venerdì 31 luglio 2009

Accendi anche tu una candela contro il razzismo

La notte del 2 agosto 1944 furono sterminate le oltre 3.000 persone ancora presenti nello Zigeunerlager di Auschwitz Birkenau. Quella notte uomini, donne e bambini sinti e rom furono gasati e poi bruciati nei forni crematori.
Sessantacinque anni dopo, in tutta Europa, dodici milioni di rom e sinti scenderanno nelle piazze per pregare alla memoria delle vittime della follia razzista dei Governi nazifascisti.
Il 2 agosto 2009 tutti i Sinti e i Rom scenderanno nelle strade con delle candele accese per ricordare le oltre tremila persone sterminate nella notte tra il 2 e il 3 agosto. Quest'anno il Giorno del Ricordo in tutta l’Europa sarà dedicato ai bambini Rom e Sinti che hanno subito abusi o sono stati uccisi in Europa
L’associazione Sucar Drom, in collaborazione con l’Istituto di Cultura Sinta e le comunità sinte e rom mantovane, invitano tutti a partecipare a questo momento di commemorazione per ricordare le vittime della follia razzista dei Governi fascisti e nazisti. La commemorazione si terrà in viale Learco Guerra a Mantova, a partire dalle ore 20.00. Durante il percorso saranno accese tremila candele. A termine si terrà una preghiera, guidata da un Ministro di Culto della Missione Evangelica Zigana.
Oggi come ieri si pensa che i Sinti e i Rom siano degli “abusivi” da allontanare. Ieri da allontanare dal mondo con lo sterminio, oggi da allontanare da un dato territorio con gli sgomberi. Questa logica razzista ha segnato con drammatiche tragedie il nostro Paese e l’intera Europa.
E’ l’ora di alzarsi e manifestare il nostro orrore e la nostra la nostra ferma volontà contro la follia razzista che ancora oggi può oscurare il nostro essere Paese civile.
Per questa ragione facciamo un appello a tutta la società civile, alle associazioni, ai sindacati, alle organizzazioni politiche di essere con noi a Mantova per ricordare le vittime di ieri come monito alle idee razziste che ancora oggi circolano in tutta l’Italia.
Per informazioni: telefono 0376 360643, cellulari 333 2252101, 3388736013, e-mail sucardrom@sucardrom.191.it

giovedì 30 luglio 2009

Piacenza, ruba per mangiare

Mentre pubblicavamo il rapporto Istat sulla povertà in Italia è arrivata a U Velto questa agenzia stampa: “Nomade minorenne ruba due bistecche con il figlio neonato”. Il lancio di agenzia è stato dato da Piacenza Day, quotidiano d’informazione gratuita.
Nell’agenzia si racconta che una ragazza diciassettenne, appartenente alla minoranza dei Sinti italiani, è stata sorpresa a rubare al Simply di via Modonesi due bistecche con in braccio il figlio neonato.
La carne, preconfezionata, aveva un valore di 8 euro. Quando è stata avvicinata dai gestori ha subito ammesso di avere rubato e ha tirato fuori dalla borsetta le bistecche, dicendo di non potersi permettere la carne. Avvisato, il marito, poco più grande della ragazza, è subito accorso pagando gli 8 euro e il vicedirettore del supermercato ha deciso di non sporgere denuncia.
Una notizia come tante che giungono a U Velto ma che da il senso del dramma vissuto da tante persone in Italia, non solo appartenenti alle minoranze sinte o rom. Infatti, tante sono le notizie di che si possono leggere sui quotidiani locali di persone povere che vengono sorprese a rubare generi alimentari nei supermercati.
Ci sarà sicuramente chi penserà che questa ragazza dovrebbe essere punita e tante altre amenità cretine. Noi crediamo che questa ragazza interroghi, con questo suo gesto, l’intera società e sicuramente interroghi il sistema del welfare di Piacenza.
Questa ragazza abita nel “campo nomadi” di Piacenza e ha frequentato le scuole dell'obbligo ma oggi deve andare a rubare due bistecche per poter mangiare e quindi riuscire ad allattare il proprio figlio. Questi sono i risultati delle politiche di integrazione nel nostro Paese. Se questa è democrazia…

Rai, stasera c'è Laura Halilovic

Laura Halilovic è una regista rom. Ha girato un film, verrà trasmesso questa sera su RaiTre, alle 23.40. Da non perdere.
I primi nove anni di vita, Laura Halilovic li ha passati in un “campo nomadi”. Dieci anni più tardi ha già realizzato tre sogni: avere l'autografo del suo regista preferito, diventare lei stessa una regista e, soprattutto, poter raccontare attraverso la telecamera il mondo rom.
Io, la mia famiglia rom e Woody Allen è il titolo della sua opera prima, datata giugno 2009: un film-documentario di 50 minuti (produttori Davide Tosco e Nicola Rondolino) che è stato apprezzato al Festival del cinema di Bellaria e sarà trasmesso questa sera su Rai Tre (trasmissione «Doc3»). «Sono una ragazza rom fiera del mio lavoro e basta», chiarisce, in italiano perfetto, la 19enne, nata a Torino da genitori bosniaci con i quali, e assieme ai quattro fratelli maschi, vive oggi in una casa popolare. Ecco l'intervista di Daniele Biella che appare sul numero di Vita magazine in edicola da domani.
Da dove nasce la voglia di fare cinema?
A 9 anni ho visto alla tv del campo il film Manhattan di Woody Allen. Mi sono innamorata dei suoi personaggi. Da allora ho cominciato a scrivere copioni. Finite le medie, ho abbandonato la scuola. Ho fatto la colf e altro, ma continuavo a pensare al cinema. Nel 2008 sono riuscita a montare L'illusione, un corto di sei minuti che racconta storie di ragazzi, con attori alcuni amici italiani e peruviani: ho vinto il festival Sotto18 di Torino, e ho ricevuto in premio una telecamera con cui ho girato il film.

Perché hai scelto di parlare del "tuo mondo rom"?
Meno di un anno fa, su un autobus, alcuni studenti italiani hanno incrociato un ragazzo rom e, gridando «gli zingari puzzano» gli hanno spruzzato in faccia del deodorante. Sono stata male a vedere quella scena.
Cosa diresti al ministro Maroni, se potessi incontrarlo?
Che sarebbe l'ora di comunicare un po' di più, dandosi una mano in modo reciproco per combattere da una parte chi compie azioni illegali, dall'altra chi giudica le persone prima di conoscere le loro tradizioni.
Come ha reagito la famiglia alla tua scelta?
È stato difficile soprattutto per mio padre, che fa il rottamaio. Lui, come quasi ogni papà rom, voleva che la figlia aiutasse nelle faccende domestiche. Anche i miei fratelli, in modo minore, pensavano lo stesso. Ma io sono una "de coccio", l'ho spuntata. E dopo che ho vinto la telecamera, hanno cambiato idea.
Com'è oggi la tua vita?
Sto bene, nulla a che vedere con la vita nel campo o i primi anni di scuola, dove ero quella isolata da tutti solo perché io e la mia famiglia eravamo "diversi", gli unici senza auto e con i gonnelloni.
Il tuo rapporto con i coetanei?
Tengo molto alla mia cultura rom, ma con delle eccezioni: ho scelto di vestirmi all'occidentale, per cui spesso passo per italiana, e creo qualche grattacapo ai miei genitori perché sarei già in età da matrimonio...
Che intenzioni hai in proposito?
Mi stai chiedendo se ho un ragazzo? Non parlo della mia vita privata.

Ibrahimovic, il cannoniere rom che sogna l'Europa

Zlatan Ibrahimovic ti guarda con quella faccia di chi non deve niente a nessuno. La faccia di chi si è sudato tutto quello che ha ottenuto, costruendo con il sacrificio quel poco che madre natura gli ha negato. Dimenticate gli stereotipi del calciatore di successo. Tra i colleghi che sfoggiano addominali da urlo sulle spiagge modaiole della Costa Smeralda non lo troverete mai. Di lasciarli in uno spogliatoio a fine stagione e ritrovarseli due ombrelloni più in là, non ne ha nessuna voglia. Il suo privato comincia al 90', e nessuna intrusione è autorizzata "fuori orario".
Le sue vacanze sono un ritorno alle origini, in Svezia, dove ha fatto costruire una villa da tre milioni di euro, per non perdere d'occhio il suo passato e godersi il sapore della rivincita. In quello stesso quartiere, in quella stessa città, lo "zingaro" pensa anche all'infanzia trascorsa su un campo di cemento, che oggi, per i bambini di Malmoe, ha trasformato in un vero campo da calcio. Una beneficenza meno ostentata rispetto ad iniziative più spettacolari, ma, che piaccia o no, Ibra è così. Spigoloso, nei tratti, nel dna, nell'approccio col prossimo.
Padre bosniaco, madre croata, cresce tra gli immigrati di Rosengard, un sobborgo di Malmoe, dove i genitori cercano miglior fortuna, senza sapere che quel sogno si avvererà nel 1981, con la nascita di Zlatan. Lo scopriranno negli anni a venire, quando, tra l'incredulità generale, quel ragazzone acquistato dalla squadra della sua città, svelerà tutto il talento apparentemente incompatibile con quel fisico dinoccolato che solitamente si identifica con l'anti calcio.

Si fa largo a spallate, Ibra, nel vero senso della parola. Da ragazzino è già un gigante, e giocare a pallone con lui significa finire sotto, almeno sul piano fisico. Il suo primo allenatore vero, al Malmoe, gli preferisce spesso un compagno di squadra, tanto da arrivare sul punto di convincerlo a scegliere il basket, più vicino alle sue caratteristiche fisiche.
Un retaggio che rimane sotto pelle, nonostante di acqua, sotto i ponti, ne sia passata tanta. Ancora oggi, tra gli dei del pallone, Ibra mente sull'altezza. Alto quasi due metri, i siti ufficiali lo collocano tra il metro e 92 e il metro e 96. Nel 2001 la svolta, con la cessione all'Ajax di Beenhakker per quasi nove milioni di euro, l'acquisto più oneroso del club olandese.
«Io sono Zlatan, e voi chi cazzo siete?». Si presenta così, senza alcun timore reverenziale, e con un ego e una personalità prepotenti, in uno degli spogliatoi più sacri della storia del calcio. Ad Amsterdam vince due campionati, una coppa nazionale e una supercoppa olandese. Cresce la consapevolezza dei propri mezzi tecnici. La pratica delle arti marziali, ai massimi livelli, perfeziona la sua coordinazione (da ricordare, in maglia nerazzurra, il colpo di taekwondo che ha gelato il Bologna), unico punto debole individuato agli albori della sua carriera. Il miracolo arriva quando il giocatore potenzialmente più forte del mondo incontra sul suo cammino Fabio Capello, che il talento puro lo annusa a distanza come un cane da tartufo.
È il 2004 quando Ibra approda a Torino, con potenzialità ancora parzialmente inespresse. Allenamenti supplementari per lui, per esercitarsi al tiro di destro e di sinistro, con una promessa fatta davanti a una videocassetta di Van Basten: «Diventerai più forte di lui», diceva Capello. Ai posteri l'ardua sentenza. Decisivo già al suo primo anno in bianconero, e protagonista dello scudetto revocato in seguito allo scandalo di Calciopoli. Meno brillante l'anno successivo. Poi l'addio, in seguito alla retrocessione dei bianconeri in serie B.
Non è, e non sarà mai una bandiera. Non fa neppure finta di volerlo essere. È la quinta essenza del professionista, calcolatore, consapevole di dover sfruttare i suoi anni migliori, oculato e accudito nelle scelte professionali da un procuratore di ghiaccio, Mino Raiola e da una moglie affascinante quanto tosta. Ex manager con un fisico da copertina, dieci anni più grande di lui, e secondo i ben informati con diritto di veto su qualsiasi scelta di vita e lavoro.
L'arrivo di Ibra in nerazzurro riporta l'Inter agli antichi fasti. Si vince, ma si vince in Italia. Non gli basta, nonostante lui stesso sia decisamente meno convincente sul palcoscenico europeo, a dispetto di una resa record in campionato che gli ha consentito alla fine dell'ultima stagione, di laurearsi capocannoniere. Ha finito la pazienza. Insegue il sogno europeo, con il sacro fuoco nelle vene che pulsa come quando spinge sull'acceleratore delle sue potentissime auto. L'augurio che possiamo fargli è che, a differenza di quanto accade nella più classica delle leggi di Murphy, l'altra coda non vada sempre più veloce. di Lara Vecchio

