mercoledì 31 marzo 2010

Mantova, Yuri Del Bar ringrazia i sostenitori e chiede di unire le forze per il ballottaggio

Carissimi, non sono stato eletto. Il risultato elettorale della lista "per la sinistra unita a Mantova" porterà una sola persona in Consiglio comunale a Mantova. Il candidato che ha ricevuto più preferenze è Fausto Banzi, assessore provinciale. Il mio risultato elettorale è stato buono, sono infatti arrivato secondo.
Ringrazio tutte le persone che mi hanno sostenuto in questa difficilissima campagna elettorale e ringrazio di cuore le tante persone che mi hanno votato domenica e lunedì. Dopo il ballottaggio tireremo le somme di questa tornata elettorale.
In questo momento è fondamentale unire tutte le forze in vista del ballottaggio che vedrà il mio candidato Sindaco, Fiorenza Brioni, confrontarsi con il candidato Sindaco del centro destra, Nicola Sodano.
Con affetto, Yuri Del Bar

martedì 30 marzo 2010

Liberté, Tony Gatlif racconta il Porrajmos

Il cinema ha già mostrato più volte di poter riaccendere il ricordo d’importanti pagine storiche apparentemente destinate all’oblio. Ma quando un regista decide di affrontare un tema come lo sterminio dei Sinti e dei Rom in Europa durante la Seconda guerra mondiale, l’impegno documentario non basta. Occorre anche una conoscenza profonda della cultura sinta e rom assieme a molto talento, tanto è forte il rischio di scivolare presto nella caricatura o in un sensazionalismo grossolano.
A tentare l’impresa di rievocare il "genocidio fantasma" che costò la vita in tutt’Europa a un numero di rom e sinti compreso fra i 250 mila e il mezzo milione, fra cui tanti bambini, è adesso il cineasta Tony Gatlif, nel film intitolato Liberté, appena uscito in Francia. Un’opera che segue la scia di tanti altri film, talora premiati, che Gatlif aveva già dedicato alla sua cultura, di cui è egli discendente per via materna. L’esito è artisticamente felice, spesso sorprendente, poetico molto più che commovente. E non manca già chi scommette che Liberté, considerato dalla critica transalpina come il miglior film di Gatlif, farà strada al di là della stessa Francia, dov’è pure ambientato l’intreccio.
Nel 1943, sotto l’occupazione nazista, una carovana di gitani giunge in un piccolo villaggio rurale. Un luogo dove il corteo variopinto aveva già l’abitudine di recarsi per animare le ballate popolari durante la vendemmia, tentando al contempo di piazzare bestie da tiro e smerciare rigatteria varia. Ma il clima è cambiato e la carovana, per via delle ordinanze emanate dal governo collaborazionista di Vichy, è ormai assediata da insidie e sospetti.

