venerdì 29 aprile 2011

Milano, c'era una volta Triboniano

Tra poche ore sarà chiuso definitivamente lo storico campo rom regolare di via Triboniano: secondo gli agenti di Polizia municipale presenti sul posto, entro domani le famiglie dovranno lasciare il campo. Le operazioni, precluse ai giornalisti, stanno avvenendo sotto la supervisione del capo della Polizia municipale, Tullio Mastrangelo. Alcune delle famiglie rom che stanno smontando le loro abitazioni non sanno ancora dove passeranno la notte, in attesa di una comunicazione della Prefettura per una collocazione alternativa al campo. Diciassette anni dopo la nascita dei primi insediamenti abusivi nella lunga strada che costeggia il cimitero Maggiore, il Comune mette la parola fine a quest’esperienza che pure era stata l’esemplificazione del "modello Milano", esibita davanti alle amministrazioni di tutta Italia, per gestire il problema dei rom nelle periferie urbane.
Oggi delle 120 famiglie, circa 580 persone, che fino a qualche mese fa vivevano nelle tre aree del campo rom sono rimaste solo poche famiglie. In questi mesi l'Amministrazione comunale ha dato mandato alla Casa della Carità di predisporre un progetto personalizzato per ogni famiglia. Don Colmegna ha affermato: «A parte pochissime famiglie allontanate, tutti gli ex di Triboniano non rimarranno per strada – conclude don Colmegna – È la dimostrazione che abbassando i toni e lavorando in rete si possono risolvere bene, in termini di solidarietà, anche questioni pesanti come quella del Triboniano».
Le soluzioni offerte dalla Casa della Carità alle famiglie sono diversificate. Ricordiamo però che dieci nuclei famigliari sono entrati in alloggi Aler dal mese di gennaio di quest'anno dopo che hanno vinto in Tribunale contro il Comune di Milano. L'autunno scorso il Ministro Maroni aveva fermato i progetti del Comune di Milano e della Casa della Carità con le parole razziste: “no case ai rom”.
Dieci famiglie che hanno fatto domanda per la casa popolare e sono in buona posizione in graduatoria, altre dieci che hanno trovato casa in affitto sul mercato privato, due hanno acceso un mutuo.
Per circa cinquanta famiglie si è provveduto al rimpatrio assistito a queste condizioni: aiuto da parte del Comune di circa euro 15.000 a famiglia a fronte della cancellazione dall'anagrafe comunale e impegno di non lasciare la Romania per un anno.
Inoltre sono da segnalare i venti nuclei famigliari con malati gravi o disabili che, secondo il Comune di Milano, hanno avuto l’assegnazione per un anno della casa Aler. Entro Pasqua dovevano avere tutti le chiavi ma come ci ricorda l'associazione Naga qualcosa deve essere andato storto: “Delle famiglie rimaste nel campo, dopo ormai un anno di attività volta all’alleggerimento dello stesso, alcune verranno allontanate senza alternative entro domenica. E così, almeno per un po’, di Rom a Milano se ne vedranno meno. Obiettivo raggiunto dunque. Non conosciamo purtroppo in dettaglio la situazione di tutte le famiglie coinvolte in questa operazione. Ci basta però segnalare e denunciare la situazione di una famiglia con un bimbo affetto da una grave malattia (lipoma intracranico associato ad agenesia del corpo calloso) in cura presso l’Ospedale Sacco. Per il bambino è stata avviata una presa in carico riabilitativa che richiede la presenza dei genitori. Per questa famiglia dunque il ritorno in Romania è impraticabile. Per loro e per tutti gli altri dove sono le valide alternative?”.

giovedì 28 aprile 2011

Milano, il record razzista di De Corato: 501 sgomberi contro le famiglie rom e sinte