Istat, povertà assoluta per 1 milione e 126mila famiglie

Otto milioni di poveri in Italia nel 2008 (con una spesa media mensile per persona pari a 999,67 euro in una famiglia di due componenti) e quasi 3 milioni in povertà assoluta, cioè 1 milione e 126mila famiglie (il 4,6% delle residenti), per un totale di 2 milioni e 893mila individui (ovvero il 4,9% dell'intera popolazione).
Questi i dati diffusi oggi dall'Istat che, sottolinea come l'indice di povertà assoluta sia stabile, ma che questa stabilità nasconde situazioni che peggiorano, in particolare nel Meridione, nelle famiglie numerose, con disoccupati, con a capo lavoratori autonomi e con un basso livello di scolarizzazione.
La stima dell'incidenza della povertà assoluta viene calcolata sulla base di una soglia che corrisponde alla spesa mensile minima necessaria per acquisire un determinato paniere di beni e servizi che nel contesto italiano vengono considerati essenziali per una determinata famiglia a conseguire una standard di vita minimamente accettabile.
Il fenomeno, si legge nei dati diffusi oggi dall'Istituto di statistica, è maggiormente diffuso nel Mezzogiorno (7,9% nel 2008 rispetto al 5,8% del 2007), dove anche l'intensità di povertà assoluta, pari al 17,3%, è leggermente superiore a quella osservata a livello nazionale (17%).
Si conferma inoltre lo svantaggio delle famiglie più ampie (se i componenti sono almeno 5 l'incidenza è pari al 9,4% e sale all'11% tra le famiglie con tre o più figli minori) rispetto a quelle di monogenitori (5%) e delle famiglie con almeno un anziano, oltre allo svantaggio associato con le situazioni di mancanza di occupazione o di bassi profili occupazionali.

Rispetto al 2007, rileva l'Istat, nel 2008 l'incidenza di povertà assoluta è rimasta sostanzialmente stabile a livello nazionale, ma è aumentata significativamente nel Mezzogiorno, passando dal 5,8 al 7,9%. La condizione di povertà assoluta, spiega l'Istituto di statistica, peggiore tra le famiglie di 4 componenti, in particolare coppie con due figli, soprattutto se minori; tra le famiglie con a capo una persona con licenza media inferiore, con meno di 45 anni o con a capo un lavoratore autonomo.
Un leggero miglioramento si osserva solo tra le famiglie dove si associa la presenza di componenti occupati o ritirati dal lavoro. Questo per un totale di poveri assoluti, riassume l'Istat, di 1 milione e 126mila famiglie (il 4,6% di quelle residenti in Italia), pari a 2 milioni e 893mila individui (il 4,9% dell'intera popolazione italiana).
Per quanto riguarda invece gli individui che si sono trovati in condizioni di povertà relativa, sono stimati dall'Istat in 8 milioni e 78mila (13,6% della popolazione), ovvero circa 2 milioni e 737mila famiglie (l'11,3% di quelle residenti nel Paese). Negli ultimi 4 anni, sottolinea l'Istat, la percentuale è rimasta sostanzialmente stabile. La soglia di povertà per una famiglia di due componenti è rappresentata dalla spesa media mensile per persona, che nel 2008 è risultata pari a 999,67 euro (+1,4% rispetto alla linea del 2007). Le famiglie composte da due persone che hanno una spesa media mensile pari o inferiore a tale valore vengono classificate come relativamente povere.
Il fenomeno continua ad essere maggiormente diffuso nel Mezzogiorno (23,8%), dove l'incidenza è quasi cinque volte superiore a quella osservata nel resto del Paese (4,9% nel Nord e 6,7 nel Centro) e tra le famiglie più ampie: coppie con tre o più figli e di famiglie. La situazione è più grave se i figli hanno meno di 18 anni: l'incidenza tra le famiglie con tre o più figli minori sale infatti, in media, al 27,2% e nel Mezzogiorno addirittura al 38,8%. Infine, se le famiglie povere hanno una spesa media equivalente sostanzialmente invariata rispetto al 2007 - pari a circa 784 euro al mese - nel Mezzogiorno i nuclei presentano invece una spesa media di circa 770 euro (l'intensità è del 23%), rispetto agli 820 e 804 euro osservati, rispettivamente, per il Nord (18%) e per il Centro (19,6%). da Adnkronos

Il boia ha ucciso 5.700 condannati l'anno scorso

Novantasei Paesi l'hanno cancellata ma in altri 46 resta una pratica consueta. Il boia ha ucciso 5.700 condannati l'anno scorso; il 90% delle esecuzioni sono state eseguite in Cina, ma la Fondazione Dui Hua, diretta da John Kamm, un ex dirigente d'affari che si è votato alla difesa dei diritti umani, ha stimato che "il numero delle esecuzioni nel suo Paese si è tristemente avvicinato a 7.000". E poi c'è l'Iran con 346 esecuzioni e l'Arabia Saudita con 102 decapitati. Neppure l'Europa è totalmente libera dalla pena di morte: anche dopo la fine dell'Unione Sovietica, la pena di morte continua ad essere applicata in Bielorussia.
"51 Paesi abbandonano la pena di morte". Nessuno Tocchi Caino, l'associazione internazionale che si batte da più di 15 anni per l'abolizione della pena di morte, ha pubblicato il rapporto annuale sulle esecuzioni capitali nel mondo: "Dal 1993, da quando Nessuno Tocchi Caino ha preso vita, ben 51 Paesi hanno abbandonato la pratica della pena di morte.
Quattordici di questi lo hanno fatto negli ultimi due anni, dopo la Moratoria del 18 dicembre 2007, proposta dall'Italia e approvata dall'Assemblea generale delle Nazioni unite".
Napolitano: "Mi unisco a battaglia abolizionista". Alla battaglia abolizionista si è unito anche il presidente Giorgio Napolitano, che ha espresso apprezzamento per l'opera dell'associazione Nessuno Tocchi Caino: "L'italia è da sempre in prima fila contro la pena di morte", ha detto il Capo dello Stato ed è "un dovere continuare a battersi per l'inviolabilità della vita e contro la cultura della morte".

La Cina in testa alla black list. Cala il numero dei condannati a morte: dai 5.851 nel 2007, ai 5.727 l'anno successivo. Ma resta una piaga in Cina: 5.000 esecuzioni capitali in un anno, un numero impressionante che da solo copre il 90% del totale mondiale di esecuzioni, eppure è inferiore a quello registrato dodici mesi fa quando alla pena di morte furono condannate 782 persone in più. Capita perché, dal primo gennaio 2007, è entrata ogni condanna a morte deve essere rivista dalla Corte suprema, la quale ha già annullato il 15% delle condanne.
Condannati gli oppositori politici in Iran. Dietro la Cina, nella black list, c'è l'Iran: 346 esecuzioni nel 2008, ma il numero non è ufficiale perché le autorità non forniscono statistiche ed è voce comune tra le organizzazioni umanitarie che le pene di morte eseguite siano molte di più. Impiccati, fucilati o chiusi in un sacco e gettati giù da una rupe: la Sharia in Iran si concentra sui membri delle minoranze religiose e degli oppositori politici.
Esecuzioni fuori le moschee in Arabia. La decapitazione in pubblico è invece la pena a cui sono condannati in Arabia, il primo Paese per percentuale di condannati a morte sulla popolazione. Nei cortili fuori dalle moschee, dopo la preghiera del venerdì, almeno 102 condannati sono stati giustiziati, compresi tre minorenni.
Negli Usa cala il numero dei condannati. "Solo" 111 condannati a morte negli Usa, il numero più basso da quando la pena di morte è stata reintrodotta nel 1976. Secondo il Rapporto, il record negativo di esecuzioni è stato generato dalla moratoria de facto. L'altro fatto importante, secondo nessuno Tocchi Caino, è stato, il 18 marzo di quest'anno, l'abolizione della pena di morte nel New Mexico, la seconda abolizione registrata negli Usa in oltre quarant'anni, dopo quella in New Jersey del dicembre 2007. E proprio al governatore Bill Richardson e alla parlamentare Gail Chasey del New Mexico è stato consegnato il premio "L'Abolizionista dell'anno 2009", promosso dall'associazione per segnalare le personalità che più di altre si sono impegnate sul fronte della moratoria delle esecuzioni capitali. da Repubblica

Terzo settore: gli errori, il futuro

Famiglia Cristiana, Edizioni dell'Asino e Agenzia Redattore Sociale presentano: Terzo settore: gli errori, il futuro. Assemblea sulle prospettive dell’impegno sociale. L’assemblea si terrà a Roma il 16 e il 17 ottobre 2009, presso il Centro Congressi Angelicum (Largo Angelicum n. 1).
L’incapacità di comprendere e relazionarsi con la politica (scimmiottandone riti e linguaggi); la tentazione delle logiche aziendali e manageriali; il logoramento delle idealità e la frantumazione dei soggetti. Sono soltanto tre degli errori capitali commessi dal terzo settore italiano, da sempre frazionato.
Negli oltre 30 anni della sua esistenza come soggetto sociale riconosciuto, questi errori ne hanno minato la forza e diminuito la qualità della presenza. Fino a insinuare in molti dei suoi protagonisti la sgradevole sensazione di essere inutili, se non correi di politiche antisociali.
Ma è proprio in questa storia così ricca – e poco raccontata – che vanno cercate le risorse per una nuova stagione del terzo settore che contribuisca all’equilibrio della società. Può e deve riemergere la specificità di un impegno che non ha avuto eguali al mondo, con le sue competenze, la sua capacità di anticipazione, le sue utopie.
Per ritrovare quelle risorse occorre però individuare tutti gli errori e imparare da essi, esattamente come succede nella vita di coloro che aspirano a migliorarsi.
A questa assemblea sono invitati tutti i rappresentanti del terzo settore italiano: dall’associazionismo all’impresa sociale, dal volontariato di base alla cooperazione internazionale, dalle organizzazioni strutturate a quelle più informali. Non ci saranno “maestri”, ma si tratterà di una riflessione corale come nelle migliori tradizioni della nostra storia.
Le relazioni introduttive serviranno a mettere a punto le tematiche, per non disperdere la riflessione. Ognuno potrà intervenire con una riflessione propria, di breve durata. Servono parole sincere, efficaci, forti e generose.
Al termine si cercherà di sintetizzare le idee emerse in una “carta per il futuro del terzo settore”, da usare come base per un nuovo periodo storico in cui l’impegno sociale – più o meno organizzato – pesi di più nelle scelte politiche e negli atteggiamenti sociali.
Segreteria e informazioni: telefono 0734 681001, e-mail: info@presenzesociali.org.

