sabato 30 gennaio 2010

Guidizzolo (MN), strumentalizzazioni e xenofobia

La questione “Sinti a Birbesi” è deflagrata in maniera violenta in questi giorni nel peggior modo. Qualcuno sia nel cento-destra che nel cento-sinistra ha voluto strumentalizzare in chiave elettorale la volontà di persone serie e per bene, le famiglie sinte, che vogliono con tutte le loro forze uscire dalle logiche segreganti e ghettizzanti del “campo nomadi”. E lo fanno nella legalità tanto promossa nelle parole, ma come è evidente non nei fatti, da molti politici anche nostrani. A partire dagli esponenti della Lega Nord.
Quattro famiglie di Cittadini italiani, formate da sette adulti e nove bambini (una famiglia è di un solo componente), acquistano con un mutuo ventennale un terreno edificabile a Birbesi con l’aiuto del Comune di Brescia e della società Brixia. In un percorso che vede coinvolte circa trenta famiglie che andranno a vivere in altri Comuni che non sono Guidizzolo e che non saranno di certo tutti nella Provincia di Mantova. Anche le altre famiglie compreranno un terreno per andarci a vivere e non certo per fare “campi nomadi” da dove vogliono uscire.
Sottolineiamo che questo percorso è stato iniziato autonomamente dalle famiglie sinte, a partire dagli Anni Ottanta e che vede oggi coinvolti circa una ventina di Comuni mantovani. E in nessuno di questi Comuni, anche confinanti con Guidizzolo, si sono creati “campi nomadi”. Cose risapute da tutti i politici mantovani, compreso il Sindaco di Guidizzolo con cui in questi anni abbaino parlato più e più volte e quindi con i sottoscritti non si usino certi argomenti.

Certo i residenti a Birbesi sono allarmati ma lo saremmo anche noi se i politici nazionali e locali che abbiamo votato, per tre anni ci avessero bombardato dai giornali e dalle televisioni, dicendoci che i “nomadi” sono brutti, cattivi e pericolosi.
La realtà è ben diversa, come conoscono tanti Sindaci mantovani che invitiamo ad intervenire sulla stampa. Ma certo non sarà abbastanza per i residenti di Birbesi leggere queste nostre parole o leggere le parole di altri che non conoscono. Per questo abbiamo proposto al Sindaco di Guidizzolo di organizzare un incontro tra le quattro famiglie sinte, i sottoscritti e i residenti di Birbesi. Perché queste persone che vogliono vivere a Birbesi hanno sogni, aspirazioni, valori eguali a quelli delle persone che già vivono a Bibesi. Persone che tutti i giorni vanno a lavorare come qualsiasi altra persona di Birbesi. Persone che la domenica vanno in chiesa a pregare Gesù Cristo come qualsiasi altra persona di Birbesi. Anzi, uno dei componenti sta diventando ministro di culto per la chiesa evangelica, un sacerdote (tanto per intenderci).
Ma se capiamo i residenti di Birbesi non possiamo capire i tanti politici sia di centro-destra che di centro-sinistra che sono intervenuti in questi giorni. Tutti a buttare benzina sul fuoco e tutti pronti a strumentalizzare la vicenda a fini elettorali. Uno schifo! E siamo arrabbiati per certe dichiarazioni inaccettabili e forse penalmente perseguibili che qualche politico locale ha fatto. Guidizzolo e la nostra provincia non sono l’Alabama razzista del Kuk Kulux Klan che abbiamo visto nei film sui diritti civili dei neri americani e non lo diventeranno.
Perché, al contrario, chi ci perderà saranno solo le famiglie sinte e le famiglie di Birbesi. Le prime perché ancora una volta dovranno abbassare la testa di fronte ad una falsa legalità costruita per farle soffrire e le seconde perché saranno tacciate per i prossimi anni come razziste.
Basta poco per distruggere, costruire è difficile ma non impossibile. Invitiamo quindi il Sindaco di Guidizzolo ad organizzare al più presto l’incontro di conoscenza tra le famiglie, perché siamo sicuri che dopo essersi conosciuti, paure e diffidenze (reciproche) scompariranno. di Carlo Berini e Yuri Del Bar, associazione Sucar Drom

giovedì 28 gennaio 2010

Mantova, il discorso del Sindaco per Il Giorno della Memoria

Mercoledì 27 gennaio si sono tenuti al Bibiena il consiglio comunale e provinciale congiunti al Bibiena. L’appuntamento era dedicato alla Giornata della Memoria. Hanno parlato il professor Stefano Levi Della Torre, docente del Politecnico, i presidenti dei due consigli Albino Portini e Laura Pradella, il sindaco Fiorenza Brioni e il presidente della Provincia Maurizio Fontanili.
Nel pomeriggio si erano tenute le cerimonie sul Porrajmos, nella stazione ferroviaria, e sulla Shoah, nella Sinagoga di Mantova. L’appuntamento del pomeriggio alla stazione ferroviaria, al binario 1, è stato il momento di commemorazione del Porrajmos, guidata dal consigliere comunale di Mantova, Yuri Del Bar. Sono intervenuti il sindaco di Mantova, Fiorenza Brioni, il presidente della Provincia di Mantova, Maurizio Fontanili e il presidente della Comunità Ebraica Fabio Norsa.
Di seguito l’intervento pronunciato dal sindaco Fiorenza Brioni nel corso del consiglio comunale e provinciale congiunti.
Il 27 gennaio, Giorno della memoria, è una data diventata pubblica. Lo è diventata certamente per un atto importante (sancito con una legge) compiuto dallo Stato Italiano, dalla nostra Repubblica democratica. Una data che ricorda l’abbattimento dei cancelli del campo di sterminio di Auschwitz.
Ma lo è ancora di più perché il Giorno della memoria (istituito per non dimenticare le persecuzioni razziali e gli orrori del fascismo e del nazismo) è diventato un appuntamento del calendario nostro che sta dentro il vissuto della nostra comunità.
Intorno a questa data organizziamo dibattiti, incontri, sosteniamo ricerche storiche ed eventi per promuovere conoscenza e insieme consapevolezza.
Parole come Shoah e Porrajmos sono diventate parole del nostro comune vocabolario pubblico. Parole per raccontare e per dire ciò che per noi oggi è inconcepibile, l’inconcepibile annientamento, il divoramento, lo sterminio, la distruzione fisica di milioni di persone teorizzata e praticata dal nazismo e dal fascismo.
“Meditate che questo è stato”: è il monito che ci ha lasciato Primo Levi, proprio per prevenire l’eventualità dell’oblio, dello smarrimento di senso.
Abbiamo bisogno di ricordare, di ricordare come atto di verità, ma la memoria non è solo ricordo, non è una ricorrenza.

La memoria è un’azione, un impegno morale, un atto di consapevolezza. Un atto che unisce tra loro le persone per costruire una coscienza pubblica. La memoria serve per far qualcosa. È un atto che dice oggi ciò che dal passato si è trattenuto e come questo ha arricchito la nostra capacità di agire.
La mostruosità inconcepibile delle leggi razziali, dell’annientamento, dell’olocausto del popolo ebraico e poi il martirio di tanti: oppositori politici antifascisti prigionieri di guerra sinti e rom, gruppi religiosi, omosessuali e disabili. Tutto questo interroga la coscienza collettiva e pone sulla bilancia della storia interrogativi universali che riguardano ognuno di noi e ogni generazione.
La memoria riguarda e interroga il presente.
E perché la memoria pubblica possa diventare coscienza collettiva occorre tradurre lo sguardo su quel tempo, su quella tragedia in uno strumento di lettura del nostro tempo, della nostra condizione presente, delle cose inedite che ci troviamo di fronte.
Il Giorno della memoria riguarda un pezzo della storia culturale dell’Italia e dell’Europa di cui dobbiamo avere piena consapevolezza per tenere ben dritta la barra, per consolidare le radici della Repubblica democratica italiana che vogliamo, dell’Europa in cui vogliamo stare, di una realtà che si mobilita per cacciare l’antisemitismo, il razzismo, la xenofobia, l’omofobia, le discriminazioni, di un Paese che vogliamo capace di promuovere diritti e responsabilità, uguaglianza, solidarietà, giustizia sociale e pace.
In questi ultimi anni il nostro Comune e la Provincia hanno sostenuto la nascita (proprio in occasione del Giorno della memoria) di Articolo 3 - Osservatorio contro le discriminazioni. Uno strumento attivo di vigilanza e di contrasto alle discriminazioni, in cui sono rappresentate le minoranze presenti nel nostro territorio (ebrei, sinti e rom, omosessuali, disabili) che lavorano insieme e che sono sostenuti anche dalla collaborazione con l’Istituto Mantovano di Storia Contemporanea. In questo periodo l’Osservatorio sta prestando molta attenzione anche ai problemi dei lavoratori e dei giovani che sono immigrati nella nostra provincia e che qui si aspettano di trovare accoglienza e cittadinanza. L’Osservatorio costituisce un presidio importante, un nodo prezioso del tessuto robusto e forte della nostra comunità. Ancora più prezioso oggi, in un momento in cui c’è bisogno di alzare la soglia della qualità etica e morale nel discorso pubblico e nel confronto democratico.
È importante in questa stagione così tempestosa dedicarci a ritrovare il senso profondo e autentico della vita e i valori costituivi della “città umana”.
E davvero penso che qui, nella nostra città, ci siano l’intelligenza, l’energia, il sentimento vero che mi fa dire che possiamo concorrere (possiamo insieme assumerci la responsabilità) a creare l’atmosfera di un nuovo civismo (di un nuovo umanesimo come ci indica Papa Benedetto XVI nell’enciclica caritas in veritate) indispensabile ad alimentare, a nutrire la maturità civica, di fare della vicenda nostra una storia fatta di solidarietà, accoglienza, umanità e valori etici.
C’è bisogno di un nuovo umanesimo per bandire dalla storia del mondo qualsiasi forma di schiavitù, di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, di discriminazione per affermare come diritti universali quelli che oggi chiamiamo beni comuni.
Un nuovo umanesimo fondato su esseri umani consapevoli di se stessi, che portano in sé i principi di responsabilità verso se stessi e gli altri.
Abbiamo tutti bisogno di ritrovare passione civica ed etica.
Per questo siamo impegnati quotidianamente per far in modo che il 27 gennaio non sia solo un giorno di memoria dei crimini del passato, ma un’azione continua contro tutti i pregiudizi del presente, qui dove noi viviamo, nelle comunità di cui siamo responsabili. La nostra vuole essere una memoria vigile, che si deve estendere in ogni momento della nostra vita pubblica e privata per non cadere nel pericolo di essere accondiscendenti o silenti di fronte alle discriminazioni di oggi. Abbiamo il compito di svegliare le nostre coscienze e le coscienze delle persone intorno a noi perché ciò che è accaduto, ciò che ha negato la vita a chi era considerato diverso non possa più capitare.
Che Mantova e la sua provincia siano realtà in grado di accogliere e di dialogare è la migliore garanzia di sicurezza per tutti e il modo migliore per onorare la memoria dei nostri concittadini che nei lager nazisti hanno perso la vita.
(in foto da sinistra il consigliere Yuri Del Bar, il presidente della Comunità Ebraica Fabio Norsa e il sindaco di Mantova Fiorenza Brioni)

Torino, una brutta storia

Sola, con padre e fratelli in galera, con una figlia di appena quattro anni e senza un soldo in tasca. Anna (nome di fantasia), giovane madre rom di 22 anni, ha chiesto aiuto a un caro amico di famiglia, un quarantenne italiano residente a Moncalieri. Lui l’ha aiutata, le ha prestato del denaro. Ma all’ennesima richiesta di soldi, l’ha violentata.
Ha abusato di lei sotto lo sguardo impotente della figlia, poi è fuggito. È stato denunciato e arrestato, è ancora rinchiuso in galera. Nei giorni scorsi il pubblico ministero Enrico Arnaldi di Balme ha chiesto nei suoi confronti una condanna a quattro anni di reclusione per violenza sessuale. La sentenza è attesa per il 26 febbraio.
È una storia di miseria, degrado e disperazione quella raccontata nei giorni scorsi in un’aula del tribunale di Torino. È una storia che ha per protagonisti una giovane madre rom residente nel “campo nomadi” di Moncalieri e un quarantenne italiano che vive e lavora nello stesso centro abitato.
Lui e lei si conoscono, si frequentano da tempo. Lui si guadagna da vivere con lavoretti di ogni tipo, spesso ripara auto e roulotte di proprietà dei Rom. Frequenta il “campo nomadi” e dà una mano alle famiglie rom. Conosce bene la famiglia di Anna, la frequenta. Conosce padre e fratelli della ragazza, per questo si offre di aiutarla quando gli uomini della sua famiglia finiscono in galera.