Cinque anni di tolleranza zero e di scarsi risultati. Per arrivare al record i vigili hanno mandato via 55 romeni dal cavalcavia Buccari e da altre due baraccopoli che rinasceranno altrove.
Forse si sono lasciati prendere dalla foga, certo tre in un colpo erano una bella occasione, di sicuro avevano bene in mente l'obiettivo, la cifra tonda, come un ottomila di Messner. Glielo aveva ricordato Riccardo De Corato in persona con uno dei suoi millanta comunicati, in data 25 aprile, Festa della Liberazione da calendario. Ed ecco che, liberate le vie Medici del Vascello, Grosio, Barzaghi, Musatti e Cusago dalle roulotte di "380 abusivi tra sinti siciliani e spagnoli", il vicesindaco poteva proclamare: "Dal 2007 ad oggi i vigili hanno realizzato 498 sgomberi". Meno due al mezzo migliaio. Un conto alla rovescia, come a Capodanno: "493 sgomberi" (21 aprile, vie Sant'Arialdo, SanDionigi, Rizzoli), "490 sgomberi" (20 aprile, dieci tende rom in via Pecetta), "Milano dopo 482 sgomberi non molla di una virgola" (otto baracche rom in via Medici del Vascello e 23 mezzi di sinti in via Cusago e Stigliano).
Precisi bisogna darli, i numeri. Invece, "smantellate" contemporaneamente ieri mattina tre "baraccopoli", le dieci tende sotto cui dormivano 35 rom romeni in via Esperia, via Ardigò e sotto al cavalcavia Buccari, il burocratese della velina di Palazzo Marino ripiega su un meno trionfante: "Sono 501 gli sgomberi effettuati dalla Polizia locale". E non è la stessa cosa.
Almeno in apparenza. Perché al lento tango dell'insediamento, della costruzione delle baracche o delle tende, dell'arrivo delle auto biancoverdi col lampeggiante e dei furgoni dell'Amsa e della nuova transumanza, partecipano sempre gli stessi ballerini: i nomadi - rom e sinti - e i ghisa, De Corato e i suoi comunicati uguali come Bill Murray in "Ricomincio da capo", perfino i nomi delle strade. Via Bovisasca, per dire. Teatro di un celebre sgombero a puntate, tra la fine di marzo e il primo aprile 2008, con il mondo del volontariato in rivolta e perfino la Curia a prendere posizione contro "la violazione dei diritti umani dei rom". Di là, il vicesindaco a parlare, sostenere, comunicare i suoi "allontanamenti seguiti da una politica di moral suasion", una delle sue formule preferite ("buonisti" e "benaltristi" sono altre due, accompagnavano il comunicato di ieri).
Bene, ecco che l'11 aprile scorso arriva dal vice di Letizia Moratti, portavoce unico del comando di piazza Beccaria dal 2006, la notizia che due rom occupatori di un'area di via Bovisasca sono stati denunciati per invasione di terreno. Cavalcavia Bacula, altro tormentone. Arrivarono le ruspe, annunciate per mesi, il 31 marzo 2009, e dopo quattro giorni di lavori, De Corato annunciò la rimozione di "ben 230 tonnellate di rifiuti", l'impianto di una recinzione metallica, l'allontanamento dei rom transumanti da un palazzo di Villapizzone. E rieccoli, i rom, l'11 ottobre 2010, scacciati dalla polizia locale da un "doppio intervento nell'area del cavalcavia Bacula" (lo comunica il Vicesindaco e assessore alla Sicurezza Riccardo De Corato). E sono ancora lì, a pochi metri, il 17 gennaio e il 15 febbraio, e ancora il 5 aprile scorso: "abbattute nove tende".
E sempre quella rimane. La toponomastica delle baracche e la logica da rimuovere sotto il tappeto. Via Vaiano Valle, via Rizzoli, via Cusago, coi sinti siracusani che sono sempre lì, prima o poi, terrapieno o no. Chiesa Rossa. Cassinis. "Un lavoro di moral suasion eccezionale - sottolinea il vicesindaco in un altro comunicato dell'11 aprile, quello per celebrare la chiusura del Triboniano, ripetendo quanto comunicato in conferenza stampa il 17 gennaio - quella che ha portato a diminuire i nomadi da 8000 in città a 1500 in tutta la provincia". Eppure li continua a mandare via, e dovranno moltiplicarsi magicamente se (attingiamo sempre alla fonte unica) il 31 marzo viene annunciata quota 446 sgomberi. Dunque, due al giorno nell'ultimo mese, guarda caso preelettorale, dopo un principio di 2011 fiacco: "Da inizio d'anno - è il messaggio del 9 marzo - sono già 37 gli sgomberi effettuati, uno ogni due giorni circa".
Spariscono dalla stazione San Cristoforo e rispuntano a Rogoredo ("smantellata baraccopoli", 18 febbraio 2011, 70 persone trovate in una cinquantina di casupole), dove già il 7 novembre 2007 un'altra "baraccopoli" da 23 capanne era stata abbattuta. E via Zubiani: baracche il 28 aprile 2009 e il successivo 31 luglio ("Dal 2007 a oggi sono stati effettuati 133 sgomberi": De Corato era ancora all'alba). E via Rubattino, l'esodo di duecento mamme e bambini nel freddo del 19 novembre 2009, "scompare a Milano l'ultima grande favela", venne annunciato con tono apocalittico mentre perfino le maestre dei piccoli protestavano per l'inumanità del provvedimento.
E quanto ringhiare, quanto rimbeccare, contro tutti: l'allora presidente della Provincia Penati, i colleghi di maggioranza della Lega, il cardinale Tettamanzi, la Caritas. "Gli aspiranti tutor del Comune in tema di sgomberi, suggeritori, imbonitori e menagrami, possono mettersi l'anima in pace", annunciava De Corato il 28 dicembre 2009, vantando la "politica indefessa di sgomberi e moral suasion" sui rom. Ne aveva appena sloggiati 22 da via Bovisasca. Un'altra volta. di Massimo Pisa

Vicenza, + respect: pringiarasmi, percorso di formazione

L'associazione Sucar Drom terrà nel mese di maggio a Vicenza il corso di formazione “PRINGIARASMI, percorso di formazione per la conoscenza della cultura rom e sinta”. Il corso è all'interno del progetto “+ RESPECT”, finanziato dalla Commissione Europea, con l’obiettivo di informare e formare i funzionari pubblici e gli operatori del privato sociale allo scopo di fornire strumenti e metodologie per predisporre e realizzare politiche partecipative nei diversi territori, ed è coerente con le linee programmatiche dell’Amministrazione Comunale di Vicenza nell’ambito delle politiche sull’integrazione della popolazione rom e sinta.
Perché una formazione sulla cultura rom e sinta
Per favorire la costruzione di percorsi di cittadinanza sociale per persone in situazione di grave esclusione sociale, anche attraverso la co-progettualità con le realtà del privato sociale e dell’associazionismo che da anni operano nell’ambito.
Per promuovere la partecipazione attiva per la conoscenza della cultura rom e sinta, per collaborare attivamente al dialogo interculturale ed alla sensibilizzazione della società civile, degli esperti, degli enti locali e le istituzioni.
Qual è il percorso
Il progetto prevede la realizzazione di moduli formativi differenziati a seconda dei destinatari. Consiste in tre moduli, il primo rivolto alla società civile e ai tecnici dei servizi pubblici e delle realtà dell’associazionismo, il secondo rivolto ai consiglieri comunali e agli amministratori, il terzo rivolto direttamente alle comunità sinte e rom locali.
Il percorso formativo del primo modulo (per operatori pubblici e privati e società civile) svilupperà le seguenti tematiche:
1. La normativa nazionale ed europea sulle discriminazioni e il razzismo
2. Gli schemi cognitivi ed processi di categorizzazione - I conflitti e le loro risoluzioni
3. Identità culturale rom e sinta: storia, politica, cultura.
4. La mediazione culturale e partecipazione attiva: metodologie e progettualità partecipata.
Il modulo formativo è gratuito e prevede i seguenti incontri: 5 incontri di 3 ore ciascuno (15 ore totali). Gli incontri si terranno nei seguenti giorni 4, 11, 18, 25 maggio e 8 giugno 2011, dalle ore 15.00 alle ore 18.00, Presso la Sala Riunioni circoscrizione 3 “Villa Tacchi” in Viale della Pace n. 87.
Articolazione: una prima fase più teorica su questioni generali (2 incontri) ed una seconda fase più laboratoriale incentrata su questioni locali concrete (3 incontri). Metodologia: le due fasi sono consequenziali, sia logicamente sia cronologicamente. Tutti gli incontri seguiranno metodologie che stimolano la partecipazione attiva dei corsisti. Si prevede l’utilizzo di materiali audiovisivi e costanti riferimenti alla normativa europea, confrontandola con il quadro giuridico nazionale e locale.
Per informazioni e iscrizioni:
Ufficio Unità di Direzione - Settore Servizi Sociali e Abitativi, Comune di Vicenza, dr.ssa Francesca Zamperetti, telefono 0444 222512, fax 0444 252574, cell. 3204361515, fzamperetti@comune.vicenza.it