mercoledì 29 luglio 2009

Rom e Sinti, il racconto sulla nascita delle leggi regionali

«Quando negli anni novanta si aprì la discussione sui campi per Rom fui fortemente impressionato da alcuni paralleli con quanto avevo visto negli anni precedenti seguendo il lavoro di Giorgio Antonucci negli ospedali psichiatrici.
Qui mi trovavo di fronte a persone che insistevano perché venissero approvate leggi regionali che istituzionalizzassero l’esistenza di campi per nomadi, sostenendo che i Rom erano incapaci di vivere tra la gente (tra ‘noi’), che erano nomadi e che promuoverne l’integrazione sarebbe stato un atto di violenza, mentre i Rom stessi dichiaravano di non essere affatto nomadi, di non aver mai vissuto in campi e di non volerne sapere: chiedevano case, lavoro, scuole per i figli.»
Leggendo questo passaggio iniziale di un intervento di Piero Colacicchi, Presidente dell’associazione OsservAzione, mi sono reso conto di come in questi anni il racconto su come nacquero in Italia le leggi regionali a favore delle minoranze sinte e rom sia parziale e in qualche modo appiattito sulla questione “campi nomadi”.
E pur non essendo stato tra i promotori o estensori delle tante vituperate leggi regionali, ma essendone stato testimone, mi sembra giusto gettare uno sguardo a quegli anni per cercare, con tutti i miei limiti, di eliminare le semplificazioni di oggi.
La prima Legge regionale a favore dei Sinti e dei Rom è stata promulgata dalla Regione Veneto nel 1984. E quella legge è il frutto di un dibattito che si è sviluppato molto prima degli Anni Novanta, contrariamente da quanto scritto da Colacicchi che ha vissuto probabilmente la sola esperienza toscana.
Secondo Colacicchi il dibattito si concentrò sulla questione abitativa (campi nomadi si o no?) ma al contrario il dibattito si concentrò su un altro aspetto: i Rom e i Sinti devono essere trattati come qualsiasi altro Cittadino o per loro c’è bisogno di una legislazione speciale?

Questo fu il grande dibattito che negli Anni Ottanta ha portato alla promulgazioni delle Leggi regionali. E in questo dibattito le associazioni pro Rom e Sinti sono intervenute profondamente. In quegl’anni le associazioni erano due: l’Opera Nomadi e l’Associazione Italiana Zingari Oggi (AIZO). Quest’ultima fondata da Carla Osella, transfuga dall’Opera Nomadi di Torino. Un ruolo importante lo ha avuto il Centro Studi Zingari, fondato dall’Opera Nomadi e poi gestito pressoché autonomamente da don Bruno Nicolini e Mirella Karpati. Il Centro pubblicava la rivista Lacio Drom che è stata la “palestra” per molti studiosi, alcuni di questi tutt’ora in attivi.
Anche oggi la questione è molto dibattuta anche se in modo “sotterraneo” e vede diverse posizioni. E’ però da rilevare che su questa questione c’è molta confusione, perché in molti affermano che per i Sinti e Rom non devono essere attuate politiche differenziali e nello stesso tempo chiedono che ai Sinti e Rom sia riconosciuto lo status di minoranze storiche linguistiche, appunto una politica differenziale. Bisogna decidersi: o lo status di minoranze o nessuna differenza dagli altri Cittadini italiani. E proprio su questo equivoco sono nate le sfortunate Leggi regionali.
In quegli anni pochissimi pensavano che un Cittadino italiano, appartenente alle minoranze sinte o rom, potesse godere di tutti i diritti goduti dalla maggioranza dei Cittadini italiani solo grazie alla presenza di norme ad hoc. Come per altro succede per tutti gli altri Cittadini italiani, appartenenti a minoranze. Faccio un esempio banale: un Cittadino italiano, appartenente alla minoranza tedesca, entrando in un qualsiasi ufficio pubblico ha il diritto di essere accolto da una persona che parla il tedesco, la sua lingua madre. E per rendere effettivo questo diritto gli uffici pubblici, dove risiedono Cittadini appartenenti alla minoranza tedesca, hanno l’obbligo legislativo di assumere persone che parlino correttamente la lingua tedesca.
Bisogna anche ricordare che questo dibattito si sviluppa quando in Italia erano presenti quasi esclusivamente Sinti e Rom italiani. E’ vero che fin dalla fine degli Anni Sessanta erano immigrate in Italia famiglie di Rom provenienti dalla Bosnia Erzegovina (Xoraxané) e dalla Serbia (Rudara), ma il loro numero era così irrisorio che di fatto erano quasi invisibili. E’ anche da considerare che la prima legge sull’immigrazione è stata la “Martelli” del 1990.
L’Opera Nomadi, associazione nata negli Anni Sessanta, ha sempre promosso una politica ugualitaria: i Rom e i Sinti sono Cittadini italiani e come tali devono essere tratti, niente di meno e niente di più. L’obiettivo, sempre secondo l’Opera Nomadi, doveva essere quello di far godere ai Sinti e ai Rom gli stessi diritti che godevano tutti gli altri Cittadini italiani. Le leggi dovevano essere applicate in maniera eguale con il fine di eliminare le diseguaglianze. Il termine discriminazioni non veniva mai utilizzato ed è diventato di uso corrente solo negli ultimi anni, dopo la promulgazione della legge “Mancino”.
Sembrerà un paradosso ma l’Opera Nomadi è stata fondata proprio in Trentino Alto Adige, il territorio che in Italia ha dato il maggiore contributo sulla questione del riconoscimento delle minoranze. Un contributo che è diventato modello per tutta l’Europa.
Quindi il dibattito ha visto da una parte le associazioni che non volevano assolutamente delle politiche differenziali per i Sinti e Rom, dall’altro tutta una parte di società civile ma anche di politica (in particolare pezzi rilevanti di quei partiti che oggi possiamo definire di centro e di centro-sinistra) che voleva riconoscere a Sinti e Rom lo status di minoranze o meglio un qualcosa di simile perché ieri come oggi in pochi ritenevano i Sinti e Rom portatori di culture, lingue, valori... da tutelare al pari di altre culture, come ad esempio quella tedesca.
Questi pezzi della società civile e della politica, in quegli anni, si stavano anche interrogando sulle questioni poste da altre minoranze che erano escluse da qualsiasi intervento e coglievano la necessità di una legge nazionale che comprendesse tutte le varie istanze: la Legge 482, promulgata nel dicembre del 1999.
Le Leggi regionali sono state quindi una forma di supplenza ad una legge nazionale ma nello stesso tempo un esperimento che oggi possiamo giudicare fallimentare ma per altre ragioni da quello che pensa attualmente Piero Colacicchi e molti altri.
Se leggiamo il primo articolo di ogni legge, nel frattempo modificate più volte, leggiamo una chiara volontà a riconoscere a Sinti e Rom una specie di tutela. Prendiamo ad esempio la Legge 11/88 del Friuli Venezia Giulia, nel primo articolo leggiamo:
«La Regione autonoma Friuli Venezia Giulia tutela, nell'ambito del proprio territorio, il patrimonio culturale e l'identità dei Rom, giusta la convenzione delle Nazioni Unite relativa allo stato di apolide (28 settembre 1954) che nel termine comprende e considera anche i Sinti ed ogni altro gruppo zingaro nomade.
Conformemente al dettato costituzionale, alle risoluzioni del Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa e del Parlamento Europeo, la Regione autonoma Friuli Venezia Giulia salvaguardia, negli ambiti di propria competenza, i valori culturali specifici, l'identità storica ed i processi di cambiamento in atto dei Rom.
A tal fine la Regione assicura ai Rom, nel prendere atto del nomadismo e della stanzialità, la fruizione di tutti i servizi a garantirne l'effettivo esercizio nell'autonomia culturale e socio - economica e ad assicurare la salute ed il benessere personale e sociale, nell'ambito di una più consapevole convivenza.
Le pubbliche amministrazioni, ovvero gli Enti locali singoli od associati, le Province, le Comunità montane, la Comunità collinare e le Associazioni di volontariato cui viene anche demandata l'attuazione degli interventi previsti dalla presente legge, tramite le convenzioni di cui all'articolo 2, devono operare nel pieno rispetto dei caratteri di consapevole diversità dei gruppi Rom e dei rispettivi sottogruppi parentali.»
Penso che tutti possano condividere quanto scritto dal Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia nel 1988 ma chissà perché oggi tutti sono contro lo Leggi regionali. Ho il dubbio che siano in pochi ad averle realmente lette…
E come tutti possono legge in questo caso si parla sia di nomadismo che di stanzialità. Quindi nessuna volontà a rinchiudere i Sinti e Rom nei cosiddetti “campi nomadi”. Certo la legge del Friuli Venezia Giulia è una delle migliori anche se di fatto mai applicata. Ma se si ha la pazienza di leggersi le diverse leggi si potrà notare la presenza, pressoché uniforme, della volontà di tutelare le culture sinte e rom.
E’ però da rilevare che la differenza evidente nel riconoscere lo status di minoranze è nello strumento legislativo: una legge nazionale è impositiva, la legge regionale no. Di fatti il Friuli non ha fatto praticamente niente per mettere in pratica quanto scritto nel primo articolo di legge, perché in quegli anni le regioni avevano competenze molto limitate.
Il problema si pone quindi diversamente e qui nascono i dolori: come tutelare le minoranze sinte e rom? Naturalmente senza la partecipazione diretta e diffusa degli stessi Sinti e Rom. Ed è questo secondo me il vero peccato originale delle Leggi regionali.
I legislatori non erano però così “cattivi” e in alcune leggi e regolamenti attuativi è presente una partecipazione dei Sinti e dei Rom. Faccio l’esempio della Legge Regionale della Lombardia. Nell’articolo due, punto d, la Legge si pone proprio l’obiettivo della partecipazione: “promuovere la partecipazione delle popolazioni nomadi alla predisposizione degli interventi che li riguardano”. Ma se poi andiamo a leggere come raggiungere questo obbiettivo, troviamo il nulla. Negli incontri del tavolo tecnico regionale, a cui ho partecipato subito dopo la promulgazione della legge, ho posto questo problema. La Giunta regionale ha risposto che ai tavoli potevano sedere un rappresentate delle comunità sinte e un rappresentante delle comunità rom. Ma nulla su come arrivare a questo risultato. Secondo la Regione era compito delle associazioni promuovere la partecipazione. Giusto rilievo ma è pur vero che senza strumenti è difficile costruire la partecipazione. Come si può per altro evidenziare in qualsiasi altro campo, ad esempio la Legge 328/2000 che ad oggi è largamente inapplicata proprio nel suo obiettivo principale: la partecipazione. Alla fine in Lombardia i soldi sono stati divisi su Milano e Mantova per la questione abitativa e si è piano, piano “spenta” la legge nell’indifferenza generale.
Seguendo il percorso temporale delle Leggi si vede che piano, piano tutta la questione si sposta sempre più sulla questione abitativa e tutto il resto diventa molto marginale. Questo perché negli anni i problemi aumentano con la massiccia migrazione dalla Yugoslavia che, a partire dalla fine degli Anni Ottanta, si avviava alla dissoluzione. Forse se nella ex Yugoslavia non fosse scoppiata una guerra civile dalle proporzioni inimmaginabili, la questione si sarebbe dipanata in maniera diversa. Ma con i “forse” e i “se” non si fa la storia anche perché è evidente a tutti che ancora oggi la questione della partecipazione è pressoché ignorata dalle Istituzioni.
Concludendo devo quindi evidenziare che non sono state le leggi regionali a istituire i “campi nomadi”, perché tale soluzione abitativa era già presente in maniera diffusa su tutto il territorio nazionale. Quello che hanno fatto le leggi, se vogliamo piegarle alla sola questione abitativa, è dare ai Comuni soldi per rendere questi ghetti, già esistenti, un po’ più vivibili.
La domanda che invece mi pongo spesso è la seguente: le leggi regionali possono essere uno strumento a favore dei Sinti e dei Rom? La mia risposta è si. Perché vista l’attuale situazione nazionale si possono costruire, in alcune Regioni, percorsi che portino a modifiche sostanziali alle leggi in vigore. Queste modifiche devono offrire ai Rom e Sinti quei diritti fondamentali che permettano il godimento reale della Cittadinanza, a partire appunto dal diritto a partecipare. di Carlo Berini