Anna è sola, non c’è nessuno che la aiuti. Anna ha una figlia di soli quattro di cui deve prendersi cura. È disperata. In suo aiuto accorre l’amico quarantenne, che le presta del denaro in più di un’occasione. Piccole somme, nulla di eclatante. Denaro che consente tuttavia alla donna di gestire la propria vita e quella della figlia nell’attesa che qualcuno, tra padre e fratelli, esca di prigione.
Poi, nel giugno scorso, l’ennesima richiesta di aiuto da parte della donna. Anna si rivolge all’amico e gli chiede ancora del denaro. Anche questa volta una piccola somma, più o meno una cinquantina di euro. L’uomo risponde che va bene, che l’avrebbe aiutata ancora. Ma la invita a raggiungerlo nella propria abitazione. «Vieni da me e ti consegnerò il denaro di cui hai bisogno».
Anna si fida, con la figlia di quattro anni si presenta in casa dell’amico. E l’amico la violenta. Come una furia si abbatte su di lei, abusa di lei sotto lo sguardo della bimba. Poi la donna fugge, chiede aiuto ai carabinieri. Il quarantenne viene individuato e catturato, è ancora in galera. E adesso rischia fino a quattro anni di carcere. La sentenza è fissata per il 26 febbraio. da CronacaQuì

Romania, Amnesty International chiede al Governo rumeno di cessare gli sgomberi forzati delle famiglie rom

Amnesty International ha diffuso un rapporto sulla Romania, intitolato ‘Trattati come rifiuti. La distruzione delle case delle famiglie rom e i rischi per la loro salute in Romania’ e ha chiesto alle autorità di Bucarest di porre fine agli sgomberi forzati dei rom e trasferire immediatamente i nuclei familiari che vivono da anni in condizioni di pericolo, nei pressi di discariche, impianti per il trattamento di liquami o aree industriali nelle periferie urbane.
‘In tutto il paese le famiglie rom vengono sgomberate contro la loro volontà. Con uno sgombero, non perdono solo la casa, ma anche i loro beni, le relazioni sociali, l’accesso al lavoro e ai servizi pubblici’ –ha dichiarato Halya Gowan, direttrice del Programma Europa e Asia Centrale di Amnesty International. ‘Questa politica di sgomberi forzati, senza adeguata consultazione, notifica e individuazione di una sistemazione alternativa, perpetua la segregazione su base etnica in Romania e viola gli obblighi internazionali del paese’.
Per mettere in evidenza le terribili condizioni di vita dei rom in Romania, il rapporto di Amnesty International descrive uno dei più drammatici sgomberi di massa avvenuti negli ultimi anni: quello eseguito nel 2004 in un palazzo nel centro di Miercurea Ciuc, capoluogo del distretto di Harghita, ai danni di 100 rom, tra cui nuclei familiari con bambini piccoli.
La maggior parte dei rom sgomberati fu trasferita in casupole di metallo, intese come provvisorie, nei pressi di un impianto di trattamento di liquami. Alcuni decisero di spostarsi vicino a una discarica.

Erzsébet, che vive tuttora nei pressi dell’impianto insieme al marito e a nove figli, ha descritto ad Amnesty International com’e’ la vita in una casupola di metallo: ‘E’ stretta, quando ci mettiamo tutti a dormire non c’entriamo. Non possiamo fare un bagno, non possiamo lavarci. E’ troppo piccola. Non vogliamo che le ragazze più grandi facciano il bagno davanti al loro padre’.
Le casupole di metallo e le baracche si trovano all’interno della zona di protezione di 300 metri, che secondo la legge deve separare le abitazioni da materiali potenzialmente tossici. La mancata tutela del diritto alla salute di queste persone è un’altra violazione degli obblighi nazionali e internazionali della Romania.
Questo è il racconto di Ilana: ‘Le case sono piene di quella puzza. La notte i bambini si coprono la faccia coi cuscini. Quando sentiamo quella puzza non vogliamo mangiare. Un figlio è morto a quattro mesi, non voglio perdere gli altri bambini’.
‘L’incubo, per questi rom, dura da sei anni. Ora le autorità locali devono dare loro un’abitazione adeguata, situata nei pressi di servizi e infrastrutture, in un luogo sicuro e salubre’ – ha affermato Gowan. ‘Le autorità di Miercurea Ciuc devono dare l’esempio: gli sgomberi forzati devono finire e il diritto all’alloggio dev’essere rispettato’.
Amnesty International sollecita il governo della Romania a modificare la legislazione in materia di alloggio, incorporandovi gli standard internazionali sui diritti umani.
Ulteriori informazioni. In Romania vivono quasi 2,2 milioni di rom, circa il 10 per cento della popolazione del paese. A causa della massiccia discriminazione, sia da parte delle autorità che dell’opinione pubblica, il 75 per cento dei rom vive in povertà, a fronte del 24 per cento dei romeni e del 20 per cento degli ungheresi, la più grande minoranza del paese. Le condizioni di vita e i livelli di salute fisica sono tra i peggiori del paese.
Sebbene alcuni rom vivano in strutture permanenti con titolo di proprietà, molti altri insediamenti, anche se esistenti da tempo, sono considerati dal governo ‘temporanei’ e non sono riconosciuti ufficialmente. I loro residenti non hanno alcun titolo di proprietà e questo aumenta il rischio di sgomberi.
Gli sgomberi forzati violano gli standard europei e internazionali, come il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali e la Convenzione europea sui diritti umani, secondo i quali ogni persona ha diritto a un livello minimo di sicurezza nella titolarità del possesso, che possa garantire protezione legale contro gli sgomberi forzati, le persecuzioni e altre minacce.
A partire dal 26 gennaio, saranno disponibili online:
- l’appello rivolto al sindaco di Miercurea Ciuc http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/3025
- maggiori informazioni sugli sgomberi delle famiglie rom in Romania: http://www.amnesty.it/sgomberi_Romania.html
- testimonianze delle famiglie rom sgomberate sulla community www.iopretendodignita.it
Per approfondimenti e interviste: Amnesty International Italia - Ufficio stampa: telefono 06 4490224 - cellulare 348-6974361, e-mail: press@amnesty.it

mercoledì 27 gennaio 2010

Il Giorno della Memoria: Porrajmos

Cielo rosso di sangue,
di tutto il sangue dei Sinti
che a testa china e senza patria,
stracciati affamati scalzi,
venivano deportati,
perché amanti della pace e della libertà,
nei famigerati campi di sterminio.
Guerra che pesi
come vergogna eterna
sul cuore dei morti e dei vivi,
che tu sia maledetta.


"Spatzo" Vittorio Mayer Pasquale

martedì 26 gennaio 2010

Roma, “piano nomadi”: bidonville etniche e ghettizzazione

L'amministrazione Alemanno in concomitanza con le elezioni regionali ha fretta di dare soddisfazione alle promesse fatte ai suoi elettori, partendo dalla questione "Casilino 900", il campo emblema della presenza rom nella capitale.
Si tratta di 600 rom, che vivono lì da oltre 30 anni, provenienti dalle varie regioni della ex Jugoslavia e dalla Romania che, secondo l'amministrazione Alemanno, verranno sgomberati entro i primi giorni di Febbraio. In tre giorni sono già state abbattute decine di baracche.
La tanto millantata collaborazione con la comunità rom non esiste; basta vedere la reazione dei 128 legittimi assegnatari del campo di Salone, deportati al centro per richienti asilo di Castel Nuovo di Porto per far posto agli arrivi da Casilino, a cui era stato promesso di tornare al campo dopo l'espletamento delle pratiche per la richiesta di permesso per protezione umanitaria e a quelle altrettanto preoccupate dei rom di Casilino 900. I rom questo sgombero lo subiscono e basta.
L'80 % dei bambini del campo frequenta le scuole del territorio; una percentuale molto alta indicatore di un livello altrettanto alto di inserimento sociale della comunità.Questi bambini saranno i primi a pagare i costi del trasferimento, perché saranno costretti o a lunghissimi viaggi per tornare nelle loro scuole, o a cambiare del tutto scuola, amici, insegnanti. Eppure la memoria dovrebbe tracciare il sentiero: l'esperienza di Castel Romano ci insegna infatti le difficoltà di trasferire i bambini ad ore di distanza dalle scuole che frequentano.
Il Piano Nomadi punta a chiudere 80 campi abusivi sparsi sul territorio e ne indica 13 tra tollerati e autorizzati. Non ci viene spiegato però in che condizioni andranno a vivere i 7200 nomadi della capitale, di cui circa la metà bambini.