Gyöngyöspata (Ungheria), "gite pasquali" per difendere i rom...

E’ cominciata un po’ come da noi, con la nascita di un partito xenofobo e nazionalista sottovalutato e considerato come un caso di folklore.
Ad ottobre l’equivalente del nostro termine “zingaro” (ma forse da considerare ancor più spregiativo) viene utilizzato in una pubblicità elettorale [http://nol.hu/lap/forum/20101025-egy_szora], ma è una situazione già presente, se a settembre il Nepszabadsag si sente in dovere di commentare attraverso un articolo di Hell Stephen [http://nol.hu/archivum/20100929-_ciganykerdes____szavak__szimbolumok] sulla incostituzionalità dei movimenti razzisti (presenti nella legislatura) e sulla necessità di un loro scioglimento.
A inizio marzo è stata fatta una fiaccolata nel quartiere rom [http://nol.hu/archivum/jobbikos_demonstracio_gyongyospatan]. Contro la criminalità etnica, perchè la criminalità attribuibile a una razza può generare razzismo e progrom, è stato il senso attribuito dagli altruisti organizzatori alla manifestazione. Marcio contro te per evitare che qualcuno se la prenda con te, insomma. Frase rassicurante, specie se viene da persone che hanno marciato con una divisa nera, un’ascia e una frusta.
Dopo pochi giorni seguono minacce di morte contro i rom ed il sindaco, ad opera di alcune teste rasate [ http://nol.hu/belfold/halalos_fenyegetes_gyongyospatan ]. La polizia promette di indagare e probabilmente è ancora lì che indaga.
Il tutto mentre il 25 marzo è cominciato a Budapest il processo contro quattro nazisti [ http://nol.hu/belfold/20110326-rasszistaindulatbol_oltek_romakat ] accusati di avere condotto varie azioni contro I rom di diverse città nel tentative di provocare una reazione che portasse ad una guerra civile. Gli aggressori hanno ucciso indiscriminatamente uomini, donne e bambini. Dal luglio 2008 ad agosto 2009 sei persone sono morte in attacchi, mentre cinque di loro sono in condizioni critiche e cinque sono state gravemente ferite. Il giornale riporta la foto di uno di loro con un 88 tatuato sul collo, giusto per restare nel pieno della simbologia nazista dove viene tradotto come Heil Hitler essendo la H l’ottava lettera dell’alfabeto.
Il primo aprile nuova manifestazione anti-rom [http://nol.hu/belfold/keszultseg__kommandosok_hejoszalontan] dopo 2 settimane di “pattugliamento anti crimine zingaro” nel quartiere, in presenza di una polizia abbastanza tollerante.
E così, in un crescendo continuo, si è arrivati a quella che il governo definisce una “gita di Pasqua”. Peccato che non sia dello stesso parere i rom, che di gite pasquali proprio non ne avevano programmate. Si sono invece trovati con le ronde (con i cani, come nei migliori film sulle Schutzstaffel) che seguivano le donne quando uscivano di casa, potenti fasci di luce puntati contro le proprie finestre (quando non erano sassi lanciati contro i vetri)… una situazione paragonabile ai peggiori incubi di persecuzioni naziste.
Persecuzioni ampiamente permesse, in modo più o meno diretto.
Il governo ungherese chiede all’UE di sviluppare piani per i rom che tengano conto delle varie forme di disciminazione che vanno affrontate. Questo in Europa.
A casa propria, in Ungheria, partono invece le riforme che colpiscono principalmente la popolazione rom, riforme spesso populistiche, come quella delle 3 condanne, anche per reati minimi, che comporta un aumento spropositato delle pene. Oppure, come a Gyöngyöspata, lascia che la Guardia Ungherese (emanazione del Jobbik, di estrema destra) impazzi con la scusa delle ronde.
Assonanze curiose, tra l’altro: Guardia Ungherese, ronde … Ma qui siamo in Italia, cosa vado a pensare… di Armando Lombardi
Per la notizia in italiano: http://www.repubblica.it/solidarieta/emergenza/2011/04/23/news/rom_deportazioni_di_massa_anche_in_ungheria_300_persone_portate_in_salvo_dalla_croce_rossa-15306641/index.html?ref=search

Brescia, tutti uniti: dosta!

