vero che la legge non è uguale per tutti, mentre si chiude un occhio per i "gagi" magari facoltosi, non si fa lo stesso per le comunità sinte o rom. Alle quali non è permesso di sostare nei nostri paesi, non diamo a loro la possibilità di costruirsi delle microaree, di avere un avvenire per loro e i loro figli. Siamo talmente chiusi nel nostro mondo programmato di vedere le cose che non accettiamo le culture diverse dalle nostre, non accettiamo che qualcuno preferisca vivere all'aria aperta piuttosto che chiuso in quattro mura. Pensiamo che solo a noi sia permesso girare con i camper, per le nostre gite di fine settimana o quindicinali, ma non tolleriamo che loro posso muoversi liberamente nel territorio come noi (forse è invidia?). Eppure noi che accusiamo loro di essere disordinati, sporchi, disadattati forse dovremmo fare un esame di coscienza e guardare nel profondo dentro le nostre case e forse ci accorgeremo che non siamo poi così tanto diversi. E come disse qualcuno chi ha non ha peccato scagli la prima pietra.
Vi chiedo di riflettere inoltre su una cosa: se qualcuno vi togliesse il pane quotidiano e non avreste alternative al di fuori di quello, che cosa fareste? di Irene Rui, Responsabile Dipartimento politiche etniche e migratorie, PRC - Federazione di Vicenza