Si tratta del riflesso più visibile delle manovre tedesche d’esecuzione finale già in vista, ma di cui i gitani non avvertono ancora la portata. Fedeli a una certa rettitudine morale intrisa dei valori repubblicani di uguaglianza e libertà, il sindaco e l’istitutrice del villaggio diventano benefattori coraggiosi dei visitatori in costante pericolo. L’istitutrice, che nell’ombra offre pure sostegno logistico ai partigiani, cerca di scolarizzare i bambini. Il sindaco, con un audace artificio amministrativo, riuscirà invece in un primo tempo a salvare i gitani dalla deportazione, ordinata dal presidio tedesco e accelerata dallo zelo di meschini notabili locali collaborazionisti.
Nonostante questo salvataggio, la carovana non sfuggirà per molto al cappio inesorabile degli sterminatori. La destinazione finale sarà la stessa degli ebrei: i lager dell’Est, in particolare Auschwitz-Birkenau, dove l’ultima tappa per migliaia di Sinti e di Rom fu rappresentata dalle baracche del settore II E, denominato pure «campo per famiglie zingare».
Liberté è per natura un film drammatico, ma a spiazzare ben presto lo spettatore è lo sguardo carico di poesia scelto dal regista. Poesia nella descrizione dei personaggi gitani, con la loro umanità e religiosità, a cominciare dall’enigmatico e inventivo Taloche. Poesia ancora nella delicata evocazione, in una scena d’antologia, del genocidio ebreo già in corso. Poesia pure nei dettagli stilistici, come la scelta di far parlare la carovana nella lingua gitana, a costo di costringere lo spettatore ai sottotitoli.
Non mancano scene brutali, soprattutto quella dell’assassinio di Taloche. Ma più spesso la violenza resta una cappa incombente sotto la quale brillano in primo piano i colori di una cultura che non manca a tratti di affascinare ancora i paesani, pur già profondamente contagiati dal razzismo montante. Il film s’ispira a fatti e personaggi realmente esistiti, sia pure rivisitati e ricombinati con una buona dose di libertà.
Gatlif ha spiegato di voler rompere il muro di silenzio sul genocidio che sopravvive quasi inalterato nelle stesse comunità rom e sinte: «Questa storia non è raccontata, ma viene taciuta. I gitani sono fieri e tutto ciò è duro da ammettere, è umiliante. Un uomo violentato non racconta il suo stupro. La fierezza impedisce di raccontare». Il regista ha anche il merito di aver personalmente composto il suggestivo tema musicale del film. In un’Europa dove i Rom e i Sinti rappresentano oggi la prima minoranza etnica e in cui non mancano pagine scure legate a un’integrazione che resta difficile, Liberté può divenire, non solo in Francia, un’occasione preziosa di riflessione. Anche perché il film è molto più carico d’interrogativi incalzanti che d’ammonimenti prevedibili. da Avvenire

domenica 14 marzo 2010

Elezioni: promuovi Yuri Del Bar in Comune a Mantova


Stampa, condividi con tutti, promuovi la candidatura di Yuri Del Bar per le elezioni comunali a Mantova. Abbiamo bisogno del tuo aiuto per mandare un Sinto in Consiglio Comunale.

Elezioni: promuovi Dijana Pavlovic in Provincia di Milano


Stampa, condividi con tutti, promuovi la candidatura di Dijana Pavolovic in Provincia di Milano per le elezioni regionali in Lombardia. Abbiamo bisogno del tuo aiuto per mandare una rom al Pirellone.

Yuri Del Bar: una cultura di pace e di gioia, io ci credo!

Io sono stato il primo Cittadino italiano, appartenente alla minoranza storica linguistica dei Sinti lombardi, eletto in un Consiglio Comunale in Italia. Il valore della mia elezione cinque anni fa ha avuto una ricaduta non solo su Mantova ma su tutto il territorio nazionale. Grazie alla mia elezione altri Sinti e Rom italiani hanno deciso di impegnarsi attivamente in politica.
I Sinti sono portatori di una ricchezza poco conosciuta in Italia, al contrario di altri paesi Europei dove abbiamo spazi in tutta la società. Compreso l’ambito politico che ci vede impegnati in tutte le formazioni politiche sia di centrodestra che di centrosinistra.
In una società come quella italiana pervasa dalla paura e dall’odio, la cultura sinta ha molto da insegnare perché è una cultura di gioia dove l’amore è il fondamento.
Noi Sinti siamo l’unico popolo europeo che non ha mia dichiarato guerra a nessuno. Oggi nella nostra Provincia c’è molto odio e pregiudizio nei nostri confronti perché non si vuole riconoscere per esempio che viviamo in roulotte o in case mobili. Mai si mette l’accento ai valori condivisi come quello della famiglia e dell’amore per i figli.
Se sarò rieletto continuerò il mio impegno in Consiglio Comunale a favore delle tante famiglie mantovane oggi colpite dalla crisi economica e naturalmente mi impegnerò per la reciproca conoscenza: unica strada per superare le paure e chiudere la bocca definitivamente a quei politici che continuano ad alimentare una cultura dell’odio.
Io mi batterò contro questa cultura dell’odio e promuoverò una cultura di pace e di gioia. Io ci credo!
Yuri Del Bar
Candidato nelle liste “per la sinistra unita” alle elezioni comunali