Circa 500 persone, nonostante il maltempo e la giornata prefestiva, si sono ritrovati in piazza Loggia a Brescia sabato 23 aprile per poi muoversi in corteo nel centro di Brescia e partecipare alla manifestazione “Tutti Uniti” indetta dalla Federazione Rom e Sinti Insieme.
In piazza, oltre a Rom e Sinti di buona parte del Nord Italia (Brescia, Bergamo, Mantova, Vicenza e tante altre città ancora), solidali e antirazzisti di diverse realtà, partiti e sindacati confederali e di base.
Parola d’ordine della manifestazione: “Tutti uniti per difendere i diritti umani, per la salvaguardia della dignità umana e contro ogni forma di discriminazione e razzismo, per rivendicare il diritto ad essere una minoranza riconosciuta con doveri e diritti, per la realizzazione di microaree abitative e definitive, per il rispetto dei nostri lavori tradizionali e delle nostre culture, per una scuola senza discriminazione razziale, per dire di NO ai patti ingannevoli e razziali che trasformano i Sinti e i rom in capri espiatori per fini politici…vogliamo manifestare pacificamente per denunciare i soprusi che subiamo continuamente.
«La nostra è una liberazione mancata perché rom e sinti sono sempre stati schiavi»: con questa denuncia Renato Henich, presidente associazione Sinti italiani di Brescia e pastore evangelico spiega il perché di un corteo di Rom e Sinti in occasione delle celebrazioni del 25 aprile.
Iniziativa particolare per diversi aspetti: dapprima perché indetto da Sinti che sono Cittadini italiani e da Rom immigrati che però in molti casi sono nati a Brescia. Cittadini “speciali” per la durezza e la costanza delle discriminazioni e dei luoghi comuni che li riguardano: «Siamo sempre presi come capro espiatorio, ma la responsabilità è personale, se un rom delinque, paga come lo deve fare un bresciano, senza che la colpa ricada sull'intera comunità», sottolinea Davide Casadio vicepresidente della federazione, presente insieme all'altra vicepresidente, Diana Pavlovic, di origine serba in Italia dal 1999 e residente a Milano «dove la situazione è simile a quella bresciana per il razzismo istituzionale», osserva.
Un corteo particolare: all'inizio gli organizzatori avevano pensato di restare in piazza Loggia, dove si sono trovati alle 15 e fino alle 16.30 hanno alternato interventi da un furgone, con parole dure contro l'amministrazione locale.
Ma poi la stragrande maggioranza delle circa cinquecento persone ha deciso di muoversi per le vie del centro. Così, sulle note di un violino tzigano che intona l'inno di Mameli e Bella Ciao, tra tanti «viva l'Italia», il corteo attraversa il Carmine. I manifestanti si lasciano intervistare, la voglia di comunicare è palese: «Perché Rolfi ce l'ha con noi? - si chiede Susy Grisetti, sinti di 48 anni, nata a Vicenza - da una vita in via Orzinuovi, da dove ci vogliono cacciare. La vita è sempre stata dura qui, ma mai come negli ultimi tempi». Di dura realtà parla anche Amelia Balteanu, 15 anni, che abitava in via Orzinuovi: «Sono sempre sotto attacco, anche a scuola, mi tengono lontana solo perchè sono Rom, ma noi siamo tutti umani».
Assieme ai rom e ai sinti una ventina di realtà bresciane avevano indetto il corteo: presenti rappresentati di Rifondazione, dei Cobas e dell'Usb, dei centri sociali locali e di alcune realtà antirazziste: «Pochi italiani», lamentano un po' tutti, anche se durante il percorso tanti bresciani si uniscono agli altri presenti sin dall'inizio, come Martina Melgazzi, studentessa del Calini, che ha scritto un pezzo sul campo di via Orzinuovi sul giornalino della scuola. Non poteva mancare Luigino Beltrami, storico volontario bresciano e appartenete all'associazione OsservAzione.
Accusato dai manifestanti, il vicesindaco Fabio Rolfi dichiara: «Non esiste diritto a fare quello che si vuole come pretenderebbero alcuni rom e sinti. Non esiste il diritto a non pagare utenze e tasse e a non mandare i propri figli a scuola, così come non esiste il diritto a non lavorare, vivendo sulle spalle di una città. Se si vuole vivere a Brescia, bisogna comportarsi come fanno i bresciani, rispettando le regole e non vivendo da separati, sulle spalle della comunità».
Il vicesindaco ha poi annunciato l'intenzione di proporre a Prefettura e Questura la revisione delle modalità di autorizzazione per manifestazioni nel centro cittadino.
Ma la Federazione Rom e Sinti Insieme ha replicato immediatamente al Vice Sindaco affermando che il Vice Sindaco Rolfi fa confusione, i sinti e rom chiedono il rispetto delle leggi e di essere trattati come qualsiasi altro bresciano. L'Amministrazione comunale deve smetterla di affermare il rispetto delle regole e attuare in ogni sua azione la negazione delle stesse regole. Come voler negare il diritto di manifestare a sinti e rom. Caro Vice Sindaco Rolfi: DOSTA! Basta!