Roma, le politiche di integrazione partoriscono sgomberi

Mentre il nostro Ministro Maroni continua a raccontare balle a destra e a sinistra, non si fermano le azioni di sgombero contro le famiglie sinte e rom. Queste azioni vengono effettuate in spregio sia alla legislazione italiana che alla legislazione europea.
Infatti, prima di uno sgombero non viene mai notificata l’ordinanza nominativa (come prescrive la legge), di conseguenza non è dato mai il tempo alle persone di presentare l’eventuale ricorso alla Magistratura. E si badi bene in molti casi stiamo parlando di Cittadini italiani.
La cosa più grave è che quasi mai viene offerta una soluzione abitativa alternativa, in spregio alla Costituzione e alla Legge 328/2000, anche nei casi in cui siano presenti minori, molte volte in tenera età. Nei rarissimi casi in cui viene proposta una soluzione alternativa, questa presuppone la divisione delle famiglie. Un po’ come avveniva per gli schiavi neri nei mercati dell’America schiavista. Si offre la comunità alle donne con bambini piccoli e tutti gli altri in strada. Anche ragazzi e ragazze sono ancora dei minorenni. Le donne in comunità sono mantenute per qualche giorno e poi si incomincia a minacciare di sottrarre i figli piccoli, perché comunque la comunità ha un costo che le amministrazioni comunali non vogliono sostenere.
Ma ritorniamo alla cronaca di ieri. A Roma sono state sgomberate con questi metodi incivili diverse famiglie dalla Polizia di Stato. L’azione si è svolta nell'ambito dei controlli svolti dalla Questura di Roma per monitorare i “campi nomadi” non regolari sorti nella Capitale. In particolare, gli agenti hanno controllato e smantellato due insediamenti scoperti nella zona di via dell'Esperanto e via di Decima e altri due nella zona di via dei Ciceri e via dell'Imbarco, alla Magliana. Naturalmente delle famiglie nessuna notizia...

Il pasticcio dei bambini fantasma

Quel pasticciaccio del pacchetto sicurezza del ministro Roberto Maroni sui bambini fantasma. A dieci giorni dall'entrata in vigore della legge - 8 agosto - prefetture, questure e associazioni del volontariato annaspano nella confusione. Alle preoccupazioni, avanzate a Prato al tavolo sulla sicurezza, riguardo alla legge Maroni, il ministero dell'Interno, sollecitato dal Tirreno, ci ha impiegato un'intera giornata per precisare che «le notizie riguardanti la possibilità che le nuove norme contenute nel pacchetto sicurezza impediscano ai genitori non in regola con il permesso di soggiorno di iscrivere all'anagrafe il figlio nato in Italia sono destituite di fondamento».
Maroni rassicura. Il Viminale aggiunge anche che per gli atti di stato civile, tra cui rientra quello di nascita, «non è richiesta l'esibizione del permesso di soggiorno» e che le straniere irregolari «che hanno un figlio in Italia hanno titolo ad un permesso di soggiorno con validità fino a sei mesi dopo il parto, che può essere anche rilasciato al padre».
Dunque Giovanni Daveti, il funzionario della prefettura di Prato che si occupa di cinesi e gli altri esponenti del tavolo della sicurezza pratese, hanno preso un colpo di sole, in questo torrido fine luglio? Non è così. Le norme non sono chiare. E le perplessità attraversano le associazioni di volontariato mentre dalla questura di Prato spiegano che non esiste ancora una circolare applicativa.
L'articolo della discordia. Lo stesso Riccardo Mazzoni, deputato del Pdl di Prato, pur negando che ci possano essere rischi per i figli di mamme clandestine, ammette: «Il contestato articolo 1, comma 22, lettera g del ddl stabilisce in effetti l'obbligo per il cittadino straniero di esibire il permesso di soggiorno anche per i provvedimenti inerenti agli atti di stato civile, ma nessun articolo e nessun comma impedisce di dichiarare la nascita di un figlio. Le singole norme vanno lette all'interno dell'intero sistema normativo».

Il cavillo dietro l'angolo. Già, l'intero sistema normativo. Una norma che rimanda all'universo mondo delle norme: il massimo della semplificazione. E si sa, lo sanno bene soprattutto i legislatori, nei dettagli delle norme si rintana spesso il cavillo. Ma cerchiamo di capire i dubbi, le perplessità. Dunque la legge sulla sicurezza all'articolo 6 prevede che una donna clandestina possa recarsi all'ospedale per partorire senza esibire il permesso di soggiorno. Come d'altra parte tutti i clandestini che hanno urgente bisogna di cura. L'ospedale rilascia loro una tessera, la Stp (Straniero temporaneamente presente). Così come può effettuare la dichiarazione di nascita e di riconoscimento del figlio naturale anche senza permesso. Da clandestina.
Chi non il passaporto. Il Viminale aggiunge anche che le straniere irregolari che devono partorire un figlio hanno titolo ad un permesso di soggiorno dopo il terzo mese di gravidanza e fino a 6 mesi dopo il parto. Ma l'associazione Save the Children denuncia che per ottenere tale permesso di soggiorno è necessario presentare il passaporto. Di cui molte donne clandestine sono prive, come ad esempio donne rifugiate che hanno ricevuto un diniego in prima istanza e che sono ricorrenti, o donne di origine rom. «Conseguentemente, non potendo esibire questo documento non possono neanche ottenere questo permesso di soggiorno temporaneo. E quindi non possono registrare e riconoscere il figlio», secondo l'associazione Save the Children.
E dopo i sei mesi? Tutto questo non è vero? L'associazione sfida Maroni: «Emettere una circolare esplicativa che non lasci spazio ad interpretazioni restrittive». Poniamo che, nonostante le norme confuse e pasticciate, una donna irregolare possa riconoscere il proprio figlio. Resta l'interrogativo: dopo i sei mesi cosa succede alla donna? Se si ricongiunge con un familiare che è già regolare sul territorio lei stessa viene regolarizzata.
Inoltre, spiega il sottosegretario Alfredo Mantovano, per sei mesi sia la madre che il padre del bimbo sono regolari. E il babbo può trovare lavoro, mettersi in regola. «Altrimenti come tutti gli altri clandestini devono lasciare il paese», sottolinea Mantovano (vedi intervista a parte). E se la mamma è sola, senza marito? E se in sei mesi uno non trova lavoro? O lo trova e lo riperde? Quale futuro per un bambino di 6 mesi? Il Viminale tace. I dubbi restano. di Mario Lancisi

Roma, firmato l'accordo per ridurre l'impatto dalle tubercolosi (Tbc) fra i Rom

Ridurre l'impatto dalle tubercolosi (Tbc) fra i Rom, attraverso un progetto che permetta di riconoscere velocemente i casi più a rischio e faciliti l'accesso alle terapie. E' l'accordo firmato oggi dalla Regione Lazio e il Comune di Roma, un programma a cui parteciperanno attivamente anche l'Istituto nazionale malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma, Laziosanità-Agenzia di sanità pubblica (Asp) e le Asl romane. Il progetto è stato presentato oggi in Campidoglio e al termine della conferenza Esterino Montino, vicepresidente della Regione, e Sveva Belviso, assessore capitolino alle Politiche sociali, hanno firmato il protocollo d'intesa. Il Comune di Roma finanzierà con 130 mila euro l'iniziativa, al via ufficialmente a settembre.
In primo luogo l'intervento sarà sviluppato nei "campi nomadi" della Capitale, poi sarà esteso anche ad altri gruppi di migranti. "Inizialmente - spiega Belviso (in foto)- dovremo sensibilizzare le popolazioni nomadi sull'importanza di quest'iniziativa. A settembre partiremo con la formazione di alcuni operatori che saranno presenti all'interno dei campi". Obiettivo del programma è fare una diagnosi precoce della malattia. "Le persone con Tbc sospetta - prosegue Belviso - verranno mandate allo Spallanzani per l'approfondimenti diagnostico e l'eventuale presa in carico per il trattamento".
I pazienti, dopo aver lasciato l'ospedale, saranno seguiti con una supervisione 'ad hoc'. Mentre per ogni caso accertato, sarà avviata un'indagine epidemiologica con lo screening e l'eventuale trattamento preventivo delle persone venute a contatto con il malato. Montino invita a non abbassare la guardia su questa patologia. "Molti credono che la Tbc sia una malattia del passato - dice - ma non è così. Le Asl fanno già tanto per prevenire la tubercolosi, ma integrare le diverse forze in campo - conclude - ci aiuterà certamente".

martedì 28 luglio 2009

Lorenzo Del Boca, "quale futuro per la carta stampata"

"Un ottimo liquore dopo un buon pranzo". Questa la metafora semplice ma efficace con cui Lorenzo Del Boca (in foto), presidente dell'Ordine dei giornalisti, descrive come dovrebbe essere un giornale ai giovani praticanti della redazione di Moked. La stampa italiana, racconta, sta perdendo gradualmente la sua credibilità, cerca di stupire e scioccare il lettore con titoli teatrali e informazioni di discutibile interesse. Persino le notizie sul tempo vengono drammatizzate fino all'eccesso. "Verso la grande alluvione. La pianura padana verrà sommersa" per un paio di giorni di pioggia intensa, "il Sahara arriverà fino alle Alpi" quando il termometro segna trenta gradi per più di cinque giorni. Il risultato di questa politica editoriale, sottolinea Del Boca, non è però quello sperato: i lettori diminuiscono, in Italia si comprano circa cinque milioni di giornali al giorno a fronte di una popolazione di sessanta milioni. Nulla se si pensa a paesi come la Germania, in cui un singolo quotidiano vende sei milioni di copie.
In realtà non sono solo i nostri giornali a passarsela male, la crisi sta toccando la stampa a livello internazionale. Le notizie, in particolare grazie a internet, arrivano in tempo reale, sappiamo subito cosa succede all'altro capo del mondo. "Stavo guardando la televisione - racconta il presidente Del Boca - quando ho visto che in Argentina si stava svolgendo una protesta di piqueteros (principalmente disoccupati) che manifestavano davanti alla Casa Rosea, il Parlamento argentino. Ho chiamato dei miei amici che stavano a Buenos Aires per capire cosa stava succedendo e questi erano assolutamente all'oscuro di tutto".