Elezioni regionali: in Lombardia manda una rom al Pirellone

Nata in Serbia nel 1976, laureatasi all’Accademia di Belgrado, è venuta in Italia, a Milano, nel 1999. Attrice di teatro, è stata interprete anche in fiction televisive e film.
A Milano prende consapevolezza delle condizione dei rom e inizia così l’impegno per il suo popolo come mediatrice culturale per i bambini rom nelle scuole elementari. Questa esperienza la segna e da essa iniziano le tappe della sua attività di militante per i diritti dei rom sia sul piano artistico, che la vede protagonista e autrice di spettacoli sullo sterminio dei rom e sulla condizione zigana in Italia, sia su quello più politico con l’impegno a livello nazionale e internazionale con associazioni e istituzioni che si occupano di lotta alla discriminazione e al razzismo.
Questo impegno la vede candidata alle ultime elezioni politiche ed europee, mentre la sua attenzione si allarga alla condizione dei migranti nel nostro paese, alla precarietà dell’assistenza sanitaria e all’impoverimento della scuola pubblica. In questo vede il degrado prima di tutto culturale di un paese che non offre futuro ai propri figli e riporta le condizioni sociali indietro di decenni, quando scuola, salute e sicurezza sociale erano discriminanti di classe, per cui i ricchi avevano tutto e ai poveri toccava la carità.
Da questo punto di vista la Lombardia è un modello negativo che va rovesciato perché proprio l’investimento nella scuola, nella salute, in quello che si chiama stato sociale è la risposta concreta alla drammatica crisi occupazionale e insieme al bisogno di sicurezza sociale che è il fondamento di una società giusta.
Contro la barbarie della Lega, la politica anti-immigrati, la desolazione culturale della giunta lombarda manda una "zingara" al Pirellone

venerdì 5 marzo 2010

Mantova, Yuri Del Bar candidato alle elezioni comunali a Mantova

Care amiche e cari amici, con immensa gioia ho accolto l’invito della lista “per la sinistra unita” a candidarmi per il Consiglio comunale a Mantova per un secondo mandato, dopo l’esperienza di cinque anni. Nel 2005 è stata la prima volta a Mantova e in tutta l’Italia che un sinto, “uno zingaro” come mi chiamano in modo dispregiativo, ha partecipato a pieno titolo alla competizione elettorale per portare il proprio contributo alla crescita democratica della nostra Città e non solo.
Grazie al mio esempio tanti altri Sinti e Rom hanno capito l’importanza di partecipare alla vita politica del Paese e uscire dalla logica associativa per esprimere direttamente i propri valori a favore di tutti, non solo dei Sinti e dei Rom. La gioia che ho provato quando sono stato eletto è stata immensa e devo ringraziare le tante persone che hanno creduto insieme a me a questo sogno: un Sinto in Consiglio Comunale.
Oggi sono qui per fare un’esperienza diversa da quella degli ultimi cinque anni. Infatti, per cinque anni Rifondazione comunista è rimasta all’opposizione. L'esperienza passata è stata in molti momenti frustrante. In questi cinque anni ho visto da vicino il lavoro svolto dal Sindaco Fiorenza Brioni ma sopratutto ho visto le difficoltà che ha dovuto superare per un'opposizione interna che di fatto ha bloccato la Città.
In questi anni ho lavorato per far crescere l'intesa tra tutta la sinistra e il Partito Democratico a Mantova, perchè credo che viviamo momenti molto difficili e mi sembra insensato farci continuamente la guerra. Dobbiamo unirci per costruire e non certo dividerci per distruggere.
Mantova è una Città bellissima e deve offrire un contributo forte, almeno in Lombardia, per dire che un modello diverso da quello imperante è possibile. Io ci credo e con me tantissima altri mantovani.
Ho visto tutte le liste elettorali che sostengono Fiorenza Brioni e ho notato un cambiamento: gente nuova e giovane con idee nuove che possono costruire con Fiorenza e non ostacolarla.
Finalmente siamo riusciti a coinvolgere quasi tutto il centro-sinistra in un progetto unitario che mancava da molti anni a Mantova. Un progetto dove tutti siamo consapevoli del lavoro che si dovrà fare per far ripartire la nostra Città, a partire dai problemi posti dalla crisi economica. Tantissimi mantovani (commercianti, artigiani e lavoratori dipendenti nel privato) stanno vivendo un momento drammatico e la politica deve offrire risposte concrete per risolvere i tanti problemi. A partire da un solido sostegno economico per chi perde il lavoro o vede la sua attività in forte crisi. Non dobbiamo far mancare loro il supporto serio e concreto della Città.
Yuri Del Bar
Candidato nelle liste “per la sinistra unita” alle elezioni comunali