Roma, le tre giornate di San Paolo

Hanno vinto i Rom. Sì, hanno vinto i Rom. È importante. Ed è importante che siano stati loro in gran parte gli artefici della vittoria, opponendo sino alla fine un pacato ma fermo rifiuto alla consueta proposta del Comune di Roma di dividere i nuclei familiari: le donne e i bambini da una parte, al Car, e gli uomini dall’altra, che trovino loro dove. E hanno resistito anche all’opera di persuasione della Caritas che all’inizio consigliava di adattarsi ad accettare le condizioni imposte dal Comune: separazione dei nuclei familiari fin quando non venissero apprestati i lager, denominati «campi nomadi», dove ricomporre le famiglie; oppure accettare il «rimpatrio assistito».
La vicenda dei Rom si è protratta per tre giornate, dal venerdì santo alla domenica di pasqua. È quasi simbolico.
Da Giovanni Franzoni – che più o meno quarant’anni fa era l’abate della basilica di san Paolo fuori le mura, e che il giorno di pasqua è venuto a portare la sua amicizia ai Rom condividendo con loro, sul piazzale, il pranzo solidale promosso dalle associazioni che hanno sostenuto la lotta dei Rom – sentii spiegare una volta che dove qualcuno/a è nel bisogno e non trova accoglienza, per chi crede, lì si rinnova la passione di Cristo, si ripete il venerdì santo; quando invece chi soffre viene accolto, allora la vita si rinnova ed è pasqua. Per dire che il venerdì santo e la pasqua, la passione e la resurrezione, non capitano una volta all’anno ma tutti i giorni.
E la vicenda degli scorsi giorni dei Rom si è svolta per l’appunto tra un alternarsi di rifiuti e di accoglienza. Rifiuti delle istituzioni e accoglienza da parte della società. La passione di questo gruppo di oltre 150 Rom è iniziata il 18 aprile con lo sgombero del campo dell’ex Miralanza. Sbaraccati dal misero rifugio di fortuna, una sessantina di persone, tra cui almeno una decina di bambini, restano prive di quella parvenza di tetto che erano riuscite a darsi. Si spargono per i giardinetti della zona, ma anche da lì le forze dell’ordine le scacciano. Arpjtetto, l’associazione di volontari che opera nella zona, segnala l’emergenza alla comunità di base di san Paolo e i Rom vengono accolti nel salone di via Ostiense dove trascorrono la notte. Al mattino vanno via per cedere il posto ai richiedenti asilo che arrivano alle 9 per partecipare alla scuola di italiano che Asinitas gestisce da anni in maniera impeccabile. Per alcuni giorni i Rom della ex Miralanza vagano alla ricerca di una soluzione che non trovano.
Venerdì 22 altro sgombero, altra passione. Questa volta tocca al campo di via dei Cluniacensi, in zona Tiburtino. Intervengono altre associazioni: Popica, Arci Solidarietà e Apjtetto.
La Comunità di Sant’Egidio invia un comunicato in cui protesta fortemente per la politica del Comune. Il sindaco Alemanno risponde: «siete fuori dalla realtà». C’è chi commenta che se la «realtà» è questa meglio starne fuori.
Si decide di unire i nuovi «sgombrati» a quelli dell’ex Miralanza. L’appuntamento è alla basilica di san Paolo, che si raggiunge con la metro.
È la mossa che si rivelerà vincente. Per due motivi: anzitutto l’accoglienza, che l’abbazia, sia pure con qualche ambiguità e contraddizione concede, protegge i Rom dalle forze dell’ordine che non vi possono entrare [solo qualche funzionario della Digos che se ne sta in disparte è dentro ad osservare in silenzio]. In questa situazione i Rom si sentono rincuorati. In secondo luogo l’occupazione pacifica e sommessa «fa notizia» e nella società dell’immagine scattano i media.
Il piazzale si riempie di televisioni, fotografi e giornalisti e di quasi tutte le associazioni impegnate nella difesa dei diritti dei Rom. A Arpjtetto, Popica, ed Arci si aggiungono A Buon Diritto, Aizo Onlus, Casa dei Diritti Sociali, Comitato ex Casilino 900, Comunità di Base di san Paolo, Donne antirazzista della Casa Internazionale delle Donne, Federazione Romanì, Monteverde Antirazzista, Osservatorio Antirazzista del Pigneto. E inoltre la Funzione Pubblica delle Cgil di Roma Ovest e esponenti di vari partiti e i Blocchi Precati Metropolitani. Accorre anche il presidente dell’XI Municipio, Andrea Catarci, che sarà presente sino alla fine della vicenda, portando con sé un figlio, in braccio o in carrozzina.
Escono i primi lanci di agenzie, poi i telegiornali e i quotidiani on line. La maggior parte dei media si schierano (miracolo! davvero è pasqua) dalla parte dei Rom criticando duramente l’operato delle istituzioni. La trattativa condotta da una solerte funzionaria prefettizia e un assessore del Comune si avvia dunque sotto la pressione dell’opinione pubblica. I Rom non cedono.
Alle 19 si chiudono i cancelli e si apprende che l’abbazia ha fatto entrare i Rom nell’edificio e la Caritas sta portando cibi e coperte.
Al mattino i/le Rom usciti/e per fare dei piccoli acquisti non sono però fatti rientrare. I contatti con quelli che sono dentro si tengono con i cellulari. All’interno la trattativa prosegue. Le istituzioni insistono. I Rom non cedono.
All’esterno alle associazioni e ai media si aggiungono cittadini e cittadine che vengono a dare solidarietà.
Trascorre così l’intera giornata di sabato. Si profila la continuazione dell’occupazione anche per il giorno dopo. Si decide perciò di invitare i romani e le romane ad un pranzo solidale lì, in strada per il giorno di pasqua. È un rischio, perché non c’è tempo per organizzarlo. Ma riuscirà. Si comincia a pensare anche al lunedì.
Intanto si fa sera, il tempo si rannuvola. All’aperto vi sono tra gli altri anche due famiglie con bambini piccolissimi; due sono gemelli nati da appena due settimane. Il Municipio monta allora una tenda sul piazzale per ripararvi chi non può rientrare nella basilica. Ma arriva, solenne, un messo comunale che sembra venire dall’epoca delle grida manzoniane, e dà lettura in pubblico di un’ordinanza del sindaco che impone di smontare la tenda. La polizia esegue.
Piove. I rom provano a trovare rifugio nella basilica ma la gendarmeria vaticana impedisce a loro e agli attivisti di entrarvi. Molti fedeli, convenuti per la veglia pasquale che annuncia che Cristo dopo la morte risorse all’alba di un giorno di oltre duemila anni fa, solidarizzano con la lotta dei Rom: alcuni rifiutano addirittura di entrare nella chiesa alla quale oggi è inibito l’ingresso dei Rom. Una famiglia venuta a far battezzare il figlio vi rinuncia tra gli applausi dei presenti.
Le due famiglie con bambini piccolissimi però si arrendono, è troppo alto il rischio se restano sotto la pioggia: accettano il rimpatrio. Si aggiungono a quanti – poco più di una decina – l’avevano accettato in precedenza. Gli altri e le altre Rom trovano ospitalità per la notte nella comunità di base che apre di nuovo la porta della sua sede.
Al mattino la trattativa riprende: le istituzioni insistono nel voler separare gli uomini dalle donne e dai bambini, ma i Rom non cedono. Arriva Giovanni Franzoni che rilascia delle dichiarazioni molto ferme e fa pressione sulla Caritas perché non sostenga l’aut aut del Comune ma trovi una soluzione alternativa. Dal canto loro le associazioni si attivano per allestire una soluzione che veda l’accoglienza dei singoli nuclei familiari in più punti della città. Incredibile. le Tv e i giornali incalzano e anche il papa dal balcone da cui si affaccia per la benedizione spende una parola di solidarietà con i Rom.
Sul piazzale si svolge il «pranzo solidale». A un certo punto la trattativa si interrompe. Di fronte alla ferma posizione dei Rom le istituzioni si ritirano. La situazione è in stallo.
La basilica non può scacciare i Rom ma nemmeno può continuare ad ospitarli all’infinito, tanto più che il primo maggio si avvicina e sarebbe molto disdicevole che la beatificazione del papa che si è voluto santo subito avvenisse con la basilica di san Paolo occupata dai Rom.
Fallita l’opera di convincimento, la Caritas cambia strategia: si dà carico di realizzare in proprio una soluzione che accolga la richiesta dei Rom di non smembrare neppure provvisoriamente i nuclei familiari. L’annuncio viene accolto da grandi applausi di chi è all’interno dell’abbazia. Da fuori si sentono. I Rom hanno vinto.
Quelli di loro che sono sul piazzale vengo fatti entrare. Arrivano i pullman per portare tutti e tutte nella nuova destinazione. Non è un gran che, ma meglio che niente. E soprattutto stanno insieme, donne bambini e uomini. L’alternarsi di rifiuti ed accoglienza è finito. Sono passate le 20. Finalmente è pasqua.
Le associazioni che dal venerdì alla domenica sono rimaste sul piazzale, si riuniscono e stilano un comunicato in cui danno atto alla Caritas e a Sant’Egidio del contributo fornito per trovare per la prima volta a Roma una soluzione che accoglie le richieste dei Rom segnando una netta sconfitta della politica degli sgomberi e della segregazione nei «campi nomadi». di Nino Lisi