Altro esempio, ricorda, è l'11 settembre. Quanti, si chiede, hanno ricevuto la notizia tramite amici o parenti che dicevano " Hai visto cos'è successo? Presto accendi la televisione". Le notizie corrono nell'aria e per i giornali è difficile stare al passo, uscire con una notizia ventiquattro ore dopo l'accaduto quando già tutti sanno è evidentemente un problema. L'informazione è vecchia ancora prima di uscire.
Che futuro si prospetta dunque per la carta stampata? Dobbiamo scriverne il necrologio o c'è una possibilità di sopravvivenza? Del Boca presenta due tesi: da una parte il sociologo Philip Meyer che parla di Vanishing Newspaper e prospetta la progressiva scomparsa dei giornali cartacei. Dall'altra il professor Derrick de Kerckhove secondo cui una nuova tecnologia non necessariamente assorbe quella precedente, basti pensare alla bicicletta che sopravvive nonostante auto e motorini imperversino nelle nostre strade.
La soluzione di Del Boca è impegnativa, ma possibile e si rivolge soprattutto ai giornalisti: non potendo combattere con il tempo, bisogna puntare alla qualità. L'affermazione "un giornalista non si fa con la testa ma con i piedi", dice, è anacronistica. Chi scrive deve avere una profonda conoscenza della questione, in modo da presentare al lettore una chiave interpretativa chiara e definita che renda agevole la comprensione degli eventi. Il giornalista non può più essere un tuttologo ma deve costantemente aggiornarsi e studiare. "Nessun chirurgo - conclude - opera con le tecniche apprese all'inizio della sua carriera".
Insomma, la situazione è assai poco rosea ma non serve cadere in inutili catastrofismi. Il futuro della professione è nelle mani dei giornalisti e le nuove generazioni devono darsi da fare per dare al lettore quel buon liquore a fine pasto. di Daniel Reichel, l'Unione informa 28 luglio 2009 - 7 Av 5769

Le ultime perle del "nostro" Ministro Maroni

Il 24 luglio è stata pubblicata dalla Gazzetta Ufficiale la legge sulla “sicurezza” (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica). Il provvedimento, approvato definitivamente dal Senato lo scorso 2 luglio, era stato poi firmato dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che però in una lettera indirizzata al Governo ed ai presidenti delle Camere aveva mosso diversi rilievi.
Il Ministro Maroni, durante il convegno organizzato dai circoli 'Nuova Italia' ad Orvieto, è intervenuto nel dibattito e ha fatto dichiarazioni sorprendenti che stanno già girando in Europa, tra lo stupore e le proteste delle organizzazioni non governative.
Ecco alcune delle “perle” del nostro Ministro degli Interni
La prima bugia: “Sono stufo di essere chiamato, come governo italiano, a dover dare spiegazioni, nei primi dodici mesi c'è stata continuamente questa litania. Lettere e accuse, non c'è stato mai un rilievo, da parte della Commissione Ue, su norme in contrasto con le direttive Ue”. Perché una bugia? Perché come tutti ricorderanno l’anno scorso il Ministro voleva prendere le impronte digitali a Rom e Sinti ma non lo ha potuto fare proprio per i rilievi della Commissione europea.
La seconda bugia: “L'Italia è all'avanguardia in materia di integrazione. Siamo il Paese che nell'Unione europea da questo punto di vista ha le performance migliori, anche se alcuni mezzi di informazione sostengono il contrario”. Perché è una bugia? Perché basta andare ad esempio su GoogleNews e digitare la parola sgombero rom ed è abbastanza lampante che quanto sta succedendo in Italia è molto lontano da una politica di integrazione. E i giornali italiani non sono certo delle riviste di fantascienza.

La prima battuta idiota: “Non sono la reincarnazione di Hitler che approva le leggi razziali, anzi ci rido sopra”. Il Ministro sembra proprio che non rendersi conto che in Europa la Lega Nord, il suo partito politico, è visto come una formazione xenofoba e razzista. Non per niente uno dei suoi leader emergenti, Flavio Tosi, è da poco stato condannato in maniera definitiva per propaganda di idee razziste, dopo cinque pronunciamenti della Magistratura.
La seconda battuta idiota: «La legislazione del Vaticano prevede il carcere per gli immigrati clandestini. Noi che siamo più buoni di loro abbiamo previsto solo una multa». Gli risponde a stretto giro di posta il professor Giuseppe Dalla Torre, presidente del Tribunale vaticano e docente di Diritto ecclesiastico: «Alla battuta del ministro Maroni vorrei rispondere innanzitutto con un’altra battuta: il Vaticano è praticamente un palazzo, sarebbe come se volessi entrare al Quirinale senza alcun controllo... In ogni caso in molti importanti luoghi vaticani si entra liberamente, dalla basilica di San Pietro ai Musei, senza alcun controllo di identificazione».
Ogni altro commento è inutile perché è oramai evidente che l’Italia si sta trasformando in uno dei Paesi più razzisti del mondo occidentale. L’unica speranza è che il Presidente Berlusconi, puro edonista, si svincoli dall’abbraccio mortale con la Lega Nord per paura di essere ricordato come il peggior “statista” che abbia mai varcato le porte di Palazzo Chigi. Ma questa è un’altra storia… di Carlo Berini

Heredia: l'ora del potere gitano

Sicuramente il presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, occuperá un posto di rilievo nella storia del suo paese non solo per essere il primo presidente nero della nazione piú grande del mondo, ma anche per aver preso ieri decisioni politiche inimmaginabili che segneranno il suo mandato come uno dei piú innovatori in un paese abituato a sentirsi, forse a ragione, l’ombelico del mondo.
Ho letto con ammirazione il suo discorso pronunciato giorni fa durante il congresso dell’Associazione Nazionale per il Progresso delle Persone di Colore, che celebrava il primo centenario della sua esistenza, e non ho potuto sfuggire alla sensazione di sentirmi direttamente rappresentato dalle sue parole. Anzi, ho fatto l’esercizio di sostituire semplicemente la parola “nero”, ogni volta che appariva nel testo, con la parola “gitano” e il discorso si trasformava in un messaggio assolutamente adeguato alla nostra realtá. Per questo oggi mi sento confortato nel constatare che l’uomo piú potente della terra sia un nero che ha detto alle persone della propria etnia quello che alcuni di noi gitani andiamo dicendo ai nostri simili da piú di trenta anni. Da domani, quando ripeteró alla mia gente quello che vado dicendo da molto tempo, diró loro che non sono parole mie, ma che é lo stesso presidente degli Stati Uniti a pronunciarle: “ Si, se sei gitano, le possibilitá di crescere tra la delinquenza e le bande sono maggiori; si, se vivi in un quartiere povero, affronterai difficoltá che coloro che vivono nei quartieri residenziali ricchi non devono fronteggiare. Ma queste non sono ragioni sufficienti per ottenere note negative, queste non sono motivazioni esaurienti per non andare a scuola o per abbandonare gli studi. Basta con le scuse! Nessuno ha scritto il tuo destino al posto tuo. Il tuo destino é nelle tue mani. Non ci sono scuse!”.
Noi gitani spagnoli, - che senza dubbio siamo un collettivo privilegiato se paragonato ai nostri fratelli nel resto d’Europa, - patiamo ancora un altissimo tasso di analfabetismo e le condizioni di vita di buona parte della nostra popolazione sono quelle proprie di coloro che formano i gruppi di esclusione e “lumen” sociale. Per questo acquistano maggior valore le parole del presidente gitano degli Stati Uniti che a due mesi dal giuramento sul suo mandato si dovette confrontare con un rapporto che sosteneva che “i neri negli Stati Uniti possiedono il doppio delle possibilitá di restare disoccupati, il triplo delle possibilitá di vivere in povertá, e sei volte di piú quella di andare in carcere rispetto ai bianchi”.
E´vero che, come dice il saggio proverbio castigliano, “la casa di Santa Maria non é stata costruita in un giorno”, ma non é meno certo che il ritmo frenetico delle trasformazioni che sta sperimentando la societá maggioritaria da poco piú di mezzo secolo, obbliga noi gitani europei a fare uno sforzo supremo affinché il cambiamento che auspichiamo sia efficace e che possiamo essere, una volta per tutte, artefici del nostro destino e amministratori della nostra libertá. E il presidente Obama ci ha detto che “in ultima istanza, siamo noi che dobbiamo coltivare il nostro destino giorno per giorno”. Questo mi porta a formulare, in linea con il pensiero del presidente statunitense, alcune proposte per i gitani spagnoli.
Prima: Non riponiamo troppa fiducia nei sovvenzionamenti del Governo. Le sovvenzioni devono essere un mezzo, mai un fine. Anzi, quando le sovvenzioni non sono pienamente giustificate, o si concedono con criteri presumibilmente estranei alla volontá degli stessi gitani, possono essere una remora che ci condannerá irrimediabilmente al clientelismo e alla dipendenza dalla mano che ci alimenta. “I programmi di governo – ha detto Obama - non otterranno da soli che i nostri figli giungano nella terra promessa. E il Governo deve essere una forza per fornire opportunitá e una forza per munire di libertá.”
Seconda: E´necessario che siamo noi stessi gitani a essere coinvolti direttamente nella trasformazione della nostra realtá. Nessun popolo ha raggiunto la prosperitá a partire dal colonialismo politico, culturale e caritatevole. Finché il Parlamento Europeo si é espresso nella Risoluzione approvata lo scorso 11 marzo intimando che noi gitani partecipiamo a tutte le decisioni previste dai governi e dirette alla nostra comunitá. E chiede che si rispetti la nostra capacitá e la nostra responsabilitá di organizzarci autonomamente. Ma non ci inganniamo. A nulla serviranno i buoni propositi dei governanti se non siamo noi, i gitani stessi, coloro che lottano per progettare il proprio destino. Lo ha detto Obama: “Nei gitani si deve operare un cambio di mentalitá, un nuovo insieme di attitudini al fine di prendere le redini della propria vita”.
Terza: Dobbiamo aspirare a ottenere un autentico potere gitano. Ormai non basta che i governi mettano nelle nostre mani le risorse destinate a realizzare la nostra emancipazione e con quella l’uscita dall’esclusione sociale a cui siamo sottomessi. Il presidente degli Stati Uniti, che é nero, figlio di padre nero e di madre bianca, ha conosciuto e sofferto le ferite dell’emarginazione, che lo hanno portato a dire “si continua ad avere ingiustizia nei confronti dei neri, che si vedono relegati all’ultima posizione in tutte le scale del benessere”. Le sue parole sono perfettamente applicabili ai gitani spagnoli quando dice che:
“Il dolore della discriminazione si sente ancora tra di noi, ma questo non giustifica che (...) vengano condannati alla disperazione o a ruoli secondari in questo paese. (...) Desidero che aspirino a diventare scienziati e ingegneri, dottori e maestri, non solo giocatori di pallacanestro o rapper”.
Sono stato un’eccezione privilegiata nella vita politica spagnola. Avendo avuto le stesse umili origini di Obama, sono stato Deputato nel Parlamento spagnolo e nel Parlamento Europeo per 23 anni consecutivi della mia vita. Ma con me si é spezzata tristemente la continuitá. Nessuno ha piú occupato il posto che ricoprivo a Madrid o a Strasburgo. E´vero che in Spagna attualmente ci sono due deputati autonomisti gitani: uno é il mio carissimo amico Manuel Bustamante che si trova nella Corte Valenciana come rappresentante del Partito Popolare, e l’altro é il mio compagno del Partito Socialista Francisco Saavedra, che si trova nell’Assemblea Extremadura.
Ma é vergognoso che non ci sia rappresentanza gitana nel Parlamento dell’Andalucia, regione in cui vive la metá dei gitani spagnoli, né nel resto delle istituzioni di rappresentanza democratica del paese.
Il vero potere gitano si attuerá il giorno in cui accumuleremo meriti affinché il presidente del Governo, consapevole della forza che rappresentano piú di 700.000 gitani spagnoli, nomini un ministro o una ministra, Segretario di Stato o Direttore generale che siano gitani. E in piú ci si potrebbe aspettare, perché no? che il prossimo Direttore generale della Guardia Civile sia un gitano. Questo sarebbe Gipsy Power!
Quarta: Infine desidero rivolgermi proprio a quei gitani che bandiscono la propria gitanitá. Conosco molti gitani che sono professori universitari, cattedratici, medici, ingegneri, economisti, avvocati, cosí come piccoli e medi imprenditori, etc. Devono rendere pubblica la loro condizione di gitani. Questo ci dá prestigio e contribuisce in modo positivo alla rivendicazione del nostro buon nome. Sono convinto che quando qualcuno viene nel mio ufficio di avvocato per essere difeso, collega alla mia condizione di gitano la fiducia nel fatto che professionalmente io sia chi di meglio gli possa far vincere una causa.
Nessuno lo ha detto meglio di Barak Obama, delle cui parole ci appropriamo e andiamo a scolpire sul frontespizio di tutte le nostre organizzazioni: “É ora che i bimbi gitani aspirino a diventare scienziati, ingegneri, giudici del Tribunale Supremo e presidenti del Governo della nazione”. di Juan de Dios Ramírez-Heredia, Unión Romaní