martedì 2 marzo 2010

Milano, le ruspe abbattono le baracche ma non abbattono la solidarietà

Andavano a scuola con i loro figli. Ma hanno rischiato di abbandonarla dopo gli sgomberi. Siamo entrati nelle case di mamme e maestre che li hanno ospitati e adottati.
«Le ruspe abbattono le baracche, ma non abbattono le mamme e le maestre», dice Flaviana Robbiati, insegnante della scuola elementare "Bruno Munari" di Milano. Nella città dei duecento e passa sgomberi dei rom, ci sono famiglie sgombre dai pregiudizi. Famiglie milanesi che accolgono famiglie rom. Nella propria casa. Le mamme e le maestre di via Rubattino sono diventate un simbolo anche se sono gente normale, normalissima: i figli, la scuola, la spesa, la casa, il lavoro. E un sussulto di dignità. A Milano, come è noto, il problema dei “campi nomadi” viene sbrigato come fanno certe massaie con la polvere del salotto: scuotendo lo straccio fuori dalla finestra. Gli sgomberi sono tutti uguali: gli agenti e i vigili in assetto antisommossa, le ruspe che passano sui tetti di eternit, sulle bombole del gas, sulle stufette, sui giocattoli e gli zainetti dei bambini che vanno a scuola, l’esultanza del vicesindaco Riccardo De Corato e della Lega Nord per aver «restituito pezzi di territorio alla città dell’Expo 2015».
I Rom radunano le loro poche cose, pigiano gli stracci dentro sacchi di plastica neri, le caricano sui carrelli del supermercato o su qualche macchina per poi scomparire nel nulla, o al massimo finire nel dormitorio di viale Ortles (ma solo le madri e i bambini piccoli, perché per i padri, i ragazzi, i giovani, gli anziani, non c’è posto). I nuclei che non si vogliono separare si rifugiano sotto qualche altro cavalcavia (in via Bacula, in via Bovisasca, in viale Forlanini, a Corsico, a Chiaravalle) per poi venir sgomberati nuovamente in un gioco dell’oca molto utile ai fini elettoralistici (le elezioni per il rinnovo della giunta del Pirellone sono alle porte). E nessuno che abbia nulla da dire, non un consigliere comunale, non un rappresentante della società civile, a parte i pochi coraggiosi delle associazioni di volontariato (come il Naga), della Caritas, delle parrocchie.