venerdì 22 aprile 2011

Roma, Settimana Santa: settimana dolorosa per rom e immigrati, inadeguata la risposta della Città

Nel cuore della Settimana Santa che precede la Pasqua, alla vigilia della beatificazione di Giovanni Paolo II, la Comunità di Sant’Egidio esprime stupore, preoccupazione e disappunto per le recenti scelte dell’Amministrazione di Roma Capitale nei confronti dei Rom e dei profughi giunti in questi giorni dal Nord Africa. Non si intravede una “politica” e di certo una “politica di accoglienza e umanità” all’altezza del ruolo di Roma e delle sue responsabilità nazionali e internazionali.
Molti Rom sono stati sgomberati nelle ultime settimane e in questi giorni senza alternative (se non la proposta di dividere le famiglie) e sugli immigrati ci si è affrettati in più occasioni, non solo a mezzo stampa, ma nelle riunioni operative, a puntualizzare che “a Roma non devono venire”.
Come cristiani e come cittadini crediamo che questo non possa essere il volto di Roma. E’ un segnale grave, di assenza di idee, di incapacità di visione, di errato messaggio inviato alla cittadinanza, che incoraggia chiusura e durezza immotivate.
Mentre ad inizio aprile la Commissione Europea varava un documento per l’inclusione dei Rom, in concomitanza con la Giornata Internazionale dei Rom, sono iniziati a Roma sgomberi quotidiani e ripetuti di famiglie Rom che vivevano in “insediamenti spontanei”.
Si è iniziato da piccoli insediamenti, ma negli ultimi giorni vi è stata un’escalation, sconosciuta all’opinione pubblica, ma non ai rom e alla Comunità di Sant’Egidio, che ha riguardato insediamenti più grandi: da Lungotevere S. Paolo a Via Severini, all’ex Mira Lanza. Ieri, mercoledì, è stato sgomberato un campo con 270 persone a Via del Flauto.
All’indomani della morte dei 4 bambini bruciati sull’Appia l’Amministrazione aveva annunciato che si sarebbero chiusi i “campi abusivi fatti di baracche”, ma trasferendo contestualmente gli abitanti in luoghi di accoglienza idonei e degni: si è parlato prima di tendopoli e caserme, poi del Centro Assistenza Rifugiati, il CARA di Castelnuovo di Porto. Non certo soluzioni definitive, ma un modo di garantire sicurezza almeno nel breve periodo.