A via Candoni, Roma Sud, vivono circa 700 persone. L’amministrazione, senza coinvolgere il XV Municipio, ha fatto portare 24 container, che ospiteranno oltre 200 persone provenienti da Casilino. Il rischio è che questo diventi un campo sovraffollato. Si rischia di interrompere il prezioso lavoro di integrazione svolto, in questi anni, dalle associazioni insieme ai rom. . Si chiudono i campi abusivi e si costruiscono delle mega bidonville etniche, prodotto di un moderno progrom urbano (sull'esempio di Castel Romano).
Secondo il Piano Nomadi verrà consegnato un documento, il DAST, che dovrebbe permettere a chi lo possiede di sostare nei campi. Ad oggi, al di là dell'accanimento di una serie di identificazioni continue, svolte in modo ripetuto ed intimidatorio - anche 5 o 6 volte sulle stesse persone - a cui sono stati sottoposti i rom della città, ben pochi hanno visto questo documento.
All'esigenza del lavoro, della casa, dei diritti, sembra venire contrapposta l'ossessione della schedatura, della ghettizzazione, della "soluzione finale". Intanto con la scusa dei cantieri aperti per ingrandire i campi, la giunta è riuscita a far passare un bando per la sorveglianza degli stessi: 3 milioni di euro per la vigilanza privata mentre, in poco più di un anno, le risorse per progetti di mediazione culturale sono state tagliate del 20 %.
Non un accenno nel Piano Nomadi ad una soluzione alternativa che non sia il solito ammassamento dei rom nei campi che è il primo motivo della loro emarginazione. Non un accenno a modalità alternative di inserimento socio abitativo - accesso alle case popolari o agevolazioni negli affitti.etc.
Al contrario, le risorse stanziate, vengono in buona parte investite in proposte securitarie, inutili nel promuovere l'autonomia delle popolazioni rom ma utilissimie e spendibili per propaganda elettorale.
E' utile ricordare ai cittadini di questa città che le risorse dell'amministrazione saranno investite un'altra volta per costruire campi rom, baraccopoli moderne utili solo, e per un breve periodo, in caso di gravi disastri naurali.
Insomma, rom terremotati a vita, per la giunta Alemanno.
Quindi, carente su una politica abitativa che sia progettuale, ma anche rispetto alle politiche di accoglienza, questa Giunta, dietro il paravento di proposte di ordine e di polizia, sta accentuando il disagio della popolazione romana (pensiamo ai recenti sgomberi della ex fabbrica Heineken e di Casilino 700, che hanno determinato la dispersione di molti rom nei territori circostanti aumentando i disagi anche per i residenti del territorio e dall'altra parte, hanno sradicato i rom dalle reti sociali territoriali in cui erano inseriti).
L'Arci afferma con forza la sua contrarietà al Piano Nomadi, agli sgomberi senza soluzioni alternative, alle operazioni preelettorali, al taglio delle spese di integrazione. di Claudio Graziano, responsabile immigrazione, ARCI di Roma

Di nuovo Il Giorno della Memoria tra pogrom e violenze contro i Rom e i Sinti

Di nuovo Il Giorno della Memoria sarà celebrato in tutta l’Italia e in tutto il Mondo. Il 27 gennaio 1945 l’Armata Rossa abbatteva i cancelli di Auschwitz ponendo fine alla persecuzione su base razziale subita da Sinti, Rom ed Ebrei in Germania, in Italia e nei Paesi occupati.
Il 27 gennaio non è una ricorrenza solo sinta, rom ed ebraica perché nei campi di concentramento e nei campi di sterminio furono internati anche gli omosessuali, gli oppositori politici, i militari, i Testimoni di Geova e tutti gli europei che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte. Ma soprattutto è una giornata dedicata a tutti, sia che appartengano a maggioranze come pure a minoranze, per far capire e per avere l'occasione di approfondire il concetto secondo il quale una società che perseguita una sua propria componente, o, peggio ancora, ne progetta scientificamente lo sterminio, è una società ammalata; e questo suo stato di malattia finirà per colpire, prima o poi, inevitabilmente, anche altre componenti della società stessa.
Nel nostro Paese dei Cittadini italiani hanno consapevolmente costruito un percorso di deportazione e di morte per altri Cittadini italiani sulla base di folli teorie di ordine sociale, su base razziale, che negavano la vita a chi era considerato “diverso”. Ricordare e commemorare questo evento deve necessariamente portarci a pensare all’oggi, serbando nei nostri cuori il monito di Primo Levi, "ciò che è accaduto può ritornare, pur assurdo e impensabile che appaia".
Partecipare alle commemorazioni per Il Giorno della Memoria significa ricordare gli eventi passati per capirne le cause, per denunciare che quelle cause sopravvivono ancora oggi nella nostra società e quindi per agire insieme perché questo passato non debba più ripetersi.

Le Istituzioni hanno infatti il compito di essere vigili e di aiutare tutta la società e non solo una parte di essa ad essere consapevole che il razzismo e le discriminazioni sono di fatto insite nella società. Perché dobbiamo riconoscere che i germi del razzismo e delle discriminazioni sono paradossalmente nella natura di ciò che chiamiamo moderno. Il Porrajmos e la Shoah non sono eventi successi nella notte della nostra civiltà ma sono successi pochi decenni fa, quando la nostra civiltà moderna era al suo culmine.
Quanti oggi conoscono la parola Porrajmos? Pochissimi. Questo è l’indizio più significativo di come la memoria dei popoli che ci si ostina a chiamare "zingari" e "nomadi" fatichi a trovare ascolto e cittadinanza in Italia. Porrajmos (visita la mostra dell'ICS) è la parola che nelle lingue sinte e rom definisce il divoramento subito in Europa tra il 1934 e il 1945.
Se la memoria della Shoah si affievolisce in vuote celebrazioni istituzionali, la persecuzione razziale subita dai Rom e dai Sinti è stata rimossa o addirittura negata. L’Europa nazista e fascista fu teatro dell’annientamento di almeno la metà dell’intera popolazione rom e sinta europea. Cinquecentomila uomini, donne e bambini perseguitati, imprigionati, uccisi, deportati nei lager e seviziati, vittime degli orrendi esperimenti medici nazisti, sterminati nelle camere a gas e nei forni crematori.
Nei processi ai nazisti colpevoli di crimini contro l’umanità che seguirono la liberazione, primo tra tutti quello di Norimberga, Rom e Sinti non ebbero spazio. Le loro sofferenze non solo non vennero mai indennizzate ma nemmeno prese in considerazione. Solo nel 1980 il governo tedesco, in seguito ad una iniziativa della Verband Deutscher Sinti und Roma, riconobbe ufficialmente che i Rom e i Sinti durante la guerra avevano subito una persecuzione razziale.
In Italia le popolazioni sinte e rom non hanno ancora ricevuto nessun riconoscimento ufficiale per le persecuzioni su base razziale subite durante la dittatura fascista. La Legge n. 211 del 20 luglio 2000 che istituisce il Giorno della Memoria non ricorda lo sterminio subito dalle popolazioni sinte e rom.
Oggi esiste una documentazione inequivocabile per affermare che i Rom e i Sinti dal 1938 al 1945 furono le uniche popolazioni, insieme al popolo ebraico, vittime di uno sterminio di matrice razziale.
I motivi che hanno portato allo sterminio dei Rom e dei Sinti e di altre minoranze si stanno riproponendo purtroppo ancora oggi. Certo è errato, come fanno molti, equiparare il Porrajmos alle discriminazioni e all’aperto razzismo anche istituzionale subito oggi in Italia da Sinti e Rom. L’unicità del Porrajmos e la sua inenarrabilità sono dettate da tre considerazioni:
1) una cultura della discriminazione razziale, che diventa l'ideologia portante del regime;
2) una strategia industriale e freddamente razionale dello sterminio;
3) una ricerca pedante e accurata della vittima cui non si concede appello perché la sua destinazione può essere solo l'annichilimento.
Oggi assistiamo molte volte impotenti a dichiarazioni e atti violenti contro i Sinti e Rom. Come ad esempio, quando il Vice Sindaco di Milano afferma che l’unico verbo da utilizzare con i Rom è "sgomberare". Ad ogni pogrom attuato dal Comune di Milano contro le povere e fatiscenti abitazioni delle famiglie Rom, sono 178 fino ad ora, senza offrire altra possibilità se non la strada, le nubi si addensano nere sull’Italia, annunciando una cultura istituzionale della discriminazione razziale, senza scampo. Ed è certo ipocrita chi sarà domani a celebrare Il Giorno della Memoria, dopo aver agito o anche solo chiuso gli occhi di fronte alla violenza perpetrata contro famiglie inermi. Infatti, non dobbiamo dimenticare che proprio il silenzio e l’accondiscendenza di tanti italiani hanno accompagnato Sinti, Rom ed Ebrei allo sterminio.
Ciò che dovrebbe farci riflettere nel Giorno della Memoria è che il Porrajmos e la Shoah furono messi in atto in un periodo in cui la civiltà occidentale era al culmine dello sviluppo culturale ed economico. La Shoah e il Porrajmos sono parte integrante delle costruzioni sociali occidentali, sono stati generati dalla stessa Europa cristiana e cattolica nella quale viviamo oggi. Ecco perché la Shoah e il Porrajmos ci appartengono intimamente.
Perpetrare l’oblio nel quale si rischia di cancellare questi eventi equivale a legittimare un’oltraggiosa indifferenza per tutte le vittime della follia nazi-fascista ma, soprattutto, è il segno di una cecità pericolosa e potenzialmente suicida per la stessa Europa.
Ciò che accade oggi in Italia alle popolazioni Sinte e Rom è anche il risultato di questo oblio, di questa ipocrita indulgenza nei confronti della memoria storica propria della società maggioritaria, in senso numerico.
I Rom e i Sinti sono scacciati, mal tollerati e rinchiusi nei “campi nomadi”. A queste popolazioni, italiane ed europee, viene ancora negato il diritto di essere parte integrante e interagente del Paese. Il dramma è che molte di quelle Istituzioni che avrebbero il compito di vigilare e svegliare le coscienze sono in troppi casi oggi parte in causa nelle violenze perpetrate contro Rom e Sinti. di Carlo Berini

Mantova, Porrajmos - Binario 1

Numerose sono le iniziative per il Giorno della Memoria, organizzate nella Provincia di Mantova. Come ogni anno l’associazione Sucar Drom, l’Istituto di Cultura Sinta e le Comunità sinte e rom mantovane invitano tutti alla commemorazione del Porrajmos alla Stazione Ferroviaria di Mantova, in Piazza don Leoni.
La commemorazione si terrà mercoledì 27 gennaio, alle ore 15.30, presso il Binario 1 da dove partivano e transitavano i treni per la deportazione nei campi di sterminio.
La commemorazione sarà guidata da Yuri Del Bar (Consigliere comunale a Mantova) e dal Pastore Davide Casadio (Missione Evangelica Zigana). Interverranno: Fabio Norsa (Presidente della Comunità Ebraica mantovana), Fiorenza Brioni (Sindaco di Mantova) e Maurizio Fontanili (Presidente della Provincia di Mantova). Durante la commemorazione sono previsti canti e musiche sinte.
Segnaliamo, inoltre, la commemorazione degli Ebrei mantovani deportati e delle vittime della Shoah che si terrà sempre il 27 gennaio, alle ore 17.15, presso la Sinagoga di via Gilberto Govi a Mantova. La commemorazione sarà guidata da Fabio Norsa, Presidente della Comunità Ebraica.
Si terrà al Teatro Bibiena, in via Accademia n. 47, a partire dalle ore 17.45, la Seduta congiunta del Consiglio Provinciale e del Consiglio Comunale. Presiedono: Laura Pradella, presidente del Consiglio della Provincia di Mantova e Albino Portini, presidente del Consiglio del Comune di Mantova. Intervengono: Maurizio Fontanili, presidente della Provincia e Fiorenza Brioni, sindaco di Mantova. Terrà la prolusione Stefano Levi Della Torre, docente del Politecnico di Milano. Interventi musicali a cura del Conservatorio L. Campiani di Mantova.
Scarica il programma completo in pdf con tutti gli eventi che si terranno in occasione del Giorno della Memoria a Mantova e Provincia.

lunedì 25 gennaio 2010

Django, una piazza di Parigi per celebrare il più grande musicista sinto a cent'anni dalla sua nascita

Una piazza di Parigi, nel Nord della città, a due passi dal più celebre mercato delle pulci, quello della Porta di Clignancourt (XVIII arrondissement), ora porta il nome di Jean Baptiste Reinhardt, soprannominato Django (nella foto grande), il padre del gipsy jazz, di cui venerdì 23 gennaio si è celebrato il centenario della nascita.
Arrivò in Francia appena dodicenne, quando i suoi genitori, sinti, parcheggiarono la loro roulotte nella periferia parigina. Era nato appunto in una roulotte il 23 gennaio di cento anni fa, una fredda notte invernale di Liberchies, in Belgio. E, anche quando divenne una star del jazz, continuò a rientrare tutte le sere nella sua roulotte.
Il mondo del jazz ricorda in questi giorni il centenario della nascita di colui che fu il padre del gipsy jazz, il primo ad avere l’idea di accostare gli accordi del jazz con i ritmi della tradizione musicale sinta. Il solo europeo che seppe affermarsi tra tanti americani, Miles Davis, Duke Ellington, John Coltrane o ancora il grande Louis Armstrong.
Ma per i francesi in particolare fu il padre del french jazz. Perchè è Oltralpe che Django creò il suo swing originale, allegro, fatto di improvvisazione e ritmiche dolci. Ed è sempre in Francia che costruì il suo mito, libero, appassionato, senza regole.
Django arrivò in Francia quando aveva 12 anni. Dopo mille vagabondaggi tra Africa ed Europa, la carovana dei suoi genitori, sinti manouche, si era infine fermata nella banlieue parigina. In quegli anni, frequentò i bistrot dove risuonavano le note del valzer Musette e al banjo accompagnò i più grandi accordeonisti degli anni Venti.
Nel 1928, l’incendio della sua roulotte rischiò di mettere fine alla sua carriera di musicista. Django riportò ustioni gravissime alla mano sinistra e i medici furono unanimi nella diagnosi: non avrebbe mai ripreso l’uso delle dita. Ma non conoscevano la sua forza di volontà. Da questo dramma nacque la leggenda: la carriera di Django fu allora folgorante.

Nel 1931, a Tolone, mentre si trovava a casa del pittore Emile Savitry, scoprì un ritmo nuovo, allora quasi sconosciuto in Francia: il jazz. Il passo definito verso la gloria arrivò con l’Hot Club de France, creato da Charles Delaunay e Hugues Panassie alla fine del ’33. Il Quintette, accanto al violinista e complice Stéphane Grappelli, rivoluzionò gli standard degli anni Trenta imponendo gli strumenti a corde, senza batteria.
Sono passati cento anni, ma oggi il jazz di Django torna terribilmente di moda e in Francia sta alimentando una nuova generazione di giovani musicisti. I festival moltiplicano gli omaggi. Intanto, le sue composizioni, da Minor Swing a Nuages, da Manoir de mes reves a Nuits de Saint-Germain-des-Pres, sono diventate dei classici del genere. Un genere tutto suo, in cui qualche volta fanno incursione anche temi di Bach, Debussy o Ravel.
La compilation Generation Django, prodotta dalla Dreyfus Records e distribuita da Egea, raccoglie tutti i grandi interpreti di questa straordinaria tradizione musicale. Non solo il chitarrista Biréli Lagrène, considerato il naturale erede di Reinhardt, ma anche Richard Galliano, Rocky Gresset, Luis Salinas, Valérie Duchâteau, Sylvain Luc, Dorado Schmitt, Florin Niculescu, Brady Winterstein, Hono Winterstein, Gautier Laurent, Adrien Moignard, Marcel Loeffler, David Reinhardt, Babik Reinhardt, Sanseverino, Henri Salvador, Jean-Yves Dubanton, Stéphane Grappelli, Philip Catherine e lo stesso Django. Una incredibile schiera di artisti che rileggono originali di Reinhardt.
Django morì il 16 maggio 1953. Quel giorno, Jean Cocteau disse di lui: «Django morto è come una di quelle dolci fiere che muoiono in gabbia. Visse come sogniamo tutti di vivere: in una roulotte...». di Andrea Cavalcanti

martedì 19 gennaio 2010

Roma, la chiusura del Casilino 900? Uno spot elettorale

Situazione molto particolare si è creata a Roma con l’attuazione del cosiddetto “piano nomadi”, strutturato dal Comune e dalla Prefettura. Il primo dato che emerge è che i Rom non sono stati fatti partecipi di quanto stava succedendo, con il risultato che permangono paure e diffidenze. Ma non solo perché si è mortificato un processo partecipativo che aveva visto le comunità rom e alcune associazioni fare un salto di qualità verso un processo fondamentale per qualsiasi azione seria negli ambiti dell’abitare, della scuola, del lavoro...
Le paure e le diffidenze sono amplificate dal fatto che il Comune e la Prefettura non sono riusciti e non riusciranno a realizzare il piano originario (i quattro mega insediamenti fuori dal raccordo anulare); questo perché inevitabilmente nessun territorio è disposto ad accettare la costruzione di mega insediamenti, dopo una campagna stampa xenofoba che ha colpito i Rom romani.
Noi di U Velto, che non siamo certo fautori dei “campi nomadi”, speravamo che il Prefetto Pecoraro (in foto) e il Sindaco Alemanno riuscissero a fare un salto di qualità, che di fatto non è avvenuto, e partissero con un piano di alloggi popolari per le famiglie rom.
Al contrario il Prefetto e il Sindaco hanno deciso di utilizzare il Centro accoglienza richiedenti asilo di Castelnuovo di Porto e pensano di utilizzare il Centro di Identificazione ed Espulsione di Ponte Galeria che di fatto diventeranno i due nuovi “campi nomadi”. A queste due strutture si affiancheranno i “campi” esistenti: Salone e Castel Romano. E il gioco è fatto.
In queste ore sono state spostate delle famiglie rom da via del Salone al CARA di Castelnuovo di Porto e da Casilino 900 altre famiglie rom sono state spostate in via del Salone. Un gioco dell’oca che nessuno ad oggi sa cosa porterà.
L’impressione è che l’obiettivo del Sindaco Alemanno non sia quello costruire un percorso di uscita dai “campi nomadi” ma che voglia esclusivamente dare un segnale forte in vista delle elezioni regionali. Uno spot elettorale: la chiusura del Casilino 900.

Roma, Najo Adzovic: data storica ma rimangono peplessità e paure

«Questa è l'occasione per fare una vita migliore dopo 16 anni vissuti al Casilino 900, e per essere spostati in un campo più igienico e attrezzato dove abbiamo anche alcuni parenti che ci aspettano. Siamo contentissimi». Sono le parole di Hakija Husovic, portavoce delle famiglie che oggi hanno lasciato il “campo nomadi” Casilino 900 di Roma, per essere trasferite nel campo autorizzato di via Di Salone.
Sono circa una cinquantina le persone salite sui pullman diretti al nuovo campo, su oltre seicento residenti del Casilino 900. Il portavoce del più grande “campo nomadi” d'Europa, Najo Adzovic (in foto), ha parlato di «una data storica per il Casilino 900, resa possibile dal dialogo stabilito con l'amministrazione comunale: abbiamo chiesto di poter vivere in abitazioni più dignitose, affinché i nostri figli possano vivere meglio, andare a scuola e avere un futuro sereno. Allo stesso tempo abbiamo dato garanzie di voler vivere nella legalità, prendendo le distanze da chi delinque e non vuole integrarsi».
Non tutti gli abitanti del Casilino 900 sono però d'accordo con il progetto di trasferimento che porterà gradualmente, entro gli inizi di febbraio, alla chiusura del “campo”. Il problema principale è la difficile convivenza che potrebbe instaurarsi nei campi di destinazione tra minoranze di etnia diversa in maggioranza bosniaci, macedoni, kosovari e montenegrini.
«Molti di noi - ha sottolineato Azovic - hanno paura di essere spostati in campi dove vivono centinaia di persone con culture diverse, e dove il sovraffollamento potrebbe scatenare, con i nuovi arrivi, una guerra tra poveri, trasformando il nostro sogno di vivere un po' meglio in un incubo».
In questo senso il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, visitando stamane il “campo” ha rassicurato i nomadi sul fatto che «gli spostamenti saranno effettuati nel rispetto delle diverse identità ed etnie, e lavoreremo insieme alle comunità per trovare la sistemazione più giusta». da Corriere della Sera

Roma, piano rom: Sant'Egidio sbatte la porta

Trasferiti contro la loro volontà e minacciati. Il "piano nomadi" è appena partito e, dopo le proteste di ieri in via Salone e gli abbattimenti delle prime baracche del Casilino 900 di oggi, si registra una clamorosa rottura. Il sindaco Gianni Alemanno plaude soddisfatto alla realizzazione di un impegno preso dal Comune in accordo con i rappresentanti dei rom, ma ecco la denuncia della Comunità di Sant'Egidio che sbatte la porta. Si dissocia dall'operato del Campidoglio ed esce dal Tavolo rom comunale in aperto contrasto con le operazioni di sgombero e trasferimento - che denunciano - hanno riguardato anche bambini nati in Italia.
In una nota, l'organizzazione impegnata sui fronti della solidarietà e dell'aiuto agli emarginati, in prima fila nell'assistenza alle popolazioni rom, esprime il suo disappunto in particolare per quanto avvenuto nel campo di via Salone, dove ieri ci sono stati i primi trasferimenti.
"Al contrario di ciò che è stato affermato dal prefetto - si legge - il trasferimento al Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Castelnuovo di Porto non è avvenuto in accordo con i rom, i quali sono stati minacciati di esecuzione forzata, tanto che hanno fatto ricorso ai loro avvocati. In particolare, il dissenso con i soggetti attuatori del Piano è dovuto ad alcune operazioni nel campo di Salone in cui sono state allontanate famiglie con bambini nati in Italia. Si tratta di persone che abitavano in un campo attrezzato, controllato con telecamere e sorveglianza 24 ore al giorno, quindi non c'è nessun motivo reale di trasferimento al Centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara), struttura pensata per accogliere profughi giunti in condizioni precarie in Italia".

"Queste famiglie - continua la nota - potevano rimanere nel campo e attendere l'esito della Commissione per la richiesta d'asilo, continuando a vivere nella normalità e a mandare i loro figli a scuola. Bambini inseriti felicemente nelle strutture scolastiche di zona si vedono allontanati dalla propria casa e dalla scuola senza fondati motivi. La Comunità di Sant'Egidio è convinta che la vera integrazione passi per il rispetto dei bambini e la loro educazione. Si segnala inoltre che il trasferimento al Cara fa passare i rom, che nel campo pagavano le utenze e il loro sostentamento, a totale carico dello Stato. Dei 128 rom di Salone che si vogliono inviare al centro 74 sono bambini nati in Italia". La questione basta per rimettere in discussione l'intera attuazione del progetto.
"Temiamo che quello che sta accadendo in queste ore - scrivono dal Sant'Egido - diventi un triste gioco dell'oca ai danni dei Rom: per dare condizioni di vita degne ad alcuni, si rende la vita impossibile ad altri. L'assoluta non considerazione per lungo tempo di una serie di proposte sul Piano nomadi fatte dalla Comunità è frutto di un'esperienza di più di trenta anni a fianco dei rom della capitale, fa mancare i presupposti di un dialogo con il commissario straordinario per l'emergenza nomadi, prefetto Giuseppe Pecoraro, e il Comune di Roma che ne è il soggetto attuatore". da la Repubblica

Roma, iniziata la demolizione del Casilino 900

Al via la demolizione del Casilino 900: alle dieci di questa mattina, la prima baracca è stata abbattuta da una ruspa. Dopo il trasferimento di lunedì dei 120 rom da via Salone al "campo" di Castelnuovo di Porto, è partita l'operazione di esodo dal Casilino 900 a via Salone. Il "campo nomadi", tra i più grandi insediamenti d'Europa, comincia ad essere sgomberato. Alle operazioni partecipa anche il sindaco di Roma Gianni Alemanno accompagnato dall'assessore comunale alle politiche sociali Sveva Belviso e dall'assessore alla scuola Laura Marsilio. Il "piano nomadi" del Campidoglio prevede lo spostamento dei circa 600 rom dal Casilino 900 al campo di via Salone entro l'inizio di febbraio.
Sono una cinquantina le persone in trasferimento nella giornata di martedì nel "campo" di via Salone, tra bosniaci, macedoni, kosovari e serbi. Appartengono a otto famiglie che hanno aderito volontariamente alla proposta di trasferimento. Si sposteranno con un autobus della Croce rossa. Ciascuna famiglia, però, si sta attrezzando con furgoni e automobili per trasferire vestiti e masserizie. Man mano che le baracche saranno liberate, verranno abbattute dalle ruspe del Comune.
Soddisfatto il sindaco: «Questo è una svolta per la città di Roma. Le persone che si muovono oggi hanno fatto una scelta di legalità e di lavoro. Questa è la base per l’integrazione e per raggiungere l’obiettivo di chiudere, tra qualche anno, tutti i campi nomadi». Alemanno ha poi aggiunto: «Per fare ciò servono dei passaggi: il primo è cancellare le vergogne come i campi senza acqua, luce e pieni di rifiuti come era questo un anno e mezzo fa. Il secondo passo è stato quello di fornire un documento, il Dast, che riconosce identità e diritti nei campi autorizzati e lavorare con queste famiglie per trovare spazi di lavoro e condizioni di vita migliore».

Ha continuato Alemanno: «Il nostro obiettivo entro quest'anno e' che non esistano piu' campi nomadi abusivi e tollerati, ed entro qualche anno neanche tutti gli altri, perche' tutti dovranno essere integrati e avere una casa».
«Penso che si debba inaugurare una strada, un percorso, una citta' normale in cui i campi nomadi saranno solo un'evenienza, una soluzione temporanea e strumentale - ha affermato Alemanno - L'obiettivo e' che i campi nomadi non esistano piu' a Roma, e per fare cio' servono dei passaggi. Il primo e' cancellare le vergogne, come i campi senza acqua, luce e pieni di rifiuti, com'era questo campo un anno e mezzo fa. Il secondo e' fornire un documento, il Dasp, per far riconoscere l'identita' e i diritti a queste persone, e lavorare con le famiglie per trovare spazi di lavoro e condizioni di vita migliori».
«Tutti quelli che prenderanno questi pullman - ha concluso il sindaco - hanno fatto una scelta di legalità e di lavoro, per questo noi dobbiamo offrirgli un'opportunità. Non stiamo trasferendo dei pacchi da un punto a un altro, ma prendiamo l'impegno di accompagnarli in un percorso di piena integrazione».

lunedì 18 gennaio 2010

Firenze, Rifondazione: basta sgomberi senza alternative

E' la seconda volta che viene sgomberata la Osmatex e a distanza di un anno e mezzo niente è stato fatto né dalla proprietà né dal Comune. Nel 2008 tentammo le stesse strade: ci appellammo al sindaco Gianassi, gli proponemmo di fare richiesta alla regione di attivare la Protezione Civile, sapendo di una disponibilità di massima della Regione stessa qualora richiesta, trovammo un riparo per un paio di settimane a quattro persone con maggiori difficoltà...
Ora ci siamo di nuovo: deve essere chiaro che queste persone non sono né irregolari, né clandestini: sono rumeni, quindi cittadini europei che hanno pieno titolo a vivere in Italia; vivono male in Italia ma vivono peggio in Romania.
Nel 2008, dopo lo sgombero, chiesi a Maria, che passa la giornata ad elemosinare nella mia zona e a sera torna a dormire in via Lucchese, perché accettava di vivere così, di dormire fra topi e talponi (la sera che mi aveva mostrato la sua "baracchina" mi precedeva scacciandoli) e lei mi disse che in Romania era peggio, molto peggio.
Quindi, cari Sindaci, non se ne andranno. Dunque, fra i problemi dei territori che vi trovate ad amministrare dovete mettere anche questo: un numero di persone che vengono da situazioni così disperate da accettare quello che i fiorentini, i sestesi, ecc. non accetterebbero mai. Potete lasciare al caso, alla loro disperazione, a qualche fabbrica che delocalizza e rimane terra di nessuno o sperare che si accampino sul territorio del Comune vicino e non nel vostro; oppure potete prenderlo in considerazione fra le questioni di buona amministrazione.

Ogni Comune sta lavorando alla pianificazione del proprio territorio, sta elaborando regolamenti edilizi ed urbanistici ecc.; si tratta quindi di prevedere uno spazio attrezzato di servizi igienici acqua e corrente elettrica, secondo una proporzione con i residenti, nel quale i cittadini europei possano per periodi più o meno lunghi e con i propri mezzi fermarsi a vivere.
La Comunità Europea sostiene più di un progetto per l'accoglienza delle popolazioni Rom: perché non inserirsi in questi percorsi di accoglienza? Questi fenomeni, è evidente, non si risolvono da soli e non serve ignorarli per un po' e schiacciarli ogni tanto con la forza, facendo qualche vittima e incalcolabile danno al vivere civile; o si amministrano o ci travolgono. Siamo già stati molto travolti, nel nostro Paese, da una cultura sempre più razzista e intollerante, e per questo siamo diventati incapaci di costruire qualcosa. Non c'è opposizione al berlusconismo se non si riparte dai diritti e dalla dignità delle persone, dei lavoratori e dei migranti. di Anna Nocentini, Segreteria PRC Firenze

Roma, scoppia la rivolta a via del Salone

E' rientrata la rivolta scoppiata questa mattina al "campo nomadi" di via Salone, dove era disposto il trasferimento di un primo gruppo di 130 persone nel campo di Castelnuovo di Porto. Il trasferimento rientra nel piano nomadi presentato dal Campidoglio che prevede per una parte dei residenti di via di Salone il trasferimento a Castelnuovo per fare posto, a partire da martedì, a un primo gruppo di 40 famiglie provenienti dal Casilino 900. La situazione si è sbloccata in tarda mattinata grazie all'intervento del prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, che ha incontrato i capifamiglia dell'insediamento. «Le cose stanno andando avanti» ha commentato il sindaco Alemanno.
«L'amministrazione - ha ricordato Santori, presidente della commissione sicurezza del comune di Roma - si è mossa per assicurare il rispetto massimo dei diritti di tutti, come ha ricordato il sindaco Alemanno, in particolar modo dei minorenni, cui è stata garantita la continuità delle frequenza scolastica, ma anche dell'accoglienza e della idoneità della struttura ospitante, attraverso sopralluoghi fatti nei giorni scorsi direttamente dai portavoce del campo». Ma non solo. «Le direttive emanate dal Prefetto, in qualità di Commissario straordinario per l'emergenza nomadi, che sono parte integrante del più ampio Piano per la risistemazione sul territorio romano, sono state applicate con misura ed equilibrio, come nel caso di deroga per le richieste avanzate questa mattina da un gruppo di famiglie con all'interno minori con problemi di salute».

La rivolta, civile nei toni ma ferma nelle intenzioni, dei rom di via Salone, potrebbe ripetersi nel campo di Casilino 900, dove martedì 120 abitanti verrebbero trasferiti dalla polizia con lo status di «rifugiati». Intanto i rom partiti con i pulman verso il centro di accoglienza di Castelnuovo di Porto - tra la Tiberina e la Traversa del Grillo - avviene «in grande silenzio, senza che siano stati avvertiti i sindaci dell'area, senza che siano state consultate le amministrazioni locali e avvertite le popolazioni» denuncia il vicepresidente del Consiglio regionale del Lazio Carlo Lucherini (Pd).
Lucherini denuncia «la procedura inaccettabile: una soluzione calata dall'alto con la scusa che il centro di accoglienza dei rifugiati di Castelnuovo è gestito direttamente dal ministero dell'Interno, e che i 120 in arrivo avrebbero fatto la domanda per ottenere lo status di rifugiato. Un escamotage che appare singolare, e che sembra rispondere al disegno che Alemanno aveva in mente (senza mai dichiararlo apertamente): quello di sgomberare dai nomadi i campi romani per trasferirli tutti in provincia».
«Casilino 900 non esisterà più e tutta l'area sarà sgomberata, bonificata e recintata per evitare nuovi insediamenti. Il tutto sarà realizzato entro febbraio», aveva annunciato sabato 16 il Comitato di quartiere di Torre Spaccata, dopo la visita «del prefetto Pecoraro al Casilino 900 per comunicare ai residenti che dalla prossima settimana (ndr. lunedì 18) inizierà la delocalizzazione dei primi nuclei familiari in altri campi autorizzati dove sono stati predisposti idonei moduli abitativi». Sabato 16, intanto, era stato sgomberato l'insediamento abusivo di via degli Angeli. Le donne e i minori del campo sono stati ricoverati in strutture dei servizi sociali. da Corriere della Sera

venerdì 15 gennaio 2010

Scuola, il tetto e il ghetto

Quelle che oggi sembreranno classi “miste”, sono in realtà le comunità felici dell’Italia di domani. Ora attenzione e cura per gestire la svolta.
Mentre già iniziava il fuoco di fila ideologico contro il “tetto” del 30% di studenti stranieri, il Ministero dell’Istruzione ha precisato: dal tetto saranno esclusi i nati in Italia. Si tratta di circa il 37% del totale degli studenti stranieri, in un paese dove ogni anno nascono tra i 55 e i 60mila bimbi stranieri, circa il 10% di tutti i nati.
Una precisazione più che importante: è storica. Sancisce cosa sia in concreto la cittadinanza. Ciò che non si vuole ammettere come concetto generale, riaffiora come complemento di una norma: nascere in un paese vuol dire già essere, almeno potenzialmente, un pezzo di quella comunità e di quella storia. E quindi, specie se sei un bambino, quel paese ha il dovere e l'interesse a tenderti la mano.
La norma Gelmini conferma che il “ghetto” scompare non quando si abbatte una barriera di cemento, ma quando smettiamo di pensare che esista. Già, perché il ghetto non è solo un luogo fisico. E’ un recinto dove la nostra mente rinchiude i problemi per fingere di renderli meno complessi. Ed è un ghetto impenetrabile quello in cui da vent’anni abbiamo infilato gli immigrati.
Non vogliamo mai vederli come persone ma sempre come categoria: clandestini o regolari, islamici, albanesi, rumeni, “zingari”. Quindi, chi lavora non è più un lavoratore ma un clandestino. Chi prega un altro dio non è più un uomo ma un potenziale sovversivo. Chi è incinta non è più una donna ma un peso per il sistema sanitario pubblico… così come, per la fazione dei buonisti ad oltranza, il rom che sfrutta i bambini o l’uomo che picchia sua figlia perché vuol sposare un italiano non sono più dei criminali ma solo gente con le sue tradizioni.
Il ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini ha voluto vedere gli immigrati come persone che vivono con altre persone. Quindi ha scelto una misura razionale, concreta e non gridata. di Sergio Talamo, continua a leggere…

Milano, ennesimo sgombero di intere famiglie

La Polizia Locale di Milano ha sgomberato ieri mattina una piccola comunità di Rom rumeni in viale Forlanini, nell'area dell'ex polveriera del Demanio Militare. Quattordici rom romeni sono stati trovati sul posto: 9 adulti (5 uomini e 4 donne) e 5 minori. Dopo le pratiche di identificazione, vista la presenza di donne e bambini piccoli, i Servizi Sociali hanno offerto ricovero nelle strutture di accoglienza del Comune. Offerta che è stata rifiutata perché sarebbero rimasti in strada le ragazze e i ragazzi con i loro papà.
E’ da sottolineare che in tutti gli interventi pubblici del Sindaco e degli Assessori abbiamo sempre sentito affermare che per il Comune di Milano la famiglia è sacra e che per questo l’Amministrazione si sarebbe sempre spesa per supportare questa istituzione fondamentale per la società. Parole che il Sindaco, Letizia Moratti, ha speso anche al Family Day 2009. La pratica a Milano però è completamente diversa, se le famiglie sono Rom. Alle famiglie viene chiesto di dividersi e per i papà e gli adolescenti non viene proposta nessuna soluzione alloggiativa.
"Si tratta del nono intervento in quest'area dal 2007 ad oggi - ha fatto notare il vicesindaco di Milano, Riccardo De Corato (in foto) - e ciò dimostra la necessità di un intervento definitivo di messa in sicurezza che scongiuri nuove intrusioni. Per questo scriverò al Demanio militare e al Prefetto affinchè si proceda rapidamente in questa direzione. Già nel 2007 c'era stato l'abbattimento di gran parte della struttura da parte del Genio, ma è necessario che anche l'area incolta sia oggetto quanto prima di intervento. Stresso discorso - ha proseguito De Corato - per lo Scalo di Porta Romana dove le Ferrovie dello Stato non hanno ancora realizzato interventi risolutivi, nonostante le mie ripetute lettere e una diffida del Comune che il 30 giugno scorso richiedeva di porre fine ad una situazione di insicurezza, degrado e pericolo. Diffida dopo la quale sono stati messi in atto solo inutili interventi tampone che evidentemente non sono bastati se pochi giorni dopo poco ho ricevuto nuove segnalazioni da parte del Consiglio di zona 4 e dei cittadini che denunciavano ancora intrusioni". Il Vice Sindaco si è poi vantato con la stampa per i 178 gli sgomberi complessivi effettuati a Milano dal 2007 a oggi. Nessuna parola per le quattordici persone che da ieri notte sono all’addiaccio e siamo nel mese di gennaio.

Marmirolo (MN), il TAR sospende l’ordinanza di abbattimento e il sequestro dei terreni

Questa mattina il TAR della Lombardia (Sezione di Brescia) ha sospeso l’ordinanza di abbattimento delle opere e di sequestro, emessa dal Comune di Marmirolo contro le famiglie Ornato e Travaglia, proprietarie di due terreni.
Con la decisione n. 00033/2010 il Tribunale ha ritenuto che l'ordinanza del Comune di Marmirolo, emessa il 22 ottobre 2009 debba essere sospesa fino a giudizio di merito perché sussiste il danno grave ed irreparabile.
Il Comune, guidato da pochi mesi da una coalizione formata da appartenenti della Lega Nord e del Popolo delle Libertà, aveva messo tra le sue priorità di governo la “chiusura degli insediamenti nomadi abusivi”. Come hanno spiegato alcuni giorni fa Yuri Del Bar e Carlo Berini dell’associazione Sucar Drom, non ci sono a Marmirolo “insediamenti nomadi abusivi” ma famiglie sinte che hanno iniziato un percorso per uscire dalle logiche ghettizzanti e segreganti proprie dei “campi nomadi”. E questo percorso, quando lo hanno iniziato, era nel rispetto di tutta la legislazione italiana.
Oggi il TAR afferma che le ragioni delle famiglie non sono fumo negli occhi come ha sempre affermato l’Amministrazione comunale e ha sospeso di conseguenza un atto che avrebbe sbattuto in strada due famiglie di Cittadini italiani, appartenenti alla minoranza storica linguistica dei Sinti lombardi. L’associazione Sucar Drom e le famiglie Ornato e Travaglia ringraziano l'avvocato Enrico Rabino del Foro di Torino per l'impegno profuso in queste settimane.

giovedì 14 gennaio 2010

Vicenza, il nuovo Prefetto parte male...

Vicenza ha un nuovo Prefetto e già si parte male. In alcune interviste Michelangelo Fallica (in foto) ha dichiarato che la “questione rom” sarà tratta con delle riunioni con le Forze dell’Ordine. E ha aggiunto: “La presenza di rom spesso crea più allarmismo e disagio tra i cittadini”.
Pubblichiamo di seguito la lettera inviata al nuovo Prefetto da Irene Rui
Gentilissimo Prefetto Fallica, lei afferma – ponendo l’accento sull’emergenza "nomadi" - in un’intervista apparsa sui quotidiani locali, che “La presenza di rom spesso crea più allarmismo e disagio tra i cittadini”.
Non so cosa intendesse dire, ma un disaggio, in effetti, io l’ho avuto lo scorso sabato, quando stavo colloquiando con un’amica in Corso Palladio e si è fermata una pattuglia di carabinieri a chiederci cosa stava accadendo. Dimenticavo di dire che la mia amica è una Rom, stanziale non nomade.
Ci ha dato veramente fastidio e ci è sembrato che non sia possibile in città neppure colloquiare tra amiche; se non bastasse ciò il carabiniere ha intimato alla mia amica di non disturbarmi, non so che disturbo mi potesse recare.
Probabilmente il disaggio che i cittadini di Vicenza hanno, non è dovuto certo alla presenza di questi concittadini, ma alla presenza di una militarizzazione cittadina e al fatto che non è stata rispettata la decisione democratica del No alla nuova Base Africom al Dal Molin.
Ci sentiamo veramente soffocare da questa mole di militari che vanno in giro per la nostra città. Questa non mi sembra sicurezza o forse è la vostra sicurezza ma non la nostra.

Como, abbandonata scalza nella neve: tutti graziati da una Procura incapace

Tutti "graziati" nell’inchiesta sull’anziana abbandonata scalza in mezzo alla neve da una pattuglia della polizia locale. La magistratura ha archiviato il fascicolo a carico di due vigili di Como accusati di sequestro di persona e violenza privata, perché sospettati di aver caricato sull’auto di servizio una 65enne romena, averla trasportata fino a Civiglio, averle gettato le scarpe nella neve e averla abbandonata lì, scalza e sola, con una temperatura da orsi polari.
La procura, al termine di un’inchiesta durata poco meno di un anno, s’è vista costretta ad alzare bandiera bianca e non già perché mai nessuna pattuglia ha compiuto un atto simile, ma perché è risultato impossibile individuare il reale responsabile di quel gesto.
Nella sua richiesta di archiviazione, il pubblico ministero Mariano Fadda non viene mai lontanamente sfiorato dal dubbio che la storia di Stela Anton (in foto), 65enne rom che si affanna in bilico sul marciapiede della vita, tra un’elemosina chiesta a mani giunte e una condanna per furto con tanto di detenzione in cella, possa non essere vera. Ma la triangolazione di responsabilità tra lei e i due vigili di pattuglia finiti sotto inchiesta - ha motivano il magistrato titolare del fascicolo - impedisce di puntare il dito contro il reale responsabile.
Il 3 gennaio di un anno fa Stela Anton viene caricata su un’auto di pattuglia della polizia locale di Como e portata a Civiglio e lì abbandonata. Un paio di mesi dopo la storia viene a galla: dapprima in seguito a una lettera anonima, recapitata sia al comando dei vigili che in procura, quindi - quasi contestualmente - anche per iniziativa di uno dei due agenti di pattuglia quel giorno: Salvatore Canavacciolo.

Il vigile, in una relazione di servizio inviata al suo comandante, Vincenzo Graziani, racconta la disavventura di Stela accusando il compagno di pattuglia, Francesco Cibelli. Accusa reiterata anche davanti al pubblico ministero, nel corso dell’interrogatorio alla presenza del legale dell’agente, l’avvocato Walter Gatti. Per contro, però, la 65enne vittima di questo fatto di cronaca non ha mai riconosciuto in Cibelli (difeso dall’avvocato Giulio Di Matteo) il vigile «cattivo», additando invece come tale proprio il collega che aveva - con la sua relazione al comandante - dato il via all’inchiesta come il responsabile del lancio di scarpe in mezzo alla neve.
La magistratura, a fronte di una situazione troppo intricata per poter essere dipanata, ha deciso di archiviare le accuse contro entrambi i componenti della pattuglia della polizia locale cittadina per l’oggettiva impossibilità di indicare con granitica certezza il responsabile reale di quell’atteggiamento vessatorio (e penalmente rilevante).
Caso chiuso, dunque. Almeno per quel che riguarda il lavoro della magistratura. Resta l’onta subita, per colpa di uno singolo agente rimasto sconosciuto, da un intero e incolpevole corpo di polizia locale. di Paolo Moretti

Riferimenti: Como, sequestro e violenza privata: nei guai due vigili urbani; Como, il Sindaco dice "bugie" sul caso dell'anziana sequestrata da due agenti di Polizia locale; La misteriosa paura degli inermi; Como, abbandonata nella neve: il j'accuse contro i vigili.

Ue, comincia guerra per bande fra i gruppi politici

Di fronte al serio rischio di bocciatura dell'Europarlamento che sta correndo il commissario europeo designato dalla Bulgaria, la popolare Rumiana Jeleva, è cominciata oggi una 'guerra per bande' fra i gruppi politici: il Ppe, per bocca del suo vice presidente ungherese Jozsef Szajer, ha difeso nel pomeriggio la stessa Jeleva, giudicando "ingiusto" e "disonesto" il trattamento che le è stato riservato ieri dagli eurodeputati presenti alla sua audizione di conferma, e sostenendo che alla candidata bulgara sarebbe stata tesa (evidentemente dai gruppi ostili al Ppe, a cominciare dai Socialisti) "una trappola" in cui lei purtroppo è scivolata.
Szajer, poi, ha contrattaccato distribuendo ai cronisti una nota contenente delle accuse contro un commissario designato socialista, lo slovacco Maros Sefcovic, che dovrebbe avere il portafoglio dell'Amministrazione e relazioni istituzionali. Secondo la nota, durante un convegno organizzato dalla Commissione europea il 19 gennaio 2005, Sefcovic (all'epoca ambasciatore presso l'Ue della Slovacchia) avrebbe definito i rom, con una dichiarazione 'politicamente scorretta', come "sfruttatori del sistema di welfare slovacco". Il messaggio è chiaro: se cade Jeleva, il Ppe farà di tutto per far cadere anche un commissario designato di un altro gruppo politico, possibilmente un socialista.
Il capogruppo dei Socialisti e Democratici, Martin Schulz, da parte sua, ha annunciato oggi ad alcuni cronisti di voler chiedere al presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, di sostituire il commissario designato bulgaro. "Vedrò Barroso nel pomeriggio - ha detto Schulz all'uscita della riunione odierna del suo gruppo - e gli spiegherò che i Socialisti e Democratici non sono stati convinti dall'audizione della Jeleva, né riguardo ai contenuti e le competenze, né riguardo alle questioni private", ovvero le irregolarità di cui è stata accusata riguardo alle sue dichiarazioni d'interessi. "Anche se la signora Jeleva chiarisse le cose che le sono state rimproverate - ha avvertito il capogruppo socialista -, la sua 'performance' di ieri sera è stata comunque insufficiente".
Schulz ha sottolineato che la richiesta del suo gruppo di "riflettere su Jeleva" va presa sul serio e "non può essere considerata come irrilevante". "Ricorderò a Barroso - ha detto ancora - che siamo di fronte alla stessa situazione di cinque anni fa (il riferimento è al caso Buttiglione, del 2004, ndr), quando lui credette che il Parlamento europeo, e soprattutto il Pse, non fossero pronti ad andare fino in fondo. Ma - ha concluso - questo era un errore". da Wall Street Italia

martedì 12 gennaio 2010

Rosarno (RC), la logica delle deportazioni vincerà ancora una volta?

Il ministro dell’interno Maroni in una lunga intervista rilasciata domenica 10 gennaio a Sky ha ribadito che tutti gli immigrati trasferiti da Rosarno e Gioia Tauro nei centri di prima accoglienza di Crotone e Bari saranno identificati e, se trovati privi di documenti di soggiorno, verranno espulsi, non si sa se con l’intimazione a lasciare entro cinque giorni il territorio nazionale, di fatto un invito ad una ulteriore clandestinità, ovvero dopo lunghi mesi di internamento nei CIE. Appare infatti improbabile ( diciamo anche per fortuna) che in pochi giorni oltre mille persone di diverse nazionalità, reduci dal pogrom di Rosarno, possano essere riconosciute dalle ambasciate dei paesi di provenienza, dotati di documenti di viaggio ed accompagnate in frontiera.
Nella stessa intervista Maroni ha rinnovato l’impegno del governo ad aprire centri di detenzione nelle regioni che ne sono ancora prive, dando poi i numeri dei suoi successi, la drastica riduzione degli sbarchi in Sicilia, e le espulsioni che sarebbero state eseguite dall’Italia negli ultimi due anni. Non entriamo nel merito delle cifre snocciolate dal ministro perché anche a livello internazionale è noto come solo una minima parte dei migranti che fanno ingresso irregolarmente in Italia attraversa il Canale di Sicilia, e di questa minima parte oltre la metà sono donne, minori, richiedenti asilo.
Tante di queste persone sono state riconsegnate lo scorso anno al governo libico, o bloccate prima della partenza grazie alla collaborazione dei nostri “agenti di collegamento” dislocati in Libia, una situazione gravemente lesiva dei diritti dell’uomo come documentato pochi mesi fa da Human Rights Watch. Contento il ministro ed in pace la sua coscienza, e quella dei suoi sostenitori, se di questa barbarie vuole andare fiero. Per quanto concerne le cifre delle espulsioni, vorremmo proprio conoscere i documenti analitici dai quali risulterebbero 40.000 espulsioni effettivamente eseguite negli ultimi due anni.
Una volta su questi aspetti indagava anche la Corte dei Conti, si vedano le relazioni assai puntuali fino al 2006 che denunciavano sprechi ed inefficienze, e poi gli atti della Commissione De Mistura nel 2007, oggi l’operato del Ministero dell’interno è sottratto a qualsiasi controllo e ognuno può sparare le cifre che vuole, esattamente come fanno le Questure dopo ogni manifestazione. I numeri sono sempre a convenienza di chi li usa, su questo in Italia non ci può essere il minimo dubbio, soprattutto in materia di contrasto dell’immigrazione irregolare. E le persone non sono numeri, magari da imprimere su un polso o da scrivere su un cartellino appeso sul petto. Di certo il pacchetto sicurezza, con la introduzione del reato di immigrazione clandestina e con il prolungamento a sei mesi della detenzione amministrativa ha fatto diminuire le espulsioni effettivamente eseguite, su questo sono tutti concordi e basterebbe visitare un CIE per rendersene conto. di Fulvio Vassallo Paleologo, continua a leggere…

Mantova, la Lega Nord non sa più cosa inventarsi...

Dopo l’intervento del 10 gennaio sulla Voce di Mantova, è ormai chiaro che il responsabile della sicurezza della Lega Nord, Luca de Marchi, vuole improntare tutta la sua campagna elettorale contro le circa quaranta famiglie rom e sinte mantovane.
De Marchi, oltre ad essere disinformato sulle questioni inerenti a questa realtà, non sa più cosa inventarsi per avere visibilità politica: grazie alle pagine del quotidiano la Voce di Mantova vengo a sapere che è stato istituito il numero di telefono “SOS degrado”, alla quale secondo De Marchi, i Cittadini che subiscono una truffa dovrebbero chiamare e segnalare il fatto alla Lega Nord.
Chiedo: ma in tutto questo cosa centra la Lega Nord? I cittadini che subiscono una truffa semmai chiameranno le Forze dell’Ordine e non certo un Partito politico.
Ma forse in tutto questo c’è un motivo. De Marchi si ingegna all’inverosimile per strumentalizzare la presenza di poche famiglie sinte e rom a Mantova; il suo obiettivo è creare un senso di insicurezza nella Cittadinanza. E’ un giochetto che abbiamo già visto fare in altre Città lombarde.
In sintesi, De Marchi vorrebbe convincere i mantovani che i Sinti e i Rom sono un "grave problema". Mi chiedo: come mai solo oggi, dopo più di cento anno anni, diventiamo per De Marchi un “problema”? Proprio a due mesi dalle elezioni?
Se sul territorio esistono persone che fanno “truffe legali” (che poi non si capisce come una truffa possa essere legale…), i Cittadini “truffati legalmente” dovranno rivolgersi alle Forze dell’ordine che indagheranno e consegneranno alla Magistratura i presunti colpevoli, se esistono. Anche perché la Lega Nord non può arrestare nessuno. A meno che De Marchi e la Lega Nord di Mantova, vogliano sostituirsi alle Forze dell’Ordine? In quest’Italia tutto è possibile… Ci hanno provato senza successo con le ronde e ora sembra che vogliano aggirare la legge con il numero “SOS degrado”, domani chissà cosa si inventeranno…
Ma quando inizieranno ad occuparsi dei problemi veri dei mantovani, come il lavoro, la sanità, l’ambiente, la viabilità… I mantovani, Rom e Sinti compresi, rimangono in attesa. di Yuri Del Bar, Consigliere comunale a Mantova

Osservatore Romano, "Tammurriata nera. Gli italiani e il razzismo!"

Oltre che disgustosi, gli episodi di razzismo che rimbalzano dalla cronaca ci riportano all'odio muto e selvaggio verso un altro colore di pelle che credevamo di aver superato. Per una volta, la stampa non enfatizza: un viaggio in treno, una passeggiata nel parco o una partita di calcio, non lasciano dubbi. Non abbiamo mai brillato per apertura, noi italiani dal Nord in giù. Né siamo stati capaci di riscattarci, quando il "diverso" s'è fatto più vicino, nel mulatto, a prescindere dalle diversissime cause per cui ciò è avvenuto. Sia stato il risultato di un atto d'amore o, invece, di uno stupro, ben difficilmente abbiamo considerato quel bambino come nostro, al pari dei nostri. Anzi, la doppia appartenenza è sembrata (e continua a sembrare) una minaccia ulteriore. In questo, davvero a nulla è servito l'esempio americano: l'Obama-mania che imperversa trasversalmente, dalla politica all'arte, dallo stile al linguaggio, non ha invece fatto breccia alcuna nel dimostrare il valore dell'incontro tra razze diverse.
Le esperienze coloniali del Regno d'Italia di problemi ne avevano posti diversi da subito. Integrando di fantasia, già Pirandello aveva raccontato - in Novelle per un anno, Zafferanetta - di una Norina Rua della Sabina, che accettò di sposare il giovane Sirio Bruzzi, pur sapendo della figlia di cinque anni che gli aveva "laggiù", a Mokàla in Congo. E accettò anche, la poverina, che l'uomo facesse salire in Italia "quel fiore selvaggio della sua vita avventurosa" a vivere con loro. Titti, alias Zafferanetta (come la ribattezza la cameriera) arriva quando la Norina è già incinta di un mese, e l'incontro tra la donna e la "pupattola ramata" non promette nulla di buono (presagendo quel che sarà). Sirio "le entrò in camera con le braccia e le gambe di quel mostriciattolo avviticchiate al collo e al petto. Non vide dapprima che queste gambe e queste braccia, gracili, color zafferano, e i capelli ricci, gremiti, piuttosto lunghi, boffici e quasi metallici. Quand'egli alla fine riuscì a sviticchiarla da sé, parlandole in quello strano linguaggio infantile, ed ella potè vederle la faccia, anch'essa color zafferano, con quel casco di capelli ricci d'ebano quasi soprammessi, la fronte ovale, protuberante, gli occhioni densi, truci, fuggevoli, smarriti, il nasino a pallottola e i labbruzzi divaricati, non tumidi, un po' lividi, si sentì gelare: istintivamente compose il volto a una espressione di pena e di raccapriccio". Né, dopo la prima impressione, le cose migliorano. "Teneva le labbra serrate e le manine rattratte, e vibrava tutta ad ogni minimo rumore. (...) Doveva essere invasa dallo sgomento quell'animuccia selvaggia. Norina stava a mirarla in silenzio, quando Sirio non c'era; e, mirandola, s'accorgeva che veramente (...) non era poi tanto brutta: solo la tinta, quella tinta ramata, incuteva ribrezzo. E Zafferanetta, immobile, seduta su una sediola di bambù, si lasciava mirare".

Con Mussolini l'avversione al mulatto assume una veste inedita. Nel 1938, per esempio, un processo per procurato aborto vede alla sbarra la giovane nubile che vi s'è sottoposta, insieme con l'infermiera che l'ha praticato. Se la corte sarà reggimentalmente severa con quest'ultima ("bisogna stroncare questa forma di attività che a scopo di lucro è così esiziale alla integrità della stirpe e agli interessi vitali della Nazione che sono legati alla potenza demografica"), nei confronti della giovane il tono è, evidentemente, ben diverso. "Merita grande pietà per un particolare intimo venuto in luce in udienza, e cioè che avendo avuto rapporti con un negro, autista della delegazione di Cuba, maggiore sarebbe stato il suo disonore se il prodotto del concepimento fosse venuto alla luce".
Il clima post bellico, per evidenti ragioni, coinvolge anche i mulattini. Se ne parlò già in Assemblea costituente, tra gli altri, il 21 aprile 1947, durante un intervento del repubblicano Aldo Spallacci (medico-chirurgo). "Dovremmo noi restare indifferenti a quegli incroci tra razza bianca e razza nera, che hanno tanto preoccupato la nazione inglese? Lungi da noi il pensiero di razza inferiore o razza superiore. Questi incroci tra razze, che hanno scarsa affinità, non sono fatti per migliorare il nostro tipo umano. I mulatti sono scarsamente resistenti al logorio ambientale dei nostri climi e molto vulnerabili al dente delle malattie. Su queste creature noi ci curviamo con la stessa trepidazione con cui ci curviamo sopra tutte le culle, come davanti a un punto interrogativo del mistero della vita. E pensiamo, col rossore sul volto, che questo colore italo-nero nelle guance di questi bimbi rappresenta il senso di abiezione della patria; e questo senso di tristezza lo sentiamo tutti quanti nel cuore, come senso angoscioso di responsabilità per tutti. A un dato momento questa ondata di corruzione è passata sul nostro Paese, perché, oltre alle violenze delle truppe saccheggiatrici, liberatrici, ossessionate dal sensualismo, c'è stata anche la prostituzione e la corruzione. Noi ci volgiamo a questi illegittimi collo stesso sguardo con cui guardiamo tutti gli altri nostri bambini". Uno sguardo di cui, in realtà, in pochissimi furono capaci. Tra questi, un uomo alto ed elegante, don Carlo Gnocchi e la sua fondazione Pro Juventute, da lui creata proprio per dare cura, assistenza e formazione - tese profeticamente all'integrazione sociale - a "orfani di guerra, mutilatini, mulattini, tutte vittime innocenti della barbarie umana".
Con ottica ben distante, nel 1949 il deputato Silvio Paolucci aveva presentato una proposta di legge volta ad aggiungere all'articolo 235 del Codice civile, che regolava il disconoscimento di paternità, una nuova ipotesi: quella in cui il figlio risultasse di razza diversa da quella del marito della madre. Un tempismo quasi obbligato: proprio nel 1949 aveva suscitato enorme scandalo la decisione dei giudici di Firenze di rigettare la domanda di un padre toscano che aveva chiesto di disconoscere il figlio di colore.
Per fortuna, comunque, ci aveva pensato Napoli, dove nel 1945 Edoardo Nicolardi - all'epoca dirigente di un ospedale cittadino - aveva scritto la celeberrima Tammurriata Nera. Nel vivace botta e risposta con la gente del vicolo, il protagonista-spettatore commenta un fatto "strano", la nascita di un bambino nero da una ragazza partenopea. Nella canzone lo stupore per un fenomeno nuovo ("io nun capisco 'e vvote che succede / e chello ca se vede nun se crede / è nato nu criaturo è nato niro") e diffuso ("sti cose nun so' rare se ne vedono a migliare"), viene spiegato in modo affascinante e singolare: "'e vvote basta solo 'na guardata / e 'a femmina è rimasta sott''a botta impressionata". Interviene quindi il parularo: poco importa che sia dalla pelle bianca o nera, rimane una creatura. "Addó pastíne 'o ggrano, 'o ggrano cresce: riesce o nun riesce, sempe è ggrano chello ch'esce!". Nel 2010, invece, siamo ancora all'odio. Ora muto, ora scandito e ritmato dagli sfottò, ora fattosi gesto concreto. di Giulia Galeotti

Gian Antonio Stella: quando si scherza sulle razze non si sa dove si va a finire…

La città bresciana di Coccaglio e quella bosniaca di Prnajor sono, loro malgrado, simboli diversi dell'intolleranza. Coccaglio è uscita dall'anonimato toponomastico poco più di un mese fa per via dell'operazione "White Christmas", i controlli casa per casa dei 400 immigrati irregolari da far sloggiare entro il giorno di Natale perché, come ha detto l'assessore della Sicurezza di Coccaglio, il 25 dicembre «non è la festa dell'accoglienza». Una considerazione minoritaria, vista la nazional reprimenda che ha costretto l'assessore ad annullare l'avvelenato "Bianco Natale".
Ben altro clima si respirava fino a prima dello scoppio della guerra dei Balcani a Prnajor, cittadina idealistica creata dall'Imperatore Francesco Giuseppe sul finire dell'Ottocento. A Prnajor, detta la Piccola Europa, l'Imperatore raggruppò l'intero gregge linguistico dell'Austroungarico: 21 nazionalità diverse, compresa quella italiana, che hanno vissuto in armonia per quasi un secolo, disgregate solo dall'artiglieria di serbi e croati. Assieme alla guerra arrivò il male superficiale, ma letale, dell'etnocentrismo, dell'intolleranza; anche Prnajor ne fu ammantata e in poco tempo si disgregò anche la sua esemplare armonia artificiale.
L'ultimo libro di Gian Antonio Stella "Negri, Froci, Giudei & Co.", oltre a fornire strumenti e coordinate per meglio identificare i connotati del razzismo e dell'intolleranza, vuole allo stesso tempo ricordare che il razzismo si nutre di paura, abusa di stereotipi e ricorre a ridicole giustificazioni scientifiche, ma sopratutto che serpeggia e striscia nella superficialità e che basta molto meno di quel che si pensa perché tutto possa repentinamente volgere al peggio.
Partiamo dal caso Sinti a Mestre?
A Mestre, il problema sollevato dal campo Sinti va oltre il gioco politico, anche se la scelta di rimuovere il Prefetto è indecente. Il Sindaco Cacciari mi ha raccontato che durante un'assemblea, uno di Rifondazione ha strappato la tessera perché ce l'aveva con gli “zingari”. Abbiamo la più bassa percentuale europea di ingressi di nuovi rom, mentre siamo secondi in graduatoria come atti di razzismo nei confronti degli “zingari”. Come mai? Rubano e fan casino solo da noi? E' condivisibile la scelta di averli trasferiti a mezzanotte, viste le proteste, a mio avviso, vomitevoli. Poi, a dirla tutta, all'etnia Rom non è riconosciuto il principio base dell'economia occidentale: quello della proprietà privata. Se a me strisci la macchina, devi ripagarmi il danno, mentre se bruci una roulotte no...

Gentilini ad ottobre è stato condannato in primo grado per per aver usato parole troppo forti contro gli immigrati. Molte persone hanno espresso solidarità all'ex sindaco di Treviso; a detta dei suoi sostenitori, alla fine si trattava solo di propaganda politica e di sentimento popolare...
Ma allora ripristiniamo il linciaggio. Anche il linciaggio era un sentimento popolare. Le 20mila persone che nel 1891 hanno assaltato il carcere della contea di New Orleans per linciare i detenuti italiani lo hanno fatto per sentimento popolare... Oltre la provocazione, ci sono delle leggi. Gentilini ha violato delle leggi, punto. Vogliamo far rispettare le leggi agli immigrati? Prima cominciamo a rispettarle noi.
Caso Balotelli. Anche i bambini allo stadio lo insultano. Cos'é Balotelli? Un simbolo scomodo di un'Italia che cambia?
Se Balotelli fosse un bambino ucraino adottato, non ci sarebbero problemi. Lui è vittima di accanimento razzista perché è un italiano nero. Un ragazzo forse viziato, ombroso, scontroso, e quindi potenzialmente antipatico. Però, se anche a me buttassero le banane in campo, mi arrabbierei più di lui. Balotelli deve tenere duro perché su di lui ci giochiamo molto, visto che è il simbolo del passaggio tra l'Italia di una volta e la nuova Italia multietnica.
Leonardo Tondelli, su "l'Unità", ha scritto che nel suo libro vi è un'immagine marginale del mondo web, paragonando la sua visione degli internauti a una "visione da grattacielo". Ossia, Stella giudica il web dall'alto scranno del "Corriere"...
Non è vero, passo molto tempo in internet. Per fare questo libro ho pattugliato tutta internet in modo sistematico, frequentando poco i siti "ufficiali", come quelli dei quotidiani. Visto che siamo in argomento, sono contrario ai bavagli preventivi delle comunità online. Ci sono già le leggi, basta applicarle. Se uno dice in un forum "paralitico di m." a Bossi, deve essere condannato, perché non è una semplice opinione.
Concedere la cittadinanza agli immigrati può ridurre le tensioni xenofobe?
E' nei fatti. Le statistiche hanno dimostrato che gli immigrati divenuti cittadini italiani hanno una percentuale di reati più bassa degli italiani. Quindi non puoi diventare un buon cittadino se non sei un cittadino.
Maroni ha dichiarato: "Sono anni che ci dicono razzisti. Questo stereotipo non ha effetto sull'opinione pubblica, che sa bene che non lo siamo". Ha ragione Maroni o è l'opinione pubblica a pensarla come la Lega?
Maroni dice un pezzo di verità, nel senso che un pezzo dell'opinione pubblica non pensa che la Lega sia razzista. Però è un pezzo, mica tutta... Mentre il resto dell'opinione pubblica crede che la Lega sia razzista e ci sono esempi che legittimano a crederla tale.
Perché molti movimenti politici si ergono a difensori dei simboli della cristianità quando, nei temi fondamentali quali l'accoglienza e la solidarietà le posizioni sono spesso distanti?
Se parliamo della Lega, ha cambiato mille facce finora. Da antimeridionalista a antimmigrazione. Ha bisogno di un nemico e quello di questi anni, immigrati e islamici, ha reso bene alle ultime politiche. Però la Lega non c'entra con il cristianesimo. Mi fa ridere sentire certa gente, che si è sposata con "rito celtico", difendere le radici del cristianesimo o i suoi dogmi. Poi bisogna ricordare, ritornando ai Rom, che l'atto “politico” più rispettoso dei Rom l'ha redatto proprio la Chiesa, con papa Wojtyla. D'altra parte, la stragrande maggioranza dei Rom è cristiana cattolica.
Razzismo giovanile. Potrebbe esser utile riformulare i testi scolastici di storia inserendo anche i crimini razzisti compiuti dagli italiani durante la Seconda Guerra Mondiale? Magari ricordare e studiare che gli stermini razzisti non li hanno compiuti solo i tedeschi potrebbe aiutare...
Bisogna fare i conti con il proprio passato e smetterla di dire "Italiani brava gente". Per esempio, non so quanti abitanti di Monigo, in provincia di Treviso, sappiano che lì c'era un campo di concentramento per slavi nel quale sono morti centinaia di bambini. Se non conosci il tuo passato, se non sai che hai usato delle truppe musulmane per ammazzare tutti i monaci e i diaconi di Debre Libanos, in Etiopia, puoi anche ripeterti tutti i giorni che gli italiani non sono razzisti. In realtà, tutte le volte che gli italiani hanno avuto a che fare con gli altri, hanno dimostrato di essere razzisti come gli altri. E' obbligatorio metter mano ai testi scolastici, non è possibile raccontare la storia solo per pezzi.
Il razzismo e l'intolleranza degli ultimi anni, oltre che per motivi economici e culturali, possono esser dovute anche alle politiche di accoglienza dei governi di centro-sinistra che, per il timore di cadere nell'etichetta razzista, non hanno regolamentato gli ingressi?
La Sinistra ha pensato che in qualche modo, purtroppo, dovessero esser accolti tutti. Non possiamo accoglierli tutti, sono troppi, dobbiamo farci carico di questo nostro limite e ripensare all'accoglienza.
Nel suo libro, ricorda la "profezia" di Radominr Kostantinovic, un professore dell'ex Jugoslavia che aveva previsto con quindici anni d'anticipo lo scoppio della guerra civile. Secondo Kostantinovic, bisogna preoccuparsi quando "il mugugno sostituisce il dibattito e la taverna l'agorà".
Non voglio fare paragoni, però tanti dicono che Gentilini scherza, che la battuta sulla savana è solo una battuta. Ma ridevano anche quando Karadzic diceva che i serbi erano una razza eletta perché avevano il femore più lungo d'Europa. Quando si scherza con l'odio, non sai mai come va a finire. di Marco Dori