«Il giorno di Segrate, il 16 febbraio scorso, ci sono stati nuclei familiari che sono stati sgomberati cinque o sei volte nello stesso giorno, a distanza di poche ore», dice Elisa Giunipero, della Sant’Egidio. «Ogni sgombero costa almeno 30 mila euro. Quante strutture di accoglienza si potrebbero creare con quei soldi?», aggiunge Stefano Pasta, anch’egli volontario della comunità fondata da Andrea Riccardi. E i bambini, che venivano accompagnati in classe tutti i giorni grazie a un progetto scolastico della Sant’Egidio, sono costretti a cambiare istituto, quando va bene, oppure finiscono in strada a chiedere l’elemosina.
Una fragile rete di protezione. Dei 36 bambini che andavano a scuola ne sono rimasti una quindicina: «Eppure non davamo fastidio a nessuno», spiega George Paun, padre di Cristina e Florina. George ha alle spalle una lunga serie di sgomberi (Bovisa, Rubattino, Corsico, Segrate). Ma le madri e le maestre del circolo didattico di via Pini, dopo lo sgombero di via Rubattino (il 19 novembre), hanno cominciato a reagire, per la prima volta in tutta Italia, formando una fragile rete di protezione per quelli che sono rimasti.
Nei giorni degli sgomberi, in via Rubattino come a Segrate (l’ultimo in ordine di tempo) li hanno ospitati nelle loro case per un bagno caldo, una cena e un letto per la notte. «Avevano tanta paura negli occhi, anche se di giornate come quella ne avevano viste più di una», dice Assunta Vincenti. Da allora li vanno a prendere nei luoghi dove si sono rifugiati, ogni mattina, per caricarli in macchina e portarli a scuola. Di pomeriggio fanno i compiti coi loro figli.
«Il dramma ha rafforzato i rapporti, sono gli amici dei nostri figli e dunque li trattiamo come figli», spiega Francesca Amendola, un’altra delle madri che si prodiga per quell’infanzia negata. «Ci conosciamo tra le famiglie e devo dire che sono persone splendide, solo più sfortunate di noi. Se l’integrazione non parte dalla dignità umana e dalla scuola allora vuol dire che non c’è speranza», aggiunge Alessandra Bufalini, madre di Andrea. Le parrocchie, discretamente, offrono un alloggio; uomini e donne di buona volontà offrono un pasto, aiutano a fare i compiti, vanno a fare la spesa, portano le madri e i bambini dal medico.
Giovedì 25 febbraio mamme e maestre hanno organizzato una merenda in onore dei bimbi rom e soprattutto per ricordare quegli alunni invisibili scomparsi nel nulla. Tra i banchetti delle torte e della Nutella hanno appeso delle sagome di scolaro per ricordare i loro compagni scomparsi nel nulla. A casa di Francesca oggi c’è Marius, assistito anche da Assunta, mamma di Dario.
«A Natale si era ustionato mani e piedi», ricorda. «Lo abbiamo accompagnato a fare le medicazioni presso le Acli. La sera dello sgombero è venuto da me a dormire. Sua sorella Cristina è ospite dalla sua maestra. Il giorno dello sgombero di Segrate si aggirava smarrito per il campo. L’ho portato a casa mia a fare colazione, a lavarsi e poi l’ho accompagnato a scuola. Noi gli facciamo sentire la nostra solidarietà, ma questi sentimenti non gli daranno da mangiare a lungo. Le famiglie vorrebbero lavorare e affittare piccoli appartamenti in zona per poter continuare a mandare a scuola i figli. Non ci sono parole per descrivere la nostra fatica quotidiana in questi lunghi mesi. Per procurare materassi, fornelli, bombole del gas, giocattoli a Natale, pannolini, abiti, scarpe, viveri, portarli a fare le docce, pagare le multe per accattonaggio».
In questa opera silenziosa ci sono anche dei parroci. «C’è n’è uno che ospita due famiglie nella canonica», aggiunge, ma non dice il nome per evitare ritorsioni. A questo siamo arrivati a Milano. di Francesco Anfossi