Contrariamente a quanto annunciato, alle famiglie sgomberate non è stato proposto il trasferimento in una struttura, ma soltanto la possibilità di dividersi: donne e bambini al CARA, uomini in strada. E’ una proposta già fatta in passato e di cui già si conosce l’esito: nessuna famiglia vuole dividersi (si ricorda che le famiglie Rom sono formate da persone, madri, padri, bambini, e che a nessun cittadino non-Rom, verrebbe mai proposta la divisione dei nuclei familiari come politica della sicurezza e dell’integrazione). Come è ovvio, ma non ai programmatori e responsabili delle politiche sociali nella nostra città – e purtroppo anche in altre parti d’Italia - nessuno accetta soluzioni che disperdono i nuclei familiari. Il rifiuto ha per conseguenza la dispersione degli interi nuclei familiari sul territorio cittadino, in condizioni ancora più precarie e insicure. E con l’interruzione del percorso di integrazione sociale e scolastica.
Il risultato è che oggi più di 600 persone vagano già per la città senza un luogo dove dormire: tra loro molti bambini. Alcuni di loro, a seguito degli sgomberi hanno già interrotto –per l’ennesima volta - il percorso di inserimento scolastico a pochi mesi dalla conclusione dell’anno. A titolo di esempio si ricorda che la famiglia che ha subito la terribile perdita dei quattro bambini bruciati era presente sul nostro territorio da 10 anni e che aveva subito già trenta sgomberi, con i risultati che si possono immaginare per la scolarizzazione e l’uscita dalla marginalità.
E’ evidente che se la preoccupazione che ha spinto a fare gli sgomberi è la sicurezza degli abitanti e impedire nuove tragedie tra i Rom e i bambini Rom, oggi quei bambini sono più in pericolo di prima: vagare con le famiglie in cerca di un nuovo posto dove dormire non migliora i problemi di ordine pubblico della città. Gli sgomberi continui e il “gioco dell’oca” senza soluzioni con le famiglie Rom rende anche più difficile l’azione di monitoraggio della legalità da parte delle forze dell’ordine che perdono contatto con nuclei abitativi consolidati. Con conseguenze negative talmente evidenti che è inutile spiegare più di tanto.
Ma gli sgomberi, intanto, mostrano l’incapacità di Roma a svolgere un ruolo di guida in una politica dell’accoglienza e dell’integrazione. Sicuramente in contrasto con il carattere di capitale non solo nazionale, ma del cattolicesimo.
Sul versante dei migranti giunti in Italia nelle ultime settimane dalla Tunisia e dalla Libia, la risposta della Capitale non è stata migliore. Mentre scorrevano immagini di bombardamenti e profughi, mentre ancora si piangevano i morti in mare, come è noto, si è creato un caso nazionale per due pullman in transito che hanno “fatto scalo” a Grottarossa, per una notte, fino ad essere recintati e tenuti “a vista” per le poche ore di permanenza. Al di là dell’esagerazione e del ridicolo, ancora una volta si è legittimato un clima immotivato di allarme nella popolazione e la convinzione che “Roma è piena” in un momento in cui si attendono centinaia di migliaia di pellegrini e forse oltre un milione di persone. In questi giorni, ancora, la vicenda immigrati registra persone alla Stazione Termini che, secondo l’Amministrazione, “appena possibile dovranno partire”.
La Comunità di Sant’Egidio chiede:
- di interrompere gli sgomberi di Rom dai campi informali se non si è in grado di offrire un’alternativa dignitosa e vivibile all’intero nucleo familiare
- di interrompere qualunque intervento sociale o di “inclusione sociale” che ritiene normale dividere i nuclei familiari, con pregiudizio dei processi educativi, formativi e di ordine pubblico
- che il Comune gestisca l’attuale situazione degli immigrati nordafricani tenendo conto del contesto nazionale ed internazionale, ricordando che si tratta di profughi con regolare permesso di soggiorno
- di dotare la città di Roma (e il contesto Metropolitano e Regionale) di Centri transitori di accoglienza con un’azione di orientamento e mediazione che permetterà poi di inviare i profughi in altre località in modo appropriato e in maniera mirata, nei tempi necessari a costruire percorsi intelligenti e non casuali.
La Capitale ha risorse umane, economiche, spirituali e culturali per rispondere a una fase – anche promettente – di cambiamento del mondo, senza rifugiarsi nel tunnel dell’emergenza perenne e nella logica spaventata della “città chiusa” o di chi dice che “la barca è piena”. Auspichiamo con urgenza un ripensamento e un cambio di direzione perché Roma sia all’altezza della propria storia, del proprio nome e della tradizione di accoglienza e universalità per cui è nota ed amata nel mondo. di Paolo Ciani

mercoledì 20 aprile 2011

Babel Film Festival, presentazione della seconda edizione

Giovedì 21 aprile 2011, alle ore 11.00, presso la sala conferenze della Società Umanitaria – Cineteca Sarda, viale Trieste 126 Cagliari si terrà la conferenza stampa di presentazione della seconda edizione del BABEL FILM FESTIVAL, concorso cinematografico internazionale destinato esclusivamente alle produzioni delle minoranze culturali, ai film che siano espressione di una minoranza linguistica e culturale, in cui dialoghi e testi siano in una lingua minoritaria, dialetto, slang, lingua morta, nel linguaggio dei segni o qualsiasi lingua non ufficiale.
BABEL FILM FESTIVAL è promosso dalla Società Umanitaria - Cineteca Sarda di Cagliari, dall'Associazione Babel e dalla società di produzione Areavisuale, in collaborazione con la Federazione Italiana Circoli del Cinema (FICC), la NUCT (Nuova Università del Cinema e della Televisione di Roma – Cinecittà) e Cinemecum.it.
BABEL FILM FESTIVAL è un progetto sostenuto dalla Regione Autonoma della Sardegna, dalla Provincia di Cagliari, dal Comune di Cagliari, dalla Fondazione Banco di Sardegna, con il patrocinio della Regione Autonoma della Valle d'Aosta, della Provincia Autonoma di Trento e della Provincia di Oristano.
I MEDIA PARTNERS sono 35mm.it (Roma), Radio press (Cagliari) Radio Onde furlane (Udine).
I PARTNERS sono: Centro Espressioni Cinematografiche (Udine), Centro Europeo per il plurilinguismo - Forskningscentrum för Europeisk Flerspråkighet (Milano), Centro Servizi Culturali UNLA (Oristano) Chambra d'Oc (Roccabruna) ENS - Ente nazionale per la protezione dei sordi (Sezione di Cagliari) Istituto di Cultura Ladino (Pozza di Fassa), Istituto di Cultura Sinta (Mantova), L'altra cultura soc. Coop. (Oristano) Molise Cinema (Casacalenda), Nisi masa – European Network for Young Cinema (Parigi), Obra cultural de l'Alguer (Alghero), Cinema Spazio Odissea (Cagliari) Social World Film Festival (Acerra), Sucar Drom (Mantova).