(Nota al testo: la traduzione in italiano, inviata dall’Unión Romaní, portava la parola “black” ad essere tradotta con la parola “negro”. Per questa ragione è stata fatta una revisione della traduzione per renderla più fedele al testo originale.)

Europei da asilo politico

Cose sorprendenti, quelle che capitano intorno a noi. Anche che un cittadino europeo possa chiedere asilo politico a un paese del g8. E ottenerlo.
Il 13 luglio il Canada ha reintrodotto l'obbligo dei visti per il Messico e la Repubblica Ceca. Lo ha fatto per fronteggiare il massiccio afflusso di immigrati che chiedono asilo nel paese.
I dati segnalano un problema e un disagio. Dal 2007, quando l'obbligo dei visti per i cechi è stato annullato, alle autorità canadesi sono state presentate oltre 3.000 richieste d'asilo, rispetto a solo cinque nel 2006. Rispetto a 853 richieste d'asilo presentate in tutto il 2008, solo nel primo trimestre del 2009 sono state presentate 653 domande da parte di immigrati cechi, per lo più rom.
I rom dicono di fuggire a seguito dei rigurgiti estremisti neonazisti in aumento nella Repubblica ceca, del resto sette di loro sono stati recentemente uccisi senza troppi complimenti. Per le autorità ceche i motivi dell'emigrazione rom sono invece in primo luogo economici alla luce del sistema sociale canadese molto generoso.
I cechi al governo sono infuriati e offesi. Hanno chiesto all'Europa di replicare inserendo l'obbligo di visto anche per i canadesi. La risposta è stata solidale, ma negativa. Se lo meritano pure. In maggio l'ex premier Topolanek è stato beccato nel corso di una cena ufficiale a dire cose terribili sui rom e sul come sbarazzarsene. Scherzava. Più probabilmente scherzava per dire delle verità che avrebbe potuto confessare altrimenti. Più o meno ordinaria amministrazione, sin qui.
Le cose cambiano, però, se si osserva che nel 2008 ben 84 cittadini rom della Repubblica Ceca hanno ottenuto l'asilo nella terra delle foglie d'acero. Anche se qualcuno la pensa diversamente, si tratta di 84 cittadini europei sino in fondo cento per cento UE.
Il che vuol dire che un paese terzo, fra l'altro membro del G8 e dunque non uno qualsiasi, ha ritenuto che nell'Unione europea ci siano comportamenti tali da giustificare la concessione di diritti speciali agli stessi cittadini europei.
"Non è immaginabile che un cittadino della Ue sia ritenuto un rifugiato in un altro Paese, è un fatto che farebbe cadere un interro pilastro su cui l'Unione si fonda", s'è lamentato il ministro degli Esteri Franco Frattini. Ha ragione. Salvo che certi comportamenti e atteggiamenti rispetto a determinate etnie - come i rom - in un buon numero di paesi fanno riflettere sulla solidità dei pilastri su cui l'Unione si fonda. E danno lo spunto agli altri per pensare che non siamo virtuosi come suggeriscono i Trattati. Guardiamoci intorno. I colpevoli di questa deriva sono fra noi e noi fra loro. di Marco Zatterin

La Spezia, no alla fiaccolata contro il "campo nomadi"

Massimo Lombardi, Responsabile Immigrazione Prc La Spezia interviene in risposta alle dichiarazioni di Massimiliano Mammi della Destra sul Campo Rom apparse questa mattina su CDS ed, tra l'altro, afferma che : "Le dichiarazioni di Mammi sulle intenzioni del proprio partito politico di organizzare una fiaccolata contro il campo nomadi di via Camposanto nascondono una profonda non conoscenza delle attività dell'amministrazione comunale: forse Mammi dovrebbe documentarsi meglio prima di intervenire a sproposito.
Il progetto comunale sul Campo Rom è infatti un progetto migliorativo, di messa in sicurezza dello stesso, che prevede l'igienizzazione delle fognature, la pulizia del parcheggio con l'installazione dei servizi igienici necessari e mancanti."
Continua Lombardi: "Riguardo alla crisi economica che ha investito anche la nostra città e che si ripercuote sulla mancanza di posti di lavoro e stabilità sociale, Mammi dovrebbe prendersela con i veri responsabili di questo disastro, ossia la classe industriale spezzina.
Infine, in base anche ai fatti accaduti sabato notte a Marina di Massa, sottolineo come sia grave e pericoloso fomentare l'odio sociale con le ronde invece che cercare la pacifica convivenza tra le persone. Ma questi non sono argomenti a cui Mammi vuole o può rispondere."
Conclude Lombardi: "Pertanto chiedo al sindaco Federici di non autorizzare la tanto auspicata fiaccolata voluta dalla Destra contro il campo nomadi."

Napoli, bambini nel mondo tutti insieme contenti 2009

Non poteva trovarsi titolo migliore per il campo estivo “Bambini nel mondo tutti insieme contenti 2009”. Questa l’idea che tutti realizzavano alla “Festa dell’Arrivederci”, tenutasi venerdì 24 luglio alle 16.00 presso l’Istituto Opera del Fanciullo a Capodimonte. L’evento ha chiuso la seconda edizione del progetto curato dalla Fondazione Banco di Napoli Assistenza e Infanzia e dall’Assessorato alle Politiche Sociali della Regione Campania. Sessanta i bambini coinvolti nell’iniziativa: 30 bambini rom appartenenti ai campi (vecchi e nuovi) di Secondigliano e Scampia, 20 provenienti da Senegal, Nuova Guinea, Sri Lanka, Palestina, Macedonia e 10 bambini semplicemente italiani, di Miano e Piscinola. Tutti di età compresa tra i 7 e i 12 anni, figli di immigrati regolari e tutti realmente contenti. Il campo estivo è stato attivo dal 26 giugno al 27 luglio ed è stato condotto da una squadra di otto operatori, tra cui uno psicologo infantile e una mediatrice interculturale per la Fondazione Banco di Napoli, il premio “Donna per la Pace 2003” e “Campania per la Pace e i Diritti umani 2005” Souzan Fatayer. La quale non nasconde la propria soddisfazione, così come Fernanda Spena, direttrice dell’Istituto Porta Bellaria, che ha ospitato, immerso nel verde, le attività ludiche, pedagogiche e ricreative dei bambini. Alla scuola sono state alternate gite e giornate in piscina per far fronte al calore invadente di questo periodo. Souzan Fatayer spiega che i piccoli partecipanti al campo sono stati selezionati su indicazione delle scuole e dei vari capi-comunità cui le rispettive famiglie fanno riferimento. di Eduardo Di Pietro, continua a leggere… e guarda il video...

Reggio Calabria, Karin Faistnauer prima vincitrice del festival Ecojazz

Karin Faistnauer, presidente dell'associazione "Donne e Futuro", è la prima vincitrice del premio istituito dal festival musicale Ecojazz in programma a Reggio per il 6 agosto. La manifestazione è gestita dall'associazione di solidarietà internazionale "Un ponte per." che in Calabria è guidata da Giovanni Crotti e che ha tra le sue priorità le politiche antidiscriminatorie di genere.
«La scelta della prima donna beneficiaria del riconoscimento – scrive Crotti a Faistnauer – è ricaduta su di lei e sul suo ruolo fattivo per far uscire dal "buio sociale" le donne del suo territorio, e non solo quelle rom».
Il riconoscimento di Ecojazz è ispirato da un particolare contesto artistico-metaforico (il jazz incontra la Fata Morgana) che viene assegnato a quelle donne speciali che «sono emerse dall'oscurità e dal silenzio degli abissi sociali e che con il loro indomito spirito di sacrificio affrontano ogni avversità della vita nella lotta per ricostruire dignità annientate e oscurate nella loro essenza umana». E'ovvio l'accostamento alla mitica Fata Morgana, emersa dall'oscurità e dal silenzio degli abissi per punire l´arroganza e l´avidità del barbaro.
Il riconoscimento verrà consegnato sul lungomare reggino, in coincidenza con una performance di danza e musica, animata da artiste statunitensi. Anche la cerimonia di premiazione si lega all'idea di un'alba nuova di civiltà sulla barbarie dominante.
Karin Faistnauer, da anni impegnata per la promozione sociale e culturale delle donne rom di Scordovillo, si è detta lusingata per l'assegnazione del riconoscimento. Il suo è un impegno costante e sempre improntato all'abbattimento di pregiudizi e luoghi comuni che condizionano fortemente la convivenza tra i rom e i cosiddetti "italiani".

Barriere ideologiche che impediscono un reale inserimento della popolazione rom nel contesto sociale in cui vivono. In attesa del premio, "Donne e Futuro" si sta preparando per l'ottava edizione del Calabrientage, il mercatino dei prodotti tipici calabresi e dei manufatti artigianali realizzati dalle donne rom di Scordovillo che l'associazione porterà anche quest'anno ad Innsbruck, in Austria.
Karin Faistnauer, allestirà gli stand espositivi all'interno del Cafe e Pub "Hokusposkus, nel pieno centro storico della cittadina austriaca. Le giornate calabresi del "Calabrientage" che partiranno fra qualche giorno, celebreranno le prelibatezze enogastronomiche della nostra regione, insieme ai lavori delle ragazze e delle donne del campo rom che l'associazione ha sempre coinvolto in molteplici attività. Tra le ultime iniziative la mostra dell'artigianato realizzata all'interno della scuola Fiorentino in collaborazione col Centro d'istruzione per adulti.
Tra gli stands espositivi anche degli opuscoli informativi sul lavoro svolto dalle volontarie di "Donne e Futuro" che con le donne rom hanno fatto e continuano a fare opera di sensibilizzazione e conoscenza: dall'informazione sanitaria a quella scolastica, perseguendo l'obiettivo di una vera e propria formazione.

Miriam Meghnagi e il canto che viene dal cuore

Mi piace molto lavorare nel cinema. Per l'ultimo film di Citto Maselli, Fuoco e la cenere, ho scritto un canto per la pace in ebraico ed in arabo poi ho invitato un cantante palestinese e l'abbiamo cantato insieme, in una scena nella quale interpretavo me stessa: Miriam Meghnagi nel ruolo di Miriam Meghnagi.
Il film dovrebbe partecipare alla prossima biennale di Venezia e racconta di un centro sociale che si trasforma in centro commerciale, una parodia della storia della sinistra. Non ho mai voluto fare un lavoro "sotto padrone", ho sempre gestito il mio tempo senza dover dipendere da qualcuno. Credo che questo atteggiamento sia legato alla mia vicenda personale, da una sventura si può trarre una visione della vita. La mia famiglia è fuggita da Tripoli, io ero piccola e per tanto tempo non abbiamo avuto la cittadinanza. La condizione di apolide in Italia significava che non potevi avere un ruolo all'università e non potevi fare ricerca. Ho avuto delle borse di studio perché ero brava a scuola però non potevo lavorare e questa situazione, in seguito è diventata la cifra della mia vita. Non avendo un'ambasciata che potesse proteggermi dovevo pensare a me stessa e non dipendere da nessuno. Oggi sono cittadina italiana, però per più di vent' anni, sono stata apolide.
Miriam Meghnagi, nata a Tripoli da antica famiglia ebraica è attualmente una delle principali interpreti vocali del patrimonio musicale ebraico sul quale ha svolto ricerche decennali. Il suo repertorio spazia tra varie lingue e dialetti ed è arricchito anche da composizioni originali. Ha collaborato con registi di cinema e teatro come S. Agosti (musiche originali in Uova di garofano), G. Pressburger (canto originale nel film-documentario Flussi di Coscienza, canti originali e acting in Danubio, lavoro teatrale), G. Salce (protagonista femminile, canti e musiche originali in Il raggio d'oro, Rai 3), C. Naccari (canti originali in Venezia: città di pietra e acqua, "Premio Torta"), Pasquale Scimeca (musiche originali per il film "La Passione di Giosuè l'Ebreo"). Canti e musiche originali, inoltre, per il documentario di C. G. Hassan e D. Meghnagi Gerusalemme: città di specchi (Rai-SAT, 2000).
Recentemente mi hanno invitata in Campidoglio come testimone onoraria all'assemblea mondiale delle organizzazioni dei rom e dei sinti riuniti non per chiedere l'elemosina ma per essere attivi e per occuparsi di se stessi. Nel prossimo novembre sarò ospite d'onore in un festival a Lanciano dove vive una comunità sinti perfettamente inserita. Gualtiero Spinelli mi ha appena telefonato per dirmi che da quel momento in poi sarò la regina dei rom e dei sinti. a cura di Anna Rolli, continua a leggere...

lunedì 27 luglio 2009

Roma, sgomberato un "campo nomadi"

E' stato sgomberato all'alba l’insediamento rom, presente da circa 20 anni, con circa 40 manufatti in muratura costruiti abusivamente in via Dameta e via Neide, in zona Rustica a ridosso del Grande raccordo anulare della Capitale, nei quali vivevano circa 140 persone.
Lo sgombero, che precede l'abbattimento con le ruspe dei manufatti che è tuttora in corso, è avvenuto senza incidenti, ma solo con qualche debole protesta dei residenti. Lo sgombero, del quale i Rom erano stati già informati è stato eseguito da circa 150 agenti della polizia municipale dell'VIII Gruppo con la collaborazione di altri Gruppi e delle autoradio in servizio notturno, diretti dal comandante Antonio Di Maggio, sulla base dell'ordinanza del prefetto di Roma e Commissario straordinario per i nomadi Pegoraro, che ha dato mandato al direttore del V Dipartimento Angelo Scozzafava di farlo eseguire. Sul posto anche personale del Dipartimento V del campidoglio e personale dell'Acea acqua e luce per i distaccare le utenze.
La Polizia di Stato e della Polizia Municipale stanno lavorando allo scopo di assicurare un contestuale trasferimento degli occupanti presso alcuni locali della Fiera di Roma. Le operazioni si sono rese necessarie a seguito della richiesta della Società Strada dei Parchi incaricata di realizzare la complanare dell'Autostrada A24 nel tratto urbano in questione.

Massa, scontri tra ronde

Scontri alla periferia di Massa, la notte fra sabato e domenica, tra la prima ronda proletaria antifascista, organizzata dai Carc (Comitati di appoggio alla Resistenza per il comunismo) e Asp (Associazione solidarietà proletaria) e simpatizzanti di destra. Il bilancio di una notte di tensione e di una giornata, ieri, di blocchi ferroviari é di due arresti, due denunciati, tre persone fermate, tre poliziotti lievemente feriti, due contusi, un esponente di sinistra medicato in ospedale e dimesso.
La ronda proletaria era stata promossa per contrapporsi a quella delle 'SSS' (Soccorso sociale e sicurezza), fondata dal capogruppo de La Destra in Comune a Massa, Stefano Benedetti, e già operativa da settimane nonostante il parere negativo dell' amministrazione comunale.
Il corteo dei simpatizzanti di estrema sinistra è partito sabato notte dalla pineta Ugo Pisa, in zona Partaccia a Marina di Massa, dove si stava svolgendo la Festa di Resistenza. Secondo la polizia, il corteo, non autorizzato, si è diretto, bloccando la circolazione, verso un bar frequentato da simpatizzanti di destra. E' qui che sono scoppiati i primi disordini, tra i manifestanti che avevano fumogeni e bandiere rosse e gli avventori del bar: aggressioni verbali dei primi a cui hanno risposto gli altri con il saluto romano e intonando l' inno nazionale e canzoni del Ventennio. Alla presenza anche di qualche famiglia, sono volate sedie e tavolini: tre poliziotti sono rimasti feriti nel tentativo di disperdere i gruppi.

Il secondo scontro è avvenuto poco dopo, mentre il corteo della ronda proletaria cercava di tornare alla Festa di Resistenza. Gli agenti della Digos si sono trovati contro un gruppo di giovani in motorino, armati di bastoni, chiamati dagli stessi Carc per fronteggiare, dicono i simpatizzanti di estrema sinistra, quelli di destra che pare stessero andando alla Festa. Altri due poliziotti sono rimasti contusi dallo scontro, oltre a un giovane di sinistra.
Dopo lo scontro sono finiti in questura quattro esponenti di sinistra, tra cui Alessandro Della Malva, segretario regionale dei Carc, e Samuele Bertoneri, giovane membro dell' Asp di Massa, che sono stati arrestati con l'accusa di resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. Gli altri due Carc sono stati rilasciati ma denunciati per resistenza a pubblico ufficiale e istigazione a delinquere. Questa mattina, per protestare contro i fermi, un gruppo di Carc ha manifestato alla Stazione di Massa bloccando i binari e creando disagio alla circolazione dei treni. E lo stesso hanno fatto ieri pomeriggio a Napoli altri simpatizzanti dei Carc, in solidarietà con i compagni di Massa.
Per tutto il giorno la questura di Massa è stata stata presidiata, mentre i componenti dei Carc e dell' Asp hanno manifestato con bandiere e fumogeni davanti agli uffici della polizia e davanti alla caserma dei carabinieri di Marina di Massa, dove tre giovani sono stati trattenuti per alcune ore, per aver preteso con irruenza informazioni sul segretario regionale Della Malva. Benedetti ha preso le distanze dall' episodio. "Ho sospeso il servizio di ronda alla Partaccia, in accordo con il questore - ha detto - appena ho saputo che sarebbe passata di lì la ronda antifascista. L' ho fatto proprio per evitare problemi. Noi agli scontri non c'eravamo. La nostra ronda lavora in silenzio da più di un mese e non ha mai creato problemi di alcun genere". da ANSA

Emilia Romagna, contro le discriminazioni firmato accordo Unar-Regione

E' stato firmato il 25 giugno scorso a Bologna il primo accordo operativo tra l'UNAR, Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, e il Centro creato dalla Regione Emilia-Romagna per prevenire e contrastare le discriminazioni.
L'iniziativa - promossa dal Dipartimento per le Pari Opportunità e dall'assessorato Promozione politiche sociali, cui fa capo il Centro regionale - nasce dalla comune volontà di favorire il superamento di atteggiamenti e comportamenti non paritari ai danni di persone o gruppi, a causa della loro origine etnica, religione, convinzioni personali, genere, orientamento sessuale, età, disabilità, e di promuovere in generale la diffusione di una cultura del rispetto delle differenze, così come indicato dal Trattato di Amsterdam e successivamente stabilito dalle Direttive europee 43 e 78 del 2000.
Il Centro regionale, attualmente composto da 144 punti antidiscriminazione in rete tra loro che rappresentano una valorizzazione di sportelli e risorse già attive, possa anche attraverso questa collaborazione con l'Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali diventare un punto di riferimento per altre Regioni italiane.
A ormai cinque anni dalla sua istituzione, "la nuova sfida per l'UNAR - sottolinea il direttore generale Massimiliano Monnanni - è l'implementazione del servizio di call center e la progressiva costituzione di una rete nazionale di antenne territoriali per la rilevazione e la presa in carico dei fenomeni di discriminazione razziale, mediante l'opportuna definizione di protocolli di intesa e accordi operativi con Regioni ed enti locali. In quest'ottica - prosegue Monnanni - l'accordo con l'Emilia-Romagna assume un valore di forte innovatività. Riteniamo di fondamentale importanza riproporre e sistematizzare la sperimentazione in essere con l'Emilia-Romagna in altri contesti regionali e provinciali, al fine di coinvolgere in modo strutturato non solo i livelli istituzionali ma anche e soprattutto il tessuto associativo già esistente, fornendogli ogni necessario supporto in ambito formativo, legale e consulenziale".

L'accordo operativo, che ha durata triennale e che verrà sottoposto a una costante valutazione, regolerà i rapporti e le collaborazioni tra UNAR e Centro regionale contro le discriminazioni, andando a interessare i compiti istituzionali dei due organismi. Prevista anche la promozione annuale di iniziative di informazione e sensibilizzazione per prevenire i fenomeni di discriminazione, con particolare attenzione al mondo sportivo, giovanile e alla scuola, e la partecipazione a bandi e programmi europei.
Fondamentale anche la collaborazione sulle segnalazioni di discriminazione a partire da un comune sistema di monitoraggio e di gestione dei casi fino ad arrivare a un confronto costante tra gli operatori del Centro regionale e dell'UNAR per trovare le soluzioni più idonee alla risoluzione positiva dei casi, utilizzando prioritariamente iniziative di mediazione tra le parti e di ricomposizione dei conflitti.

domenica 26 luglio 2009

Lecce, a un bambino montenegrino

Sgambetta
intrecciando i piedini
senza calzini.
Gioca con api e zanzare,
girini e rane
in acque malsane.
Vuol
caramelle e cioccolata,
tanto miele e marmellata.
Non ha una casa,
ma un Campo
per trovare scampo
e riparo
alla guerra
e al dolore.

Maria Angela Zecca

venerdì 24 luglio 2009

Roma, la piazza del riuso e della solidarietà attiva

Siete tutti invitati all’inaugurazione de “la piazza del riuso e della solidarietà attiva” sabato 25 luglio 2009, dalle ore 9.00, in via della Vasca Navale 6 (p.le ex cinodromo).
“La Piazza del Riuso e della Solidarietà Attiva” vuole essere uno spazio dedicato all’incontro con la cultura, la tradizione e l’economia Rom, ancora largamente sconosciute ai cittadini italiani.
La presenza di artisti, musicisti e danzatori gitani vi accompagnerà nella visita del Mercatino dell’Usato, dove potrete trovare idee curiose e a buon mercato per la vostra casa e i vostri regali.
Gli oggetti presenti negli stands del mercatino sono stati in gran parte salvati dal triste destino di finire in discarica grazie al duro lavoro degli operatori dell’usato rom, che rovistando i cassonetti svolgono un’attività economica onesta anche se informale.
L’idea di una “Piazza del Riuso e della Solidarietà Attiva” nasce dall’esigenza di coniugare piu’ aspetti: quello culturale, quello sociale e quello della sostenibilità ambientale.
Lo stand dedicato al tema del Riutilizzo a cura dell’Occhio del Riciclone potrà aiutare tutti i cittadini a conoscere meglio tutte le potenzialità del settore dell’usato rom, che potrebbe avere un grande sviluppo se potesse rifornirsi di merci direttamente dalle isole ecologiche in sostituzione all’opzione anti-igienica del cassonetto.
“La Piazza del Riuso e della Solidarietà Attiva” sara’ inaugurata questo sabato dal Presidente del Municipio Roma XI Andrea Catarci, e a partire da Settembre diventera’ un appuntamento fisso tutti i sabati e le domeniche.
Per informazioni: Occhio del Riciclone, cellulare 347 1217942, e-mail riusare@yahoo.it

giovedì 23 luglio 2009

Piano casa: come fare ad ampliare abitazione. Regole e sgravi fiscali

E’ stato approvato definitivamente dal Governo dopo il parere favorevole espresso dalla Conferenza unificata Stato-Regioni e dal Cipe il nuovo Piano Casa del governo Berlusconi, con l’obiettivo primario di realizzare centomila alloggi in cinque anni, che saranno destinati sia in proprietà quali prima casa, sia in locazione a canone sostenibile e a canone sociale.
In generale il piano prevede disponibilità di finanziamenti pubblici e privati da utilizzare con procedure snelle, interventi diversificati a seconda delle categorie interessate e incentivi e agevolazioni fiscali. Si parte dagli ampliamenti del 20% se grazie ai lavori si riesce a risparmiare il 10% dell'energia necessaria al riscaldamento.
Di conseguenza sale a quota 4,1 milioni il numero di edifici mono o bi-familiari potenzialmente interessati dalle leggi regionali sugli ampliamenti, per cui sarà, però, richiesta maggiore attenzione per l’isolamento termico degli edifici, per la coibentazione, per gli infissi anti-dispersione, per calaia e impianto di riscaldamento. Le abitazioni devono trovarsi fuori dai centri storici. In caso di demolizione e ricostruzione dell’edificio è possibile salire fino al 35% della volumetria. Sarà, inoltre, possibile recuperare le aree dismesse e trasformale in nuove abitazioni a patto che si trovino in zone per le quali è prevista dal Piano regolatore comunale una destinazione d’uso residenziale.
In questo caso la superficie volumetrica rimane invariata ed è vincolata alle disposizione degli indici di edificabilità dei singoli Comuni. A poter beneficiare del nuovo Piano casa saranno i nuclei familiari a basso reddito, giovani coppie, anziani in condizioni sociali svantaggiate, studenti fuori sede, sfrattati, immigrati regolari a basso reddito, a patto che siano esidenti da almeno dieci anni in Italia o da cinque nella stessa regione. Sono, inoltre, previsti sconti fiscali per chi decida di ampliare la prima casa.
Lo sconto ammonterà al 50% del balzello che si deve ai Comuni per la costruzione. Il contributo si paga inoltre solo con riferimento agli incrementi realizzati e il taglio del 50% è previsto anche per gli interventi che siano realizzati mediante la utilizzazione di tecniche costruttive di bioedilizia o di fonti di energia rinnovabili. di Marianna Quatraro

Lamezia Terme (CT), Pamela Bevilacqua si è diplomata

Pamela Bevilacqua è la prima ragazza rom di Scordovillo a conseguire la maturità. La ragazza, che ha sostenuto gli esami all'Istituto professionale per l'industria e l'artigianato "Leonardo Da Vinci", indirizzo moda e costume.
La studentessa ha discusso la tesina su surrealismo, Pirandello e Seconda guerra mondiale. Inoltra ha frequentato anche uno stage di moda a Rimini. «All'inizio ho dovuto lottare contro la mia famiglia – ha spiegato Pamela Bevilacqua – perchè i miei genitori non volevano che frequentassi la scuola superiore, anche perchè dei miei amici non c'era nessuno. Ma ho fatto come ho voluto io. Ed ho fatto bene. A me piace tanto studiare, soprattutto la storia dell'arte, in particolare Munch e Canova. Il mio sogno ora è la laurea».
Anche il sindaco di Lamezia Terme (Cz), Gianni Speranza, si è congratulato: ''A Pamela esprimo i miei più cari auguri e auspico che possa ricevere tanta felicità dalla vita. Spero anche che continui gli studi iscrivendosi all'Università''.
''Questo giorno - ha aggiunto Speranza - è un inizio per tutta la città, per i rom, per i più poveri, per gli immigrati. Se un giorno loro potranno laurearsi e diventare i dirigenti della città, sarà davvero un cambiamento. Sarà un vero passo avanti nel difficile percorso dell'integrazione. Il successo di Pamela - ha evidenziato - è un successo per la comunità di Lamezia Terme. E' un segno che le cose possono cambiare per tutti, per chi come lei vive in condizioni difficili. Sogno - ha sottolineato il sindaco - una città in cui una ragazza come Pamela possa un giorno diventare sindaco o parlamentare''.

Roma, tolleranza zero in appalto

Immaginate un sindaco abbastanza giovane, eletto in una grande città, con un ferreo programma di legge e ordine, una città molto sporca ma non criminale (18 omicidi all’anno, il dato più basso in Occidente per una città con più di un milione di abitanti) che fa sapere al suoi elettori: “Non ce la faccio più. Ho bisogno di un vero capo della sicurezza nella mia città. Vado ad assumere un pensionato, già sindaco di un'altra grande città e affido tutto a lui”.
Non è una fiaba un po’ stupida. Il sindaco è Gianni Alemanno, ex An nel fiore degli anni, fino alla recente campagna elettorale noto per essere energetico, decisionista, sportivo, instancabile.
La città è Roma, città nota per le sue buche stradali in pieno centro storico, per i frequenti investimenti di passanti sulle strisce bianche da parte di automobilisti, motociclisti e autisti di autobus dediti ad alte velocità altrove non consentite, per le rumorose movide notturne di ragazzacci screanzati, ma non per la criminalità. Certo, ci sono stati a catena casi di stupro. Ma come fa Alemanno a dimenticare che proprio uno stupro è stata la sua fortuna elettorale, che “Basta con il pericolo di aggressione alle donne “ è stato il suo impegno principale? Perché non si è assunto quest’unico impegno invece di dare la caccia ai campi Rom?
E che cosa potrà fare un signore attempato e straniero su questo odioso crimine che in ogni luogo ha radici, ambientazioni, storie, connotazioni diverse e che, per esempio, fra tanti crimini non è mai stato in testa all’elenco di violenze a New York?

New York è infatti la città modello che Alemanno è andato a cercare. New York, quasi nove milioni di abitanti, è la città più multietnica del mondo, dove è obbligatorio sapere lo spagnolo (la lingua di moltissimi immigrati) per avere un posto pubblico.
Il prescelto che raddrizzerà Roma? L’ultra settantenne Rudolph Giuliani, già sindaco di New York quando la città aveva circa 300 omicidi all’anno. Quella tremenda cifra, con Giuliani, è diminuita solo secondo un trend che negli ultimi 15 anni ha visto calare la parte più violente della criminalità americana. A New York, come a Boston, come a Chicago.
In compenso con Giuliani New York è stata molto pulita, con le strade ben asfaltate e tolleranza zero per gli automobilisti pericolosi. Perché allora il giovane Alemanno da New York annuncia di avere assunto un pensionato newyorkese per la sicurezza di Roma? Non poteva lui, alla sua età, occuparsi almeno di pedoni, di buche e di erbacce?
Per la sicurezza, a Roma, ci sono già il prefetto, il questore, il comandante della Guardia di Finanza e un po’ di forze armate in tenuta da Afghanistan. di Furio Colombo

Roma, crediti formativi per gli studenti impegnati nel sociale

Il comune di Roma e l'Ufficio scolastico regionale per il Lazio hanno siglato un protocollo di intesa che consentirà agli studenti delle scuole superiori di Roma che si impegneranno nel volontariato e in iniziative di integrazione di ottenere crediti formativi spendibili in sede d'esame.
Per l'assessore alle politiche sociali del Comune, Sveva Belviso (in foto), "l'obiettivo è potenziare il senso civico dei ragazzi affinché questi incontri creino una relazione affettiva che permetta di conoscere e accettare le fragilità senza che vengano percepite come diversità. Saranno aiutati anziani, minori orfani o non accompagnati, disabili, rom, tossicodipendenti e senza fissa dimora''.
"Saranno esperienze formative - ha precisato l'assessore alla scuola Laura Marsilio - e occasioni di crescita, che aiuteranno i giovani a maturare una coscienza civile e a conoscere modelli di vita sani, le armi migliori contro la devianza".
Spetterà alle singole scuole, che potranno aderire al progetto fino al prossimo settembre, decidere quanti crediti assegnare ai ragazzi che presteranno la loro opera di volontariato presso gli enti accreditati (tra questi, Acli, Caritas diocesana di Roma, Banco Alimentare e Comunità di S. Egidio).