Acerra (NA), i beni confiscati alla camorra vanno ai Rom e agli immigrati

Sta facendo discutere l’iniziativa del comune di Acerra, nel Napoletano, di destinare due immobili confiscati alla camorra ai Rom e agli immigrati presenti sul territorio. Si tratta di due fabbricati di 350 metri quadri, con i quali l’amministrazione comunale cerca di dare una soluzione all’accoglienza transitoria di queste persone.
Ad insorgere contro la delibera della giunta i rappresentanti dell’opposizione, riuniti nella lista civica «Lista Trenta», guidati dal segretario Mimmo Paolella, per il quale il provvedimento adottato dalla maggioranza avrebbe potuto essere indirizzato «alle esigenze di tanti cittadini meno abbienti che hanno bisogno di un tetto». Ma per il sindaco di Acerra, Tommaso Esposito (centrosinistra) la delibera rappresenta «l’integrazione ad un progetto approvato dal commissario prefettizio».
L’amministrazione comunale aveva infatti avviato nei mesi precedenti una serie di incontri con il commissario delegato per l’emergenza insediamenti nomadi nella regione Campania, al termine dei quali si era concordata la possibilità di utilizzare tali beni confiscati per l’accoglienza transitoria tra gli altri a soggetti appartenenti alla comunità rom.
Il commissario straordinario dopo aver dato parere favorevole alla proposta aveva trasmesso al Prefetto il progetto di ristrutturazione per accedere ai finanziamenti previsti dal ministero rientranti nel «Progetto Integra».
«Un progetto», spiega il sindaco Esposito (in foto), «con il quale abbiamo voluto favorire l’integrazione e l’accoglienza di tutti gli immigrati, e non soltanto dei rom». «Lo stesso progetto», prosegue il primo cittadino «che era stato già approvato dal commissario prefettizio precedente, il cui finanziamento prevede la finalizzazione all’accoglienza degli stranieri, in particolare dei rom, e non può, come tale, rientrare tra gli edifici di edilizia pubblica».
Ma non la pensa allo stesso modo la minoranza in consiglio comunale che domani presenterà un’interrogazione per «capire i criteri di assegnazione dei due immobili che superano i 310 metri quadri di superficie e per i quali – dice il consigliere d’opposizione, Antonio Laudando - si poteva dare un tetto alle tante famiglie di Acerra che vivono con la pensione minima e con quella devono pagare anche l’affitto».
Ancora una volta le diverse esigenze delle fasce sociali più deboli rischiano di essere contrapposte l’un l’altra. di Francesco Parrella

Milano, niente espulsione per il virtuoso fisarmonicista Jovica Jovic

Niente più decreto di espulsione per Jovica Jovic, il fisarmonicista rom di fama internazionale fino a poco tempo fa costretto a vivere da clandestino. Dopo che il caso è stato denunciato da "Repubblica" la questura di Roma ha deciso di annullare il decreto e di consegnare a Jovic un permesso provvisorio in attesa di studiare la possibilità di rilasciargliene uno definitivo, garantendogli l´opportunità di spostarsi in Europa (alcuni dei suoi figli vivono in Austria e in Inghilterra).
Lui, ora, è felicissimo: «Finalmente non devo più nascondermi». Con Jovic esultano i membri dell´associazione Terra del Fuoco, dove lui ogni mercoledì insegna fisarmonica cromatica: «È un ottimo risultato - dice Mauro Poletti - ma speriamo con sviluppi positivi: il maestro merita un permesso definitivo».
Nato in Serbia nel 1953 da genitori rom, Jovic si è trasferito in Italia nel 1971. Nella sua carriera è salito sui palchi con artisti come Piero Pelù, Moni Ovadia e Vinicio Capossela. Con la sua famiglia ha vissuto a Rho nel campo nomadi di via Sesia fino al 2007, quando è iniziato il suo calvario. Bloccato all´aeroporto di Roma a causa di un visto non rinnovato è stato rinchiuso in un Cpt, da cui è uscito solo per le sue precarie condizioni di salute e con un decreto di espulsione.
Da quel momento è iniziata una doppia vita: artista in appuntamenti ufficiali da una parte (come quelli al binario 21 nella Giornata della Memoria), clandestino dall´altra. Dopo il servizio su Repubblica, associazioni e personalità si sono mosse in suo aiuto. Da Moni Ovadia a don Gino Rigoldi - che ha pure celebrato il battesimo di Sanela, nuora del musicista - in molti hanno chiesto un intervento delle istituzioni. Venerdì, dopo l´interessamento del ministero dell´Interno, la revoca dell´espulsione. E la fine di un incubo per Jovic. di Luca De Vito

lunedì 1 marzo 2010

Sciopero!

Stranieri non tanto dal punto di vista anagrafico, ma perché estranei al clima di razzismo che avvelena l'Italia del presente. Autoctoni e immigrati, uniti nella stessa battaglia di civiltà.