venerdì 15 aprile 2011

Buon compleanno al nostro fratello Charlie Chaplin


Centoventidue anni fa in una carovana di romanichals (i sinti/rom inglesi), il 16 aprile, nasceva sir Charles Spencer Chaplin, noto come Charlie Chaplin. Per ricordarlo Google, nella pagina principale del motore di ricerca, ha inserito un video con cui omaggiare l'attore, regista, sceneggiatore, compositore e produttore britannico, autore di oltre 90 film e considerato tra i più importanti cineasti della storia.
Il personaggio attorno al quale Chaplin ha costruito larga parte delle sue storie è quello del 'vagabondo' ('The Tramp' in inglese; 'Charlot' in italiano, francese e spagnolo): un uomo gentile, vestito di una stretta giacchetta, pantaloni e scarpe più grandi della sua misura, che indossa una bombetta e porta un bastone da passeggio. Particolari tipici del personaggio anche i baffetti e l'andatura ondeggiante.
Poche settimane fa, in un’intervista alla BBC Michael Chaplin, ha dato la notizia del ritrovamento di una lettera che conteneva un segreto: Charlie Chaplin non ha aperto gli occhi a Londra ma in una carovana di romanichals nel Black Patch di Smethwick. Michael ha anche affermato che in casa Chaplin erano sempre circolate voci delle loro origini romanichals. La lettera conservata prima da Chaplin poi dalla moglie è stata ritrovata chiusa a chiave nel cassetto della sua scrivania.
Tutti sapevano che la madre di Chaplin apparteneva ad una famiglia di artisti itineranti, lavoro tradizionale delle famiglie sinte in Europa, ma ad oggi rimaneva ancora nebulosa la nascita del grande protagonista del secolo passato. Infatti non era mai stato ritrovato il suo certificato di nascita. Oggi sappiamo che uno dei maggiori cineasti di tutti i tempi era un appartenente alle minoranze sinte e rom.
Lacio bers mengor pral Charlie!!

mercoledì 13 aprile 2011

Identità e Incontro


‘Identità e Incontro’ è un’iniziativa promossa dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e finanziata, nell’ambito del progetto MU.S.A. (Musica Sport e Accoglienza), con il Fei - Fondo europeo per l’integrazione dei cittadini di paesi terzi. Questo è un progetto di comunicazione e sensibilizzazione sul tema dell’integrazione sociale dei migranti in cui 'identità', 'incontro' ed 'educazione' sono le parole chiave del modello italiano di integrazione.
Partner fondamentali dell’iniziativa sono il CONI e le dieci città italiane coinvolte: Modena, Bari, Ancona, Latina, Prato, Bergamo, Catania, Roma, Treviso e Torino dove si svolgeranno una serie di eventi culturali, musicali e sportivi rivolti a tutti i cittadini italiani e stranieri.
L'obiettivo dell'integrazione potrà essere raggiunto solo operando da un lato sulle persone straniere presenti in Italia diffondendo la conoscenza dei diritti e doveri del cittadino e delle opportunità offerte da un regolare percorso di integrazione, dall’altro sui cittadini italiani, evidenziando il reciproco rispetto dei diritti e dei doveri, che riguardano tutti a prescindere dall’origine etnica e dalle diversità culturali.
Sarà utile, quindi, incentrare questo processo di integrazione su cinque assi principali.
Si parte dalla conoscenza della lingua italiana e dei valori costituzionali che sono le pre-condizioni per rendere possibile l’incontro, dove la scuola rappresenta il luogo primario di intervento. Evidentemente, attraverso il lavoro passa ogni percorso di integrazione: e quindi, fondamentali sono la programmazione dei flussi, la previdenza, il contrasto al lavoro sommerso e la creazione di impresa.
Altro 'bisogno' da soddisfare e regolamentare per favorire una coesistenza pacifica tra cittadini italiani e stranieri è l’accesso alla casa da parte degli immigrati insieme all’accesso ai servizi socio-sanitari-assistenziali presenti sul territorio che prevedono anche la presenza dei mediatori culturali. La tutela dei minori, a prescindere dalle modalità con cui essi entrano nel territorio italiano, deve essere piena e incondizionata evitando pericolosi fenomeni di abbandono scolastico.
Per mettere in pratica questo progetto saranno utili anche le potenzialità offerte dal web: verrà creato un 'portale dell’integrazione' che faciliterà l’accesso alle informazioni e funzionerà da punto di raccolta e scambio delle buone pratiche promosse a livello nazionale e territoriale per tutti i soggetti interessati.

venerdì 8 aprile 2011

Giornata Internazionale dei Sinti e dei Rom


Non c’era mare ai nostri piedi,
anzi, gli siamo
sfuggiti a malapena,
quando - le disgrazie, si dice, non vengono mai sole -
il cielo d’acciaio ci incatenò il cuore.

Abbiamo pianto invano le nostre madri
davanti ai patiboli,
e ricoperto i bambini morti con fiori di mandorlo
per scaldarli nel sonno, il lungo sonno.

Nelle notti nere ci disseminano
per poi strappare noi posteri alla terra
nelle prime ore del mattino.

Ancora nel sonno ti cerco, erba selvatica e menta:
chiuditi, occhio, ti dico,
e che tu non debba mai vedere i loro volti,
quando le mani diventano pietra.

Per questo l’erba selvatica, la menta.
Ti stanno leggere sulla fronte
quando arrivano i mietitori.

Per tutti i rom, sinti e jenische,
per tutte le donne ebree e gli ebrei,
per gli uccisi di ieri  e per quelli di domani.

Mariella Mehr, Notizie dall’esilio, Effigie edizioni, Milano